Real noir/ Camminando sulla cenere

di Alessandro Ambrosini

“Camminando sulla cenere” è un piccolo esperimento di real noir che trova spazio nelle pagine di Notte Criminale. E’ una storia che si ferma al confine tra una narrazione romanzesca e ciò che realmente è successo a cavallo tra il 2014 e il 2015, in una Roma immersa nello scandalo di Mafia Capitale. Quanto ci sia di vero o inventato lo deciderete voi. Dentro a questi racconti ci sono verità difficilmente pubblicabili con nomi e cognomi reali. Troppo pericoloso, troppo imbarazzante e troppo costoso in termini di avvocati. A voi la lettura, che spero sia piacevole. Tutti noi siamo avventurieri prestati alla penna, senza pretese di essere dei nuovi Le Carrè o Carofiglio, ma con qualcosa da raccontare.

 

CHAPTER 3/ IL GUFO DI PAGLIA

 Sono otto fermate. Da Re di Roma a Lepanto. Chilometri di metropolitana che strisciano veloci come serpenti nel ventre della Capitale. Flussi di persone, volti, storie che si perdono oltre i tornelli per scendere come formiche da scale mobili su cui gocciola acqua sporca. È tardi. Non ho tempo di guardarmi intorno, devo scendere veloce per prendere la prima metro che arriva. La sento. Non dal rumore ma dal vento gelido che la preannuncia e che soffia sulla banchina strapiena tra scolaresche in gita e frementi impiegati che si dirigono nelle parti nobili della città. Mi aspetta il sostituto procuratore generale Muraglia, il mio “tutor” nella giungla del crimine, il mio garante nell’intricato mondo della giustizia. Un vero esperto del settore in cui ha operato Carminati per anni, la Banda.

Quando riemergo dal sottosuolo capitolino il cielo già piange e mi copro con il cappuccio. Mi guardo intorno e dall’altra parte della strada vengo attratto da un volto già visto. Mi fermo. Sposto lo sguardo abbassando la testa e mi metto vicino all’entrata di un bar. Devo riguardarlo, devo capire dove e come si è fissato nella mia mente senza farmi notare. Giro piano la testa di 180 gradi per riuscire a individuarlo senza soffermarmi su di lui.

È alto circa un metro e ottanta, stempiato, con lunghi baffi e una corporatura magra coperta da un impermeabile nero. Avrà circa 65 anni e porta l’ombrello mentre l’altra mano è in tasca. Devo concentrarmi. Ripasso lo sguardo lentamente e il suo volto punta nella mia direzione come un cane da caccia. Distinguo gli occhi che mi fissano cercando di mettermi a fuoco. Ora ricordo, si. Ricordo tutto. È “Croupier”, uno della Banda. E tutto torna in mente mentre abbasso lo sguardo alzando la cerniera del giubbetto fino al naso. Non voglio che mi veda.

“Croupier” è stato un socio di Renatino, forse l’unica mente di quella che fu una vera holding del crimine tra la metà degli anni 70 e la metà degli anni ’90. Un cravattaro, un biscazziere, un uomo per tutte le stagioni. Infiltrato o infame a seconda della barricata, uno che giocava con i servizi segreti deviati o “barbe finte”, come si usava chiamarli all’epoca. Un criminale vero sulla via della pensione, ma come tutti quelli che venivano dalla Magliana, letali come serpenti, anche da morti. E come tutti i criminali romani, di spessore, aveva la sua base nelle vicinanze delle istituzioni. Quasi una barzelletta. Una sala giochi con biliardi e slot machine, di quelle da film anni ‘80. Posizionata tra una delle palazzine dove risiedevano i servizi segreti e il centro operativo della Dia, in via Cola di Rienzo. Il punto giusto per la persona sbagliata secondo logica, ma non per lui. L’avevo incontrato qualche anno prima e lui fu il mio battesimo del fuoco per quanto riguarda i miei incontri con la mala e i suoi ex sodali. Ciò che divenne il mio marchio.

Mi incammino con passo spedito verso il Palazzaccio e noto che lui, dall’altra parte della strada è parallelo a me. Sono io il suo target, mi aspettava.

Che vuole da me questo rincojonito al curaro? – mi domando a mezza bocca. Non mi piace rimanere con i dubbi e decido di passare la strada e chiedere direttamente a lui una spiegazione. Aspetto che passi l’autobus e attraverso di corsa tenendo la mia borsa stretta. Sparito. Guardo a destra e sinistra. Entro dentro a un paio di negozi ma niente, di “Croupier” nemmeno l’ombra. Questo vuol dire che non era solo, che qualcuno lo stava aspettando in macchina o che ho allucinazioni. Comunque sia segno orario luogo e persona sulla mia agendina, non si può mai sapere. Avere questo genere di abitudini serve sempre.

Sono Alessandro Ruiz, ho appuntamento con il dottor Muraglia- rispondo alla voce gracchiante che esce dal citofono di un palazzo maestoso e austero. Quando entro dalla porta noto che i carabinieri alla reception sono aumentati rispetto alla mia ultima visita. Mi controllano il documento e mi accompagnano fino alla porta blindata che divide la parte del pubblico da quella dei magistrati. Vecchi retaggi di una stagione che, tra terrorismo e mafia, ha lasciato il segno nel tempo e nelle strutture. Passo anche il controllo della scorta che rivedo sempre con piacere. Ragazzi simpatici e svegli, di quelli che non si lasciano prendere alla sprovvista e sanno cosa fare, con la giusta misura. Ne ebbi prova un giorno nei corridoi della Corte d’Appello, quando una donna di un clan di camorra, accompagnata da altri figuri, cercò di aggredire Muraglia. Lui rimase fermo e impassibile e la scorta si chiuse subito “a testudo”. Tutto senza fiatare, tutto come se fosse la cosa più normale. E per lui lo era sicuramente.

Non si faceva impressionare facilmente. Anni prima, dopo aver messo dietro le sbarre la Banda e aver dimostrato la tela criminale in cui avevano rinchiuso l’intera Capitale, venne pagata una taglia di 500 milioni di vecchie lire. Un “servizio”, per fortuna, che non è mai andato a buon fine.

-Entri! Entri! Mala tempora currunt, mastro Ruiz! – tuona una voce da dietro una poltrona in pelle con lo schienale alto che copre la testa.

È Muraglia. Inconfondibile. Le pareti alte, i tendaggi pesanti, i mobili in legno massiccio pieni di libri, i gufi impagliati o di ceramica distribuiti con attenzione sopra gli scaffali, una scrivania sommersa di carte e quel teschio che ricorda che prima o poi sorella morte passa per tutti. Questa è la sua tana, la tana di un lupo, la stanza di un alchimista alla ricerca continua della verità. Mentre si gira riconosco bene l’espressione di chi è a caccia di qualcosa, incessantemente, senza tregua.

-È tornato Ruiz. Non si è ancora stancato di questa città decadente, senza speranza? È tornato a rivivere i suoi incubi o l’hanno spedita per “er cecato? O per entrambi?

Muraglia sa leggere i tuoi pensieri ancor prima che si facciano parola, suono. È realmente un personaggio prismatico e sembra che tu non riesca mai a leggere tutti i lati di questa forma. C’è sempre una parte che sfugge o che emerge all’improvviso. È come se ci fosse sempre una porta segreta nella sua testa. Che si apre quando pensi di aver già analizzato ogni suo piccolo pensiero.

-Son tornato per Carminati, dottor Muraglia. Mi hanno spedito per questo “acchiappo” clamoroso, storico. Che mi dice? Ci siamo realmente?

-Per esserci ci siamo, come ha visto. Poi lei sa che non sono io a dirigere l’inchiesta e non commento mai il lavoro degli altri – mentre si liscia il farfallino con aria serafica – Ma lei spero abbia buona memoria. Lei sa bene come è nata questa storia, lei c’era quel giorno di qualche anno fa.

La ricordo bene quella sera del 2012. In quella stanza, mentre con il magistrato parlavamo di qualche omicidio eccellente, entrò un funzionario di un organismo interforze visibilmente alterato. Non badò subito a me e sbatte una copia di un settimanale che parlava di Re criminali a Roma.

-Ecco, l’hanno fatto. Ci hanno tagliati fuori e questo è il messaggio- disse con un tono deciso che mal celava la sua provenienza dal profondo sud del Paese- Avevamo microfonato tutta la zona dove aveva il negozio, la macchina, la casa. E adesso? Tutto saltato, tutto scoperto per questo articolo di merda. Questa è opera dei “cugini”. Questi ci hanno scippato l’inchiesta. Ora Carminati starà con le orecchie alte. E quando lo prendono adesso?

Non sbagliava il funzionario, ma la volontà, a distanza d’anni, ebbe la meglio su tutti i metodi che poteva usare “er cecato” per sfuggire a ogni forma di controllo e osservazione. Carminati sapeva di essere il bersaglio grosso di una caccia che però durava da anni e che non aveva mai portato a risultati concreti. Neanche quando costruirono delle prove per incastrarlo. Altri anni, altri tempi.

Guardo Muraglia con attenzione ma la sua espressione è simile alla Sfinge, il segnale che non c’è niente di mediaticamente pubblicabile. Non c’è niente ma qualcosa c’è. E non vuole dirmelo. Perché? Perché, da quando sono arrivato a Roma per cercare risposte, trovo solo domande?

-Vada Ruiz, vada. La richiamo stasera. Lasci stare Carminati e si goda un po’ la città. Tutti scrivono già tutto su questo personaggio. Si rilassi. E non passi a San Giovanni. Mi raccomando. Non le porta bene. Lasci stare i fantasmi, lo so che lei è qui per questo.

-Ma…

-Vada mastro Ruiz prima che la impagli come uno dei miei gufi- Muraglia sorride mentre accarezza uno di quei misteriosi animali senza vita- Vada e stia attento, lei ha una particolare dote nel mettersi nei guai. Lei li attira i guai!

Inutile controbattergli. Inutile dirgli che ho la mia base a San Giovanni, lo sa già. Il suo consiglio è solo per la sua coscienza, per non avere il rimorso di non avermelo detto. Ma la sua ultima occhiata prima di girarsi verso la finestra è ben più di una ramanzina, è un avvertimento.

UNA FERMATA SBAGLIATA

L’autobus sobbalza come un “tagadà” sui sanpietrini e sulle buche che si formano ciclicamente sulle strade della Capitale. Non penso sia un problema di manutenzione, penso ormai siano parte della città. Una patologia irreversibile e quasi somatizzata da chi abita a Roma.

Ripercorro con la mente quello che è successo in quasi 24 ore e tutto non ha senso. C’è un filo conduttore tra l’articolo di giornale attaccato alla porta, la presenza inquietante di “Croupier” e gli avvertimenti neanche tanto velati di Muraglia? È un mantra quello che ripeto nella mia mente: chi e come sapeva del mio arrivo e soprattutto, stanno “remando” tutti dalla stessa parte? C’è chi vorrebbe che me ne andassi e c’è chi vorrebbe che restassi, chi vuole farmi paura e chi mi avverte di qualche pericolo senza specificare niente. Guardo i passeggeri e penso che potrei essere in qualsiasi altra parte del mondo, non c’è differenza. Non c’è uniformità, è tutto così vario. Quasi sconnesso con la geografia di questo Paese. Odori, lineamenti, colori, suoni. Ma sono quasi arrivato anche se noto che l’autobus deve aver cambiato percorso negli anni. È meglio che io scenda alla prossima fermata.

Quando si aprono le porte scendo spinto dalla gente alle mie spalle e quasi rischio di cadere. Mi aggrappo a una macchina parcheggiata in quella che dovrebbe essere una piazzola per autobus e alzo lo sguardo.

Il sangue si gela in un istante, sento i battiti del cuore aumentare, i brividi freddi passarmi lungo la schiena e gli occhi iniettarsi di rabbia. Faccio qualche passo indietro e alzo la testa: Trattoria “Dar Bruttone”, cucina romana. La mia seconda casa, quando cercavo notizie e storie da raccontare della Roma criminale, quando avevo bisogno di un sorriso amico che non fosse di convenienza o di cortesia.

È anche dove non dovrei essere mai stato, dove non volevo tornare. È il cimitero della mia anima, il buio delle mie paure. E’dove tutto finì e tutto riiniziò.

Accendo una sigaretta e mi appoggio sul cofano di una macchina parcheggiata. Aspiro profondamente mentre guardo la porta in legno, le vetrine schermate, i tavolini da esterno ammassati e non ancora pronti per essere usati, vista la stagione. Sento una fitta alle costole e controllo con la mano che sia solo un riflesso condizionato dal momento. Stupidamente il mio sguardo si abbassa sull’asfalto, cercando con gli occhi una sagoma fatta con i gessetti che, dopo anni, ovviamente non c’è. Come le chiazze di sangue, i pezzi di materia cerebrale. Come la vita lasciata su quei metri quadrati, senza un senso, senza un perché, senza un colpevole.

CHAPTER 2/ BENTORNATO RUIZ !!

Sono arrivato. Non serve la voce meccanica del treno che annuncia la prossima stazione:  Roma-Termini. Lo sento nello stomaco, lo sento per quella strana tensione che mi fa scivolare il pollice e l’indice tra di loro. Un movimento che non ricordo da chi o perchè ho ripreso. So che mi capita da anni e ci gioco in continuazione nei momenti di ansia.

Non ho fretta di uscire. Sistemo i miei bagagli piano, con meticolosità:  la mia Moleskine nera fitta di appunti e ricevute, la penna con il tappo consumato, i giornali, il caricabatterie del telefono e una tau che rigiro tra le mani prima di indossarla. E’ lei ciò che mi protegge da anni. Non sono un francescano e il mio rapporto con Dio è cosa che rimane tra me e lui ma questa non è una tau normale, ha una scheggia ossea piantata nel centro, un macabro ricordo non voluto, non cercato. E’ il segnalibro di un momento indelebile, pesante, sfocato come il ricordo di istanti che sono diventati secoli nel mio cervello-frullatore.  Ho un borsone capiente, da chi si aspetta una maratona e non una gara sui cento metri. Dentro non ci sono solo vestiti, ci sono anni di articoli sul Nero, le mie provocazioni, le mie accuse, volti senza nomi e nomi senza volti che collegati potrebbero mettere fine a un gioco che dura da tempo.

Scivolo veloce dal treno con la sigaretta in bocca già accesa nel primo metro. Ho bisogno di distendere i nervi e immergermi nel caos incontrollato di una nuova Babilonia.

Ahooo Ruiz…fratè. Daje che i vigili me “bevono” se me fermano.

La sua voce è inconfondibile, come la vitalità che trasmette: è “il Biondo”, il mio inconsapevole Watson in questa giungla di storia e cemento.

Uè Biondo, dai andiamo che non ho voglia di vedermi sceneggiate pietose appena arrivato. Filiamo a Re di Roma diretti che devo farmi dare la stanza, ho fame e sono stanco.

Bentornato Ruiz, è bello riaverti qui. Porti sempre un sacco de problemi ma me mancavi. Chiudendo la frase con un abbraccio dei nostri, di quelli che vanno oltre il significato stesso.

Gli avambracci che si incrociano e si stringono sono molto più di un saluto, sono una promessa rinnovata ogni volta tra di noi. Non è consuetudine o cortesia, è la certezza che comunque sia l’uno sarà sempre affianco all’altro.

Il Biondo conosce bene le strade e le stradine per arrivare in pochi minuti a destinazione. Lui non guida lo scooter, lo “porta”. E’ diverso, è una peculiarità di chi la strada la mangia tutti i giorni a tutte le ore e con traffico sempre ad alta densità. Con le ruote che piegano a destra e sinistra tra le macchine sfiorandole, aggredendo ogni piccolo spazio che si può trovare per passare e anticipare semafori, automobilisti e pedoni. Guardo la strada e non dico una parola mentre lui cerca di riassumermi ciò che è successo negli ultimi anni. Sono affascinato e impietrito davanti a quel passato che ritorna e riassaporo il gusto del sangue che mi riempì la bocca una notte di primavera. Giro lo sguardo e vedo la Coin di San Giovanni. Bentornato a casa Ruiz.

Il bed & breakfast è accogliente anche se è posizionato in una stradina secondaria senza grande illuminazione. Lo gestisce una ragazza dai capelli corti e rossi, una del genere alternative-chic. Piecing e taglio sbarazzino ma sicurezza e professionalità di chi conosce il suo business, non il suo mestiere. La stanza è perfetta per diventare la mia tana, non affaccia sulla strada ma su un cortiletto interno ad uso e consumo degli ospiti, la scrivania è un po’ d’annata ma è pulita e calda.

Tutto apposto Ruiz, annamo che ho fame!

Il Biondo non sa aspettare, ha sempre quella fretta di chi vive ogni secondo della vita come fosse l’ultimo. Un caso quasi “umano” che avevo conosciuto un decennio prima mentre usciva da una sala scommesse. Un ragazzino “sveglio” che ho visto crescere in una Roma che non concede i giusti ritmi, li esaspera fino a creare uomini ancora senza barba. E’ un trampoliere della vita. Si barcamena, si “arrangia”, si “inventa” ogni giorno per sopravvivere. E’ figlio di una città che ti lascia nel limbo appositamente per crescere leone o gazzella. Lui forse non è nessuno dei due, forse è solo “il Biondo”, con degli occhi azzurri buoni e una passione senza fine per la politica di strada. Rigorosamente a destra, rigorosamente militante. E a Roma, militante, è una parola che racchiude un senso diverso rispetto a qualsiasi altra parte d’Italia. L’ultima volta che lo vidi, anni prima, mi stava urlando in faccia frasi che non sentivo, mentre ero disteso sul selciato pieno di sangue e pezzi di cervello. L’ultimo volto amico prima di perdere i sensi.

 

Mi sveglio con un leggero mal di testa e guardo l’orologio del cellulare: 8.30. Non so nemmeno io di quale giorno. Ho dormito troppo poco per colpa del Biondo che mi ha fatto il riassunto della sua vita nell’arco di tre birre. Sicuramente una punizione divina per qualche mio peccato che ho rimosso.

Accendo la tv e sento la porta della camera muoversi come se si fosse appoggiato qualcuno. Mi alzo e la apro senza pensarci. Non c’è nessuno. Guardo bene il corridoio senza risultati, nessuno. Mi giro e sulla porta è affisso l’articolo di un giornale, lo riconosco, lo strappo e me ne torno in camera con il gelo che mi scorre nelle vene. Un fantasma del passato è tornato. Potente e doloroso. La foto nel corpo centrale dell’articolo l’ho vista e rivista centinaia di volte. Quelle gambe e quelle scarpe che uscivano da un telo bianco erano state il mio inizio e la mia fine.

Barcollo per un paio di secondi e mi accorgo che i miei piedi nudi stanno calpestando cenere. Nera, densa, pura. Mi siedo sul letto e mi accendo una sigaretta non curante dei divieti sparsi sulle pareti della camera.

E’ un messaggio limpido quanto oscuro quello che ho tra le mani. Ma perché ora? Per quale motivo riaprire una pagina del mio passato così, chi si è preso l’onere di venire fino alla mia porta e come sa che sono qui. Adesso.

CHAPTER 1/ SCACCO AL RE NERO

  • Pronto

– Ruiz, sono Franz. Hanno arrestato il tuo “amico” Carminati. E’ appena uscita l’Ansa. Che ne pensi di andare nella Capitale a fare qualche intervista e a sondare il terreno per capire cosa sta succedendo?

E’ il 4 Dicembre 2014

Leon,è un cane meticcio nero dal carattere anarchico, cresciuto sui gradini di un centro sociale occupato  tra fumogeni e grigliate. Tira forte il guinzaglio che si tende come una corda di violino e mi costringe ad accelerare il passo. Non vuole distrazioni da parte mia durante la sua passeggiata e sembra quasi volermi portare via da quella chiamata improvvisa.  Come se intuisse che mi trascinerà via da lui, per qualche settimana o qualche mese.

Ascolto, parola per parola.  Sono concentrato. Assorbo lettera per lettera, ogni inflessione della voce, ogni pausa del direttore che racconta tutto il dispaccio d’agenzia. Sono sul pezzo, come mi ero sempre immaginato nel corso degli anni. Ogni volta che prendevo il 14 verso Largo Preneste avevo girato la stessa scena nella mia testa, le stesse sequenze ritmate dal suono delle sirene e dalle luci dei lampeggianti.

Il Re tra i Re, del mazzo criminale romano, è caduto.

Ed è successo come l’avevo descritto mesi prima. In un articolo battuto velocemente sul computer in una panchina a Trastevere. Una fredda analisi rispetto a ciò che avevo notato in alcune “piazze calde” della Capitale, qualcosa che mi aveva procurato più di qualche grattacapo con la Procura di Roma.

Ruiz, lei non deve più scrivere di Carminati, l’avverto prima che la inseriamo nel registro degli indagati” mi disse una voce secca e decisa, il classico modo per istigare una testa di cazzo come me a non seguire questo diktat. Un monito che aveva un “non velato” retrogusto di minaccia. Una voce fuoricampo che durò il tempo di una sigaretta fumata nel “silenzio romano” davanti a una finestra.

  • Direttore, mi faccia fare un biglietto del treno e mi prenoti una stanza in un bed & breakfast in zona San Giovanni o lì vicino.  Sarò a Roma in 24 ore. E’la fine di un’era. Ci divertiremo.

  • Non troppo Ruiz. Non troppo che non abbiamo l’assicurazione sulla vita per te.

– Non si preoccupi, se non mi ha ammazzato il clan di “O’pazzo” non lo faranno certo altri.

Chiudo la chiamata e mi accendo una sigaretta. Un “chiodo di bara” che dovrei dimenticarmi ma l’occasione è di quelle speciali.

Il giorno dopo, alle 15 in punto, dalla banchina della stazione di Padova, il treno per la città eterna parte con il suo carico variegato di esseri umani. Dagli studenti che si fermano a Bologna ai professionisti in giacca, cravatta e trolley che vanno a caccia di uomini che contano dentro ai ministeri. “Cacciatori” di quelle teste che detengono il vero potere in Italia e che si nascondono in stanze illuminate da neon consumati. Detentori di vita e di morte per aziende e professionisti.Umanità che si muove, che crea energia, che rimane viva nonostante la morte annunciata di un Paese ferito sotto scandali e misteri, da oltre 50 anni.

Mi sono messo nel posto vicino al finestrino anche se il mio biglietto dice altro. Devo pensare. Organizzare mentalmente come muovermi quando sentirò l’aria pesante e calda della stazione Termini, quando riprenderò i fili di matasse lasciate sospese anni prima. Fili di sangue e dolore sotterrati nella mente dal tempo, dalle rughe sul mio volto e da litri di intrugli alcolici e ansiolitici.

Fili legati ad una cara amica,  una collega. Una storia che fatico sempre a ripercorrere nella mia mente, come fosse un tabù, come fosse quello che in realtà è stato: la fine di una delle mie tante esistenze.  Una vita che scivolò tra le mie mani in una sera di primavera, in una Roma dove si sparava troppo spesso, dove si moriva a colpi di pistola ogni settimana, dove Prefetto e Procuratore generale negavano l’esistenza di una guerra organica ai nuovi assetti criminali. Gli unici a non vederli, gli unici a seguire colpevoli casualità e fatti slegati tra loro.

Lo sguardo si perde sui paesaggi che passano veloci davanti al finestrino. Le immagini si deformano con la velocità e la mente ne plasma altre. Come i flashback nei film. Un flashback fatto di sangue e sirene. Rivedo i volti segnati, le strade e le piazze, le mani. Quelle che stringono pistole, che stringono altre mani, che contano soldi, che rimangono senza vita sull’asfalto, che chiudono manette, che asciugano lacrime. Guardo uno dei giornali che ho depredato nell’edicola della stazione e il viso del “cecato” è lì, in prima pagina, mentre esce da una caserma dei carabinieri in manette tra le luci blu delle gazzelle. Colpo grosso dell’Arma e del nuovo Procuratore generale di Roma, un tipo tosto che viene dalla Calabria, con qualche ombra ma molte luci.

“Er cecato, er nero, Samurai. Troppi nomi inventati da cronaca e cinema per capire veramente Massimo Carminati- ripeto tra me e me – Troppa letteratura senza cercare oltre quella foto segnaletica. Chissà quale sarà l’impianto accusatorio, chissà se avranno capito veramente chi è Massimo Carminati. Peccato non essere riuscito ad incontrarlo, mi mancava poco per poterlo vedere e “pesarlo” come faccio di solito”. Per mia deformazione non intervisto i criminali che incontro, li studio. Da Vallanzasca agli ex della Banda della Magliana fino a quelli della Mala del Brenta. Un grande archivio mentale di camei. Particolari, storie, dettagli che non sarebbero mai usciti con un microfono davanti a quelle bocche. Sempre pronte a cucirsi o a raccontare ciò che già sai. Uomini sempre pronti nascondere la loro vera natura con modi affabili e innocui. Sempre figli di storie dure come i muri spessi delle carceri che hanno visitato.

Mi chiamo Alessandro Ruiz e sono Ruiz per tutti. Ho la faccia da delinquente o da guardia in borghese, a seconda di chi la guarda, la studia, la odia. Sono un quarantenne con troppa vita addosso, appiccicata sotto le suole delle mie Stan Smith consumate, sul mio giubbetto antipioggia e sulle tasche lise dei jeans. Porto dei Ray Ban neri come se fossero le mie lenti d’ingrandimento e il mio rifugio rispetto al mondo criminale che bazzico da una vita. Mi danno un contegno, più inventato che reale. Quasi il clichè di un mondo sotterraneo, solo per chi non guarda con attenzione la realtà. Professione reporter, di quelli che giocano con i confini. Un borderline per definizione, per destino, per attitudine, per dimestichezza nello stare a mio agio a contatto con tutto ciò che una persona sana di mente eviterebbe accuratamente. E io sano di mente non lo sono mai stato veramente o sono solo un sognatore indefesso. Cosa sogno? Di non vivere mai un giorno uguale all’altro. Il mio incubo? Raccontare la realtà che altri vogliano che sia raccontata. Questa è la mia storia che sembra un film, questo è un film che sembra una storia vera.