Te la racconto io la Malaroma

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A zero metri sul livello del crimine

di Alessandro Ambrosini

Radio-edit: Radio Cusano Campus

Roma è la città delle mille sirene. Dalle macchine di scorta delle autorità italiane e straniere, alle ambulanze, alle macchine di polizia e carabinieri. Tutte le principali arterie, ogni ora, sono attraversate da questi suoni che non sono quasi mai portatori di liete novelle. E’ da qui che voglio partire per raccontarvi la Roma criminale in cui mi sono immerso in questi mesi. E’da qui che parte un viaggio nella parte buia della Capitale.

Una parte “invisibile” perché normale, per alcuni versi. Una parte che è quasi patrimonio di questa città che, dalle finestre dei palazzoni che sembrano migliaia di occhi, giorno e notte osserva fiumi di persone che camminano, vivono e “impicciano”. Perché per capire quello che si nasconde dietro a volti bonari o trucidi, lo slang lo devi assorbire fino al midollo. Fino all’ultima accezione del termine.

Non puoi capire le dinamiche di quello che succede nelle strade se le strade stesse non le odori, non le senti, non le vedi. Strade che sono dissestate nella realtà come nella metafora della vita. I meccanismi criminali li devi conoscere nelle sue sfaccettature che, molte volte, coincidono con le stesse di un popolo, di un mondo chiuso dentro i confini di un quartiere, di una città.

Roma, per definizione popolare, è una madre che tutti accoglie e che non ti restituisce mai per come sei arrivato. E’ meretrice, è corretta e falsa allo stesso tempo. Roma è criminalità densa ma scorrevole. E’ una melma che ti addormenta e ti ricopre senza che te ne accorgi. Roma, concettualmente, ha un codice penale a parte. Come Milano, Venezia, Torino, Napoli, Palermo, Bari, Reggio Calabria.

Roma non ha tra le sue mura solo la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la Scu, le “batterie” romane. Roma ha i colletti ben stirati, le macchine da centomila euro tirate a lucido, le valigette firmate, le parole sempre morbide e professionali di chi è abituato al caffè in Galleria Alberto Sordi, dietro Montecitorio, in Piazza Mazzini. Roma, tra le pieghe del crimine, ha avuto ed ha anche le macchine oscurate con la scorta, i telefoni schermati, le sim fantasma, gli appalti guidati e mille modi per rimestare nel fango senza sporcarsi. Anzi.

Roma è l’esempio di come uno Stato sia attraversato da una criminalità di sistema che, proprio perché sistema, è difficile da individuare, da cogliere, da combattere. Questi ingranaggi, come tutto, hanno una scadenza. E’ solo nel momento in cui il Sistema muta che emergono scandali piccoli e grandi.

“Te la racconto io…la Malaroma” è una sequenza d’istantanee in questi mondi stratificati. Dalle case popolari della periferia ai palazzi del centro storico. Non come un moderno drone che aleggia sopra tutto e tutti ma a zero metri sul livello del crimine

 

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I rapimenti fantasma

di Ambrosini Alessandro

Radio-edit: Radio Cusano Campus

Bella “Mamma Roma”. Bella quando la guardi all’alba, con il primo caffè, da una delle terrazze di un bed and breakfast che ha i contorni della “tana sicura”. Quando dalla “Mela di Roma” guardi la “Malaroma” che si sveglia o che non è ancora andata a dormire. Giri lo zucchero con la paletta di plastica mentre ti accendi la prima sigaretta. Pensi a quanta strada dovrai fare anche oggi a piedi, pensi a quanta bellezza puoi vedere anche in una città che non ti regala niente. Che assorbe tutto e che ti ripaga in sopravvivenza. Perché a Roma non vivi, sopravvivi.

Fatti reali e inventati si mischiano facilmente per le strade e le piazzette dei quartieri. Siamo all’Appio Latino, quartiere implicato in “Mafia Capitale” più di qualsiasi altro. Qui c’è la cooperativa 29 Settembre, qui è il regno dei Gramazio, rimasti invischiati nei rapporti con “er cecato”, Massimo Carminati. Qui ci sono generazioni di rapinatori che hanno fatto storia e mito tra i quartieri, soprattutto nel vicino Alberone. Qui ci sono ex militanti politici che la galera l’hanno vista per davvero. A volte per azioni violente, altre per malavita. Uomini e sigle del passato. Vittime e carnefici di quegli anni di piombo che hanno lasciato molti più morti di quelli che ogni libro può scrivere e descrivere. Certe scelte ti uccidono senza farti finire sotto una lastra di marmo freddo.

Tra bar rinomati per il “tiramisù” e quelli di quartiere, un mondo all’apparenza normale vive e si nasconde contemporaneamente. L’invisibile è prassi anche quando le bocche si avvicinano all’orecchio, nascondendo con le mani le labbra. Come dei Totti o dei De Rossi qualsiasi, quando in mezzo al campo, sanno di essere sotto l’occhio attento di mille telecamere. E’in uno di questi momenti che la settimana scorsa una notizia è iniziata a rimbalzare tra chi di “impicci” vive. “Ao, orecchie alte. Le guardie stanno avvelenate, stanno girando in borghese per tutta la zona”.

Chi lo dice arriva in uno scooterone nero, di quelli che ti preoccupano alla vista, di quelli che sfrecciano veloci tra il traffico. Di quelli che hai letto mille volte nelle ricostruzioni di rapine e gambizzazioni. Uomo di mezza età, anonimo alla vista ma con pedigree di tutto rispetto. Una delle regole che impari sulla strada è che Lombroso non ha scritto regole definitive.

Ma cosa è successo per determinare quest’allarme? E’ presto detto, il sequestro di due persone, due italiani. Motivo: soldi, ovviamente. Da restituire o da estorcergli, non è chiaro questo nel passaparola che interessa il “mondo di sotto”. Quello che sembra certo è che i rapitori siano “di zona” e che le forze dell’ordine stiano battendo il territorio in lungo e in largo. Nulla trapela ufficialmente da polizia o carabinieri, neanche ufficiosamente. E’ solo “la strada” che lo bisbiglia e non sono voci fantasiose di ragazzini. Sono parole dette da chi ha “esperienza” e pelo sullo stomaco. Voci che non sono mai dette a caso. Voci che manifestano preoccupazione per “i business” che si fermano, per gli “impicci” che rallentano

Non è strano che nulla arrivi all’informazione in questi casi. Non sarebbe la prima notizia sull’argomento, se trovasse conferma, che viene “nascosta” alla stampa.

Lasciato nel dimenticatoio negli anni ’80, il rapimento-lampo, è forse il segnale più evidente della difficoltà di “lavorare sul lungo termine” per chi delinque. Si cerca un “colpo importante” che possa portare nelle tasche un bel gruzzolo in modo veloce e senza tantissimi rischi. Le rapine alle banche sono ormai per i “rubagalline” visto gli importi che hanno nelle casse gli istituti di credito. Merito delle forze dell’ordine che sono sempre più presenti, sempre più vicine a coprire un gap che si era fatto troppo pesante negli ultimi decenni.

Il sequestro di persona, a Roma, non è solo a scopo di lucro, anzi. I sequestri fantasma sono una delle pratiche più in voga nella nella Capitale. Per mandare messaggi non troppo velati, per far capire che gli scherzi son finiti. Sono quei rapimenti a carattere punitivo. Un settore in costante aumento. Invisibile e violento. Se nel sequestro di persona a scopo estorsivo c’è una certa cura della vittima, discorso diverso bisogna fare per quello con finalità di recupero crediti o intimidatorio.

Quando va bene, sono solo le costole che vengono rotte, quando va male, sono braccia spezzate come rami secchi e cacciavitate alle gambe. Fino all’osso. Il tutto condito con minacce fatte da pistole in bocca e fosse scavate dalle vittime. Nulla d’inusuale in certi mondi, nulla che non implichi anche la morte. La pineta di Castelfusano, quella che si trova lungo la strada che porta a Ostia, era e rimane uno dei cimiteri preferiti per certi “pratiche”. Banda della Magliana docet.

Un cambio di potere in una zona, dosi di stupefacente non pagate, questioni di bassa politica da strada, un “buffo” (debito) non pagato, il mancato saldo di una rata all’usuraio di zona, uno “sgaro da rimediare”. Mille i motivi di un sequestro che può durare ore o giorni. Nel silenzio di una città che a volte prende i contorni di una giungla. Da sempre.

E’ un rapimento-fantasma quello di cui parla la strada. Uno dei tanti. Un sequestro senza vittime e carnefici ufficiali ma credibile come le precauzioni che il “mondo di sotto” sta prendendo in questi giorni per continuare a “lavorare”. Anche questa è Roma, una matrioska di uomini e regole per cui la vita vale il peso di un rotolo di banconote.

 

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Stecca para per tutti

di Alessandro Ambrosini

Radio-edit: Radio Cusano Campus

All’osteria di Via Taranto pranzi e cene non sono mai uguali.

Uomini e storie si mischiano tra i tavoli che, se parlassero, racconterebbero cos’è Roma.Il Turco è il volto rassicurante di una vita che scivola tra una cacio e pepe e un mezzo litro di vino rosso. E’ una babele di emozioni sedersi a questi tavoli e scoprire che vicino puoi avere il meglio e il peggio di questa società. Una fotografia continua di come i mondi si sovrappongono davanti a un piatto fumante. E’ una terra di nessuno questa. E’ la Svizzera di Roma. Un luogo neutro, dove tutto ha i contorni della tregua.

Guardie e ladri si mischiano, come in qualsiasi altro locale della Capitale. Qui in modo più romantico, quasi romanzesco. Ex di tutto s’incontrano, parlano della Roma e della Lazio, dei fatti di cronaca, del prossimo weekend al mare. Il lavoro si lascia fuori dalla porta, qualunque sia. Qui è stato intercettato Massimo Carminati, er cecato, insieme a Luca Gramazio, consigliere comunale di una Roma spazzata via a Dicembre con Mafia Capitale.

Dar Bruttone è uno dei mille posti che ha visto la figura del “nero” stagliarsi all’uscio dell’entrata. Un locale come altri che, forse proprio per il nome, è entrato nell’immaginario mediatico come un punto d’incontro del malaffare. Non è così. L’unica colpa vera è quella di fare la miglior carbonara di Roma e di essere nella zona della cooperativa 29 Giugno, il cuore di Mafia Capitale.

E cuore è quello che batte quando mi sposto a Roma Nord, tra i palazzi della Roma bene. Tra turisti che arrivano come formiche affamate di bellezza eterna, della Capitale e del Vaticano. E’ qui, in una via colorata da decine di negozi per turisti che incontro un uomo con la barba incolta e il viso “sgarato” dalla vita, “er pescecane”. Un pedone di questa Roma Criminale, un soldato del crimine che non ha padroni ma che li serve tutti, a seconda dell’offerta. Entro in macchina e non sono solo. Due ragazzi quasi maggiorenni ci accompagnano in questa nostra chiacchierata. Silenziosi, dallo sguardo sveglio. Sono due dei suoi quattro figli. Non conosco esattamente la sua “specialità” nel sottobosco criminale ma non faccio fatica a immaginarlo dopo poche centinaia di metri.

Con la sua utilitaria iniziamo a prendere velocità inusuali, anche rispetto al traffico. Le macchine si sfiorano in uno zig zag fatto con la stessa normalità con cui ci si accende una sigaretta. Non ci sono semafori o stop che tengano, non ci sono ingorghi. Prima, seconda e via, in un continuo di sorpassi a destra e sinistra. Nessun dubbio: chi guida in questo modo può essere un rapinatore o un poliziotto, in questa città. La seconda opzione è subito scartata, la prima rimane un dubbio senza risposta. Mentre mi racconta di com’è arrivato a Roma, oltre trenta anni fa, i suoi ragazzi cercano indirizzi su Google maps nei loro smartphone. Hanno un foglio bianco tra le mani: nomi e numeri. Non riesco a vederli bene ma inizio a intuire quello che stanno cercando: strozzati, debitori, persone “sotto botta”.

Cerco di non pensarci, i “cacciatori di teste” sono una delle categorie peggiori tra i professionisti della mala. Anche se hanno gli occhi di chi non può ancora guidare una macchina.

Er pescecane mi racconta quanto sia difficile mantenere quattro figli e una moglie. Una busta paga regolare per tranquillizzare le “guardie” e il resto con quello che la strada regala: 2500 euro al mese. Pochi per sognare una famiglia del Mulino Bianco, nella Roma di oggi. Perché, anche chi delinque, dal primo caffè all’ultima sigaretta della giornata, sogna una vita normale. Guardo fuori dal finestrino e le parole del “pescecane” si perdono. Racconta di quanto il mondo criminale sia cambiato negli anni, di quanto era più “giusto” una volta. Quando per dividere i bottini delle rapine c’era lo “steccarolo”, quello specializzato nel valutare orologi, preziosi, valuta estera. L’uomo della “stecca para per tutti”. Che molte volte, così “para” non era se lo stesso si accordava segretamente con uno dei malviventi. Oggi è razzia. Le rapine sono sempre più rare perché il contante, la“fresca”, non la tiene più nessuno, neanche le banche. E poi la concorrenza è aumentata con i romeni e gli albanesi. Meglio fare il “cacciatore di teste” anche se è sempre più difficile recuperare i soldi per gli strozzini.

Tutto si cancella quando uno dei ragazzi esce dalla macchina per andare a controllare i citofoni di una casa a Cinecittà. Passa il dito tra i campanelli per individuare la “preda”. Si ferma su un nome ma il viso è sconsolato. Non è andata a buon fine questa ricerca. Era solo un parente del loro “fuggitivo”. Tiro un sospiro di sollievo, scendo e me ne vado. Non mi stupisce niente di quello che ho visto e sentito. Roma è straziata da migliaia di queste ferite. Di questi uomini che di umano hanno poco. Sono parassiti che ammorbano famiglie, uomini e donne, anziani. Fanno parte di un sistema malavitoso che uccide a poco a poco. E uccide anche loro, i loro sogni, i loro figli.

Tra cemento e acciaio questa città si alza e va a dormire ogni giorno. E’ un viaggio che non è contemplato nei depliant delle agenzie di viaggio quello che sto facendo. E’ un viaggio nell’inferno che non si vede tra le mura antiche dei Cesari. Anche questa sera, il mezzo litro di “vino dei castelli” del Turco non servirà a cancellare il gusto amaro della strada.