Nero Veneto

Nero Veneto è una rubrica che tratterà i temi più scottanti della cronaca vicentina e regionale. Con occhio critico, senza filtri e con la massima limpidezza, faremo inchieste e analisi del fenomeno criminale che si annida, da anni, nel nostro territorio. Senza ipocrisie e senza schemi mentali usualmente usati. Solo esperienza e attività “sul campo” che daranno una nuova visione a ciò che ci circonda.

 

 

concerinacristina-2La narcopelle di Montebello, tra verità e misteri

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 19 dicembre 2018

A distanza di un mese, restano ancora moltissimi i punti oscuri del maxi sequestro avvenuto nella valle del Chiampo. Il valore della droga, anziché 80, sarebbe circa 21 milioni“

E’ una storia densa di misteri quella della cocaina trovata nella conceria Cristina a Montebello, quasi un mese fa. Le cose certe non sono tantissime, ma sono comunque rilevanti per cercare di dipanare la matassa.

Sono uno dei carichi più grossi ritrovati in Europa quest anno, sono quasi certamente stati trattati da un broker della ‘ndrangheta, vengono da una tratta conosciutissima dalle varie agenzie americane e dalle polizie europee, l’odore della pelle conciata in territorio brasiliano è il miglior modo per celare ai cani antidroga la cocaina stessa, un metodo non certo nuovo e certificato come “sicuro” dalle organizzazioni criminali da anni.

La zona d’arrivo, la valle del Chiampo, era molto probabilmente l’esatta destinazione del carico. E’, infatti, certamente improbabile che, se la destinazione fosse stata diversa, il carico di droga non sia stato “svuotato” nel porto livornese visto che è rimasto fermo per dei giorni. Altro punto certo è che il container, rimasto sigillato per trentatré giorni nel piazzale della conceria, è una consuetudine per chi lavora il pellame nella zona. Potrebbe essere rimasto anche di più se la pelle non fosse servita per qualche lavorazione.

Quali sono quindi i misteri e i dubbi di questa vicenda?

Innanzitutto l’errore umano in questo caso ha una percentuale bassissima di probabilità. Bisogna sapere che questi carichi così importanti sono gestiti dalla trattativa per il prezzo e le condizioni alle rotte, dal trasporto all’incasso da “broker” della cocaina affiliati direttamente o indirettamente alla ‘ndrangheta calabrese. Sono uomini che quasi mai hanno a che fare con la sostanza che trattano, operano con telefoni satellitari criptati e spostano quintali e tonnellate di droga in giro per il mondo. L’errore è difficilmente contemplato da chi opera per questi padroni del mercato sotterraneo, non ci sono punizioni intermedie alla morte quando si perdono carichi di questo genere. E il perché è facilmente comprensibile. Infatti, come in tutte le transazioni commerciali di merce, la droga viene “assicurata” dal venditore con percentuali di rischio che sono divise con il compratore fino all’arrivo della droga nel porto d’arrivo. E’ evidente quindi che, se l’errore c’è stato, è stato in percentuale pagato anche dal broker. E perdere 700 chili di cocaina pura non è certo una svista perdonabile per chi pesa la vita come pesa i soldi.

E’ difficile anche che nessuno si sia accorto dell’errore nella tratta tra il Brasile e Valencia. E’ infatti ovvia consuetudine, che un carico di questo valore, sia controllato da vicino all’interno della nave. Solitamente dal capitano della nave stessa o da alcuni uomini dell’equipaggio. I broker calabresi sono così potenti che uno di loro, il più famoso, Roberto Pannunzi detto Bebè, comprò una nave intera per i suoi traffici, con equipaggio “selezionato”.

Altro punto da chiarire è il perché questi settecento chili di cocaina siano stati abbandonati una volta sbarcati in Italia. Non c’è certezza di chi siano i compratori, ma qualche supposizione si può fare. Essendo comunque pura, aspetto fondamentale, è abbastanza probabile che il carico fosse diretto a chi ha la possibilità e le capacità per raffinarla, per “tagliarla” nelle giuste percentuali. E’ molto probabile che gli stessi compratori non siano “rampanti” Montana e che non sia la prima volta che la acquistano. Quindi, il fatto che non l’abbiano recuperata, fa pensare che fosse in conto vendita. Privilegio dato a pochi.

Chi quindi può essere il destinatario se non uomini delle cosche calabresi del nord Italia? Se fosse stato un grossista fuori dalle cosche, avrebbe cercato di recuperare in ogni modo il carico di stupefacente per non perdere milioni di euro già versati. Ma così non è stato, a quanto dicono. C’è stato sentore che il carico fosse monitorato dalle forze dell’ordine? Qualcuno ha voluto far ritrovare il carico? Non è una supposizione molto credibile anche se, altre volte, uomini-cerniera tra criminalità e parti dello Stato hanno interagito per sequestri di rilievo. Con finalità sempre poco chiare.

La vicinanza della conceria Cristina con il veronese, vera enclave della ‘ndrangheta, è sicuramente uno dei campanelli d’allarme più forti per queste supposizioni e un punto forte che darebbe una certezza sulla destinazione del carico.

Il valore della cocaina ritrovata è da chiarire.

Le notizie trapelate han parlato di un valore sugli 80 milioni di euro. Quanto si pagano settecento chili di droga purissima dal Sudamerica? Che sia prodotta in Perù o in Colombia poco importa, il costo al chilo “nella foresta” varia tra i mille e i millecinquecento euro (In Afghanistan costa 700 euro al chilo, quella che passa dalla Croazia 1500 euro, 1000 dalla Turchia). Nel porto dove è imbarcata, e quindi quando passa la dogana, il costo lievita a 3000 euro il chilo. Al porto di destinazione il rialzo arriva fino ai 5000 euro per poi essere venduta dai “calabresi” a un costo che varia tra i venti e il trentamila euro, il chilo. Questo ovviamente quando la droga ha una purezza alta, come nel caso del carico vicentino che era al 92%. Una percentuale all’arrivo che certifica un costo totale di 21.000.000 di euro, circa. La cocaina con quella purezza non è vendibile, è talmente forte che potrebbe uccidere. Per renderla “usabile” bisogna “tagliarla” con una proporzione di uno a quattro. In questo modo diventa di ottima qualità, da elite. E’ con successivi tagli, sempre con la medesima proporzione, che la coca diventa un prodotto “di strada”, venduto dagli ottanta ai 40 euro il grammo. A seconda della zona.

Per capirci, con un taglio “normale” sono usati poco più di cento grammi di cocaina pura per farne un chilo venduta per strada. Proporzioni da brivido se teniamo conto che un taglio “normale”, molte volte è ulteriormente tagliato. Sempre con proporzione uno a quattro. Per questo i costi variano da città a città. Se a Bolzano costa sui 3000 euro il chilo, a Milano, zona Rogoredo, la puoi pagare 4500 euro. Il carico di Montebello quindi avrebbe avuto un valore ancora inferiore ai 21 milioni di euro se i compratori fossero delle cosche calabresi del nord. Per questo motivo, il sequestro avvenuto, a livello economico per chi ha comprato, è stato un grosso danno, ma non irreversibile. E probabilmente già sostituito con un nuovo quantitativo. Se qualcuno nella conceria fosse informato di cosa c’era in quel container, se il carico fosse destinato a un’altra conceria, se fosse stato “abbandonato” per il dubbio che fosse monitorato, solo il Ros potrà definirlo con certezza. E ci vorranno mesi o anni.

sante sguotti-2Ancora guai per “don” Sante Sguotti, in versione amministratore di condominio

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 17 dicembre 2018

Quante volte, chi vive in condominio ha avuto screzi o qualcosa da ridire con l’amministratore di condominio? Sicuramente questa figura professionale è una delle più delicate nell’ambito abitativo. E’ il vertice in cui si accumulano problemi e problematiche che interessano cinque, sei, dieci o più nuclei familiari. Un mediatore per definizione, un risolutore di problemi preparato e competente.

A Vicenza, in un condominio di Via Medici, sembra non sia esattamente così, che i requisiti richiesti siano stati tutti disattesi da una società padovana, il cui titolare e amministratore del condominio stesso non abbia esattamente le carte in regola. Non è certo qualcosa di incredibile al giorno d’oggi. Millantare competenze non è esattamente una notizia, rientra in quei reati che sono posizionati nelle parti basse dei giornali, dentro a box anonimi. A rendere tutto più interessante però, è proprio la storia di questo presunto amministratore e il suo fantasioso modo di condurre un condominio. Il suo nome è Sante Sguotti, per le cronache conosciuto come “Don” Sante Sguotti.

Chi è

Ex prete, ex imprenditore occulto, ex camionista e ora concentrato nell’ambito dell’amministrazione di condomini con la Unpercento srl, di cui è amministratore unico. L’ex prete della Parrocchia di Monterosso d’Abano, in provincia di Padova, è stato il protagonista di uno dei casi più eclatanti di “superamento” delle leggi ecclesiastiche in Veneto. Alcuni anni fa, infatti, ebbe un figlio da una parrocchiana con la quale aveva una relazione. Fatto che gli costò una scomunica da parte della Chiesa e l’estromissione dal suo ruolo. celebrò addirittura un matrimonio (ovviamente invalido), nonostante non fosse più un ministro di culto. Fondo’ poi la “chiesa dei peccatori”, che peraltro ha la medesima sede legale della Un per cento srl. Non per ultimo, pubblicò un libro sulla pedofilia e, più di recente, difese a spada tratta Don Contin, suo amico.

Uno scandalo “di provincia” in una regione “bianca”

Amico dell’ex arcivescovo Milingo, ha interpretato la missione di Ministro di Dio in modo molto borderline. Fino a scivolare in una condanna in primo grado, ora impugnata da lui in appello, per truffa aggravata ai danni della Regione Veneto finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche e falso ideologico. Una sequenza di reati che è costata all’ex parroco una sentenza di un anno e sei mesi di reclusione, mille euro di multa e il risarcimento del danno in favore della Regione e della fondazione Cariparo di 36.000 euro che erano stati erogati per dei lavori in Chiesa mai avvenuti. Un sottrazione ai due enti fatta tramite una società, la Ecoedil, con a capo un prestanome del “don”, un “imprenditore edile” di origine ghanese. Un meccanismo semplice fatto di fatture false e lavori mai svolti: la chiesa rimaneva com’era, le fatture della fantomatica ditta venivano pagati dai due enti e i soldi finivano al Sante Sguotti. Questa la verità giudiziaria del primo grado.

Professione amministratore?

Ora, smessi i panni di sacerdote e indossati quelli di marito e padre, Sguotti ha rilevato ben sei condomini a Vicenza, “ereditati” da un amministratore accusato di aver avuto una gestione “allegra” dei palazzi. Con ammanchi mai giustificati. Un comportamento che, alcuni abitanti del condominio Medici, temono di riscontrare anche nella gestione-Sguotti. Omissioni e mancanze tecnico-morali che hanno portato alcuni condomini a rivolgersi al Tribunale di Vicenza con l’avvocato Silvia Panozzo, per rimuoverlo dall’incarico. La prossima udienza sarà a febbraio. Stando agli atti nell’ultima riunione con i condomini l’ex Parroco ha addirittura proposto, ponendolo all’ordine del giorno, di occupare abusivamente un appartamento di un condomino, reo di essere moroso nelle spese condominiali, e di appropriarsene per farlo diventare un magazzino condominiale. Una proposta che si traduce in molteplici reati e che dimostra una pericolosa leggerezza da parte di chi dovrebbe essere il tutore della legge all’interno del palazzo. Cosa si inventerà ora l’ex parroco, che ovviamente contesta le accuse?

sgombero2-2La triste e strana storia dell’esproprio lampo della famiglia Minuzzo

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 8 dicembre 2018


Il racconto di quanto avvenuto ieri in via Caribollo a Marostica: per 12mila euro gli allevatori hanno perso la casa dove erano nati

Alle otto di ieri mattina, a pochi chilometri da via Caribollo a Marostica, un blindato dei carabinieri stava aspettando ordini per intervenire, se ce ne fosse stato bisogno, per dare esecuzione allo sfratto di Angelo Minuzzo, la sua famiglia e le sue mucche. Era stato lo stesso allevatore a minacciare azioni eclatanti e autolesive se gli avessero espropriato la sua abitazione, la stalla e il suo terreno. Un gesto che non è avvenuto sia per la presa di coscienza dello stesso Angelo che per la presenza dei familiari che hanno evitato ogni degenerazione di una vicenda strana e assurda.

Una vicenda che, da giugno, ha visto una rapidissima fine giudiziaria nei fatti di ieri. In questa zona, circondata da vigneti e prati, il freddo era più pungente del solito. Lo sfratto di una famiglia è sempre qualcosa che colpisce molto da vicino l’immaginario della gente. È qualcosa che ogni abitante della zona vive sulla propria pelle come se lo sfratto riguardasse loro. Comprensibile. Meno comprensibile, ma spiegabile con una riservatezza molto veneta, le finestre chiuse e il silenzio che ha avvolto la zona.

Ufficiale giudiziario, operatori sanitari per il bestiame, fabbri per le serrature e la famiglia Minuzzo con lo sguardo verso una casa che ha visto i natali di Angelo e dei suoi figli, il lavoro e la fatica di anni, cancellati da un’ordinanza senza possibilità di replica.

Questo era lo scenario, con il capofamiglia ancora con i suoi stivali di gomma e quello sguardo di chi non vuole vedere la realtà dei fatti. Gente semplice i Minuzzo, gran lavoratori da sempre e da sempre molto legati alle loro mucche che, anche ieri mattina, mentre l’ufficiale giudiziario fotografava le stanze della casa, “paron” Angelo mungeva, noncurante di ciò che gli stava succedendo intorno. Una prassi dolorosa, una prassi secondo legge. Una prassi che però lascia dei dubbi all’avvocato Rossetto, legale dei Minuzzo, proprio nella aggiudicazione dell’asta. In un modo che ha escluso i Minuzzo dalla possibilità di riprendersi la propria casa. Una casa che ha acquisito regolarmente uno dei suoi vicini, forse più interessato ai 30.000 mq di terreno che al resto.

Non sono solo campi buoni per il pascolo delle mucche quelle dei Minuzzo. Vallonara è infatti una zona di vitigni e uliveti di qualità. Tanto che a poche centinaia di metri anche Renzo Rosso, il patron della Diesel e dell’LR Vicenza  ha la sua Diesel Farm dove produce “il rosso di Rosso”. Ma questo poco conta per “paron” Angelo e le sue mucche che han dovuto essere trasferite in una stalla di un amico di famiglia, almeno per alcuni giorni. Non tutte, visto che quelle che non erano da latte sono state portate al Macello Comunale.

Una storia di colpe che si rimbalzano ma che in quote diverse interessano tutti, istituzioni comprese. Visto che nessuno è riuscito a frenare l’iter giudiziario che, guardando la cronaca di tutti i giorni, risulta stranamente repentino. Giusto secondo i codici, ma repentino. Troppo. Colpe che la famiglia Minuzzo ammette e spiega con una mentalità basata sul fare e non sulla burocrazia. Una colpa che andrebbe analizzata anche con i professionisti che hanno seguito la famiglia in questo iter, per avere più di qualche spiegazione.

Su quale sarà il futuro di “paron” Angelo, la sua famiglia e le sue mucche da latte non è al momento una risposta decifrabile. Nemmeno il sindaco di Marostica, Matteo Mozzo, ha saputo dare una risposta dicendo solo che: “al momento non voglio dire niente perché ci sono trattative in corso” e che “i Minuzzo non hanno le specifiche adatte per essere aiutati dai servizi sociali”. Trattative che non trovano riscontro nei fatti. In un paese come l’Italia, dove si parla ogni giorno di dignità, di lotta alla povertà e all’indigenza, perdere casa e lavoro in un giorno di dicembre per una somma di dodicimila euro, fa riflettere. Tutto rimane fissato in quelle finestre chiuse, nelle serrature cambiate, nello strazio del pianto di animali che sono stati trasportati in catena verso la morte. Un pianto verso il nulla, verso l’indifferenza davanti al gusto amaro di una giustizia senza anima.

via caribollo-2Sgombero della fattoria, il Governo vuole vederci chiaro

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 6 dicembre 2018

 

La vicenda della famiglia Minuzzo, di Marostica, dai tavoli della polizia a quelli di Palazzo Chigi. Domani prevista l’azione delle forze dell’ordine

E’ una storia di provincia quella di Angelo Minuzzo, allevatore e agricoltore di Marostica. È una storia di debiti creati indirettamente dalla crisi economica che ha travolto tutta Italia. È una storia di legge e di cuore, che non sempre coincidono e che, a ben vedere, disegna la realtà in modo freddo e senza il minimo senso della ragione. Angelo è uno dei tanti allevatori e agricoltori che abitano in provincia di Vicenza, un sessantenne nato e vissuto nella sua fattoria a Vallonara, in via Caribollo.

Non è un grande allevamento il suo, ma è tutta la sua vita.

Ventiquattro mucche di cui solo la metà producono il latte. Attività, quella della produzione, che ha visto i prezzi crollare in modo repentino con l’arrivo del latte dagli altri paesi europei. Un mondo delicato quello legato all’agricoltura, che vive di equilibri economici molto sottili. E questi equilibri, per Angelo, si sono rotti quando gli imprevisti sul lavoro e in famiglia hanno deciso di presentarsi nel medesimo momento: un finanziamento per l’acquisto di un macchinario agricolo da cambiare e il licenziamento del figlio, padre di due figli, dal suo posto di lavoro.

Azioni e conseguenze che si sono trascinate nel tempo e che han visto arrancare l’agricoltore fino al momento in cui non ha potuto più ottemperare alle rate di un finanziamento. Dodicimila euro che, con effetto domino, hanno fatto scattare il rientro immediato di un secondo finanziamento che aveva con un’altra banca. Non c’è stata nessuna possibilità di trattativa per ridurre le rate, tutto doveva essere saldato. Un conto totale di centodiecimila euro che sono bastati per mandare all’asta senza incanto la sua casa colonica, acquistata da un suo vicino per un valore di gran lunga inferiore alla sua quotazione. Tipologia di asta che non ha permesso il rilancio da parte di Angelo alla proposta del nuovo acquirente.

Tutto secondo legge. Inutili anche i ricorsi fatti, tutti regolarmente respinti e che han visto una particolare severità nell’ottemperanza delle regole. Regole che in Italia sono state interpretate, molte volte, in modo soggettivo. Ma non è questo il caso. Infatti il rigore del giudice per l’esecuzione, la dottoressa Silvia Saltarelli, è irremovibile nella volontà di rendere esecutivo lo sfratto con l’uso delle forze dell’ordine. Anche contro il parere delle stesse. Che solitamente lasciano passare tre “accessi”, tre visite con l’ufficiale giudiziario prima di intervenire con il reparto mobile.

Tre “visite” per cercare una soluzione bonaria che, in questo caso, ci sarebbe da parte del signor Minuzzo. Una severità precisa e punitiva, tanto da aver emesso delle disposizioni anche nei confronti delle forze dell’ordine se non ottemperassero alla sua ordinanza. Un diktat a cui nemmeno il questore può sottrarsi. Nel frattempo l’avvocato e Angelo hanno scritto a varie istituzioni, minacciando il suicidio se tutto verrà portato a termine secondo codice.

A rispondere indirettamente, nella giornata di ieri è stato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha chiesto alla questura di Vicenza ulteriori informazioni sulla questione, sollecitando particolare attenzione al caso. Domani, se non ci saranno dietrofront dal tribunale, il reparto mobile della polizia dovrà forzatamente dare esecuzione dello sfratto non solo della casa ma anche dei propri ricordi, dei propri affetti vissuti tra quelle mura.

Dovrà liberare la struttura anche delle mucche, contro il parere del veterinario, che ha sottolineato che la mancata mungitura per due volte al giorno potrebbe sentenziarne un rapido decesso. Una storia di provincia questa, una storia dove la ragione e l’umanità dovrebbero pesare sulla bilancia della giustizia. Una storia che non vorremmo mai descrivere in modo più tragico. La giustizia è equilibrio, è legge che viene applicata. E’ però anche ragionevolezza e lettura delle situazioni per come si presentano e non solo per come esiste nei codici.

 

albero caduto 2-2Albero di Natale segato a Roana: non vandalismo ma un grido di protesta

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 30 Novembre 2018

La gente dell’altopiano è nota anche per il rispetto verso i simboli tradizionali e per gli alberi stessi. Soprattutto dopo il disastro dell’ottobre scorso. Ciò che viene descritto come atto vandalico, proprio vandalico non è

Ci sono fatti che hanno due chiavi di lettura. Non sempre è tutto così chiaro e limpido. Una lezione che si impara nel corso della vita e che nell’informazione è fondamentale.

È ciò che si può riscontrare nella notizia dell’albero di Natale di Roana, abbattuto la scorsa notte e registrato dalla cronaca come atto vandalico. Una lettura forse un po’ troppo facile e leggera per essere archiviata come bravata o vandalismo.

A prescindere da quello che diremo in seguito ci sono dei fatti oggettivi che dovrebbero far riflettere su questo atto simbolico. È evidente infatti che l’albero sia stato tagliato da una motosega e che in un piccolo centro come Roana, il rumore della stessa nel cuore della notte, avrebbe svegliato non solo il centro del paese ma anche tutte le frazioni intorno. Oltretutto, chi conosce la gente dell’altopiano, sa benissimo il rispetto che la popolazione ha per i simboli tradizionali e per gli alberi stessi. Soprattutto dopo il disastro dell’ottobre scorso. Ciò che viene descritto come atto vandalico, proprio vandalico non è.

Questo è un grido di protesta. Forte e deciso. Che va oltre le parole che possono essere dette o scritte.

È un grido di chi non riesce a farsi ascoltare da chi governa le priorità di intervento nella zona. E non certo a livello locale. È un grido di chi non vuole camminare su un milione di metri cubi di legname aspettando di vederlo marcire a primavera, quando le muffe degli alberi faranno il loro corso e inizieranno a consumarli, producendo pericoli di altro genere. Chi vive in quelle zone sa benissimo che non c’è tempo di aspettare fondi europei per intervenire, sa bene che non servono alberi di Natale che sensibilizzino i turisti che arriveranno o che facciano fare marketing ad aziende che non hanno certo bisogno di pubblicità “buonista e a buon mercato”.

Ciò che serve agli “uomini di montagna” sono motoseghe che operino giorno dopo giorno, tecnici che coordinino i lavori e che mettano in sicurezza la zona. E non solo di Roana. Nessuno di questi autoctoni nega ogni forma di aiuto ma “siamo abituati a farci le cose da soli e se qualcuno vuole darci una mano deve darci i mezzi per fare, non per creare immagine”. Una presa di posizione critica e comprensibile quando si parla degli interventi immediati per garantire il turismo stagionale invernale e non della messa in sicurezza delle zone che sono fuori dalla zona sciistica. Un comparto, quello del turismo, che a detta di alcuni commercianti della zona non tocca più del 5/10 % dell’economia dell’altopiano.

Ecco, forse, il vero significato di quell’albero di Natale tagliato in piazza a Roana. Un messaggio diverso, una lettura ben più importante di un semplice e deprecabile atto vandalico. Una lettera aperta per chiedere rispetto per l’ambiente e per chi abita in quelle zone. Un grido che arrivi sia a tutti quelli che amano quei paesaggi e sia a chi riconosce in quelle zone un patrimonio ambientale, sociale, politico ed economico.


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