Il Patto Veneto

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Storia senza filtri di una presunta Trattativa Stato-mafia avvenuta tra la pianura e la laguna veneta. Una delle tante, forse la più clamorosa e nascosta. Con l’unica organizzazione mafiosa autoctona nel nord-Italia, la Mala del Brenta, una parte dello Stato ha organizzato coperture eccellenti e depistaggi per dare la possibilità al boss Felice Maniero di tessere la trama di un sistema studiato a tavolino. Nessuno è esente da colpe, tutti hanno avuto un ruolo più o meno evidente, più o meno documentabile. La certezza è che, la striscia di sangue lasciata, riemerge oggi da una terra che vuole e ha bisogno di verità.

 

Dalla cattura di Maniero a Capri alle “evasioni vietate”

di Alessandro Ambrosini

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1994. Sei anni dopo la caduta del muro di Berlino. Due anni dopo la tempesta di Tangentopoli. Due anni dopo le stragi mafiose di Capaci e di Via D’Amelio.

1994. Veneto. Periferia ricca di un’Italia che ancora risentiva positivamente del boom economico del decennio precedente. Non erano più i tempi in cui il 75% dell’oro mondiale era lavorato nelle sue province ma crescevano a dismisura alcuni comparti che esportavano più di quanto prodotto. Stranezze da ubriacatura di un successo che non sembrava dovesse finire mai.

Le fabbriche lavoravano giorno e notte, camion e container erano in perenne movimento e il Pil della regione era tra i più alti in Europa. Per la prima volta, dopo la caduta del Fascismo, un partito di destra entrava a far parte del Governo, era l’Msi-An di Gianfranco Fini. Insieme a lui, Forza Italia di Silvio Berlusconi con la sua potenza mediatica e la Lega Nord di Umberto Bossi, vera forza popolare nelle regioni del Nord.

2014-10-16_181847Solo un anno prima, il 13 Agosto del ‘93, Felice Maniero era stato catturato a Capri mentre stava per imbarcarsi sul suo Canados, uno yacht da 18 metri e due motori da 820 cavalli di potenza. Un miliardo e duecentomilioni di imbarcazione. La “nave di un pirata” con il nome della mamma:“Lucy”. Capri era solo una tappa di quel viaggio che doveva portarlo a passare prima in Turchia e poi in Grecia. Tappe che,probabilmente, coincidevano anche con “incontri di lavoro”.

Insieme a Maniero sono arrestati il commesso viaggiatore Ugo Soranzo di Saonara, Salvatore Trosa detto Zazà, uno dei fedelissimi del boss, Maria Grazia Valan, compagna del Trosa, Igor Dusanic, comandante croato del “Lucy” e Marta Bisello, l’attuale moglie di Maniero. Il figlio di 8 anni, anche lui presente in quella mini-crociera mai avvenuta, sarà riportato a Campolongo dalla nonna. Non viene trovata nessuna arma nello yacht, solo venti milioni in contanti. Dopo due anni di ricerche la Squadra Mobile di Venezia e la Criminalpol avevano firmato quell’arresto che doveva segnare la fine di una storia di cronaca nera e sangue, iniziata nelle campagne del padovano, quasi vent’anni prima.

2014-10-16_181925Non fece resistenza all’arresto Felicetto. Da abile “contabile dell’opportunismo” sapeva bene che quella “mano” era persa e sapeva che la partita era ancora lunga. Il suo volto era tirato, nervoso. Non erano questi i suoi piani, non doveva finire infilato dentro a una macchina della polizia. Solo un mese prima arrivò fino in Colombia per concordare l’acquisto di 300 chili di cocaina, da far transitare nell’ex Yugoslavia per poi finire in Italia. Operazione di “sdoganamento” più volte provata e riuscita grazie al supporto di amicizie importanti nel governo croato e tra i servizi segreti. Anche italiani.

Fine dei giochi, per il momento. Subito dopo l’arresto chiese di fare una telefonata e avvertì la madre sussurrandogli che sarebbe comunque stato trasferito vicino a casa. Una premonizione che si avverò pochi giorni dopo.

2014-10-16_181944Trovarono gli uomini giusti e li contattarono ma proprio mentre stavano per comprare l’elicottero, i due agenti presero paura per le conseguenze di una “quasi certa” sparatoria. Una fuga è una fuga ma essere complici di uno o più omicidi è una cosa diversa.

Fu un’intercettazione ambientale dei carabinieri a far scoprire i dettagli del piano. Era l’11 Aprile del 1994 e le parole di Salvatore Trosa e degli agenti Pazienza e Lagravinese furono registrate. Parole che chiusero anche questa speranza a “Feli”, insieme con quella di avere una lima speciale fatta arrivare dalla Germania. Un “piano B” stroncato sul nascere.

Forse la fuga di Maniero non doveva avere scenari vicentini. Chi poteva e doveva muoversi per farlo tornare in libertà voleva giocare in casa, e non parliamo dei sodali di Felicetto.

Non doveva succedere in una città “bianca” e tranquilla come Vicenza, una città che ospita una delle basi americane più importanti d’Europa. Con relativi servizi d’intelligence presenti ed attivi. La città berica tornerà utile in modo diverso nella fuga di Maniero. E non per sua volontà.

L’allarme intorno al boss, in quei giorni, era ai massimi livelli. Al Ministero degli Interni erano arrivati segnali chiari che quella di far fuggire il “Toso” era una priorità per la Banda, e non solo.

Dagli anni ’80 infatti, alcune frange dei servizi segreti, o di quelle che chiameremo “ i visibili fantasmi”, provarono e, probabilmente in alcuni casi ci riuscirono, ad arruolare “Felicetto”. La vicinanza delle sue azioni e del suo potere criminale all’ex-Yugoslavia, era sicuramente stato motivo d’interesse per molti personaggi che gravitavano nel mondo delle spie più o meno ufficiali. Una situazione simile, per molti versi, alla Banda della Magliana ma con l’occhio rivolto all’estero. Se la Banda era una sorta di Ministero dell’Interno del crimine, la Mala rappresentava la Farnesina con lo sguardo rivolto ad est.

Dopo una breve permanenza a Poggioreale, Maniero entrò nel carcere di San Pio X a Vicenza. Il boss era in attesa che si aprisse il maxi-processo alla Mala: 110 imputati alla sbarra per la prima associazione a delinquere di stampo mafioso riconosciuta nel Nord Italia. Una mafia complessa, perché diversa nel suo agire e interagire tra le categorie sociali ed economiche rispetto al Sud. Letale, perché aveva mutuato i metodi violenti da mafiosi come Gaetano Fidanzati, Totuccio Contorno e Antonino Duca.

L’attenzione delle forze dell’ordine, nei confronti di Felix era massima, ovviamente. Dopo la fuga di Fossombrone nessuno voleva rischiare un bis che sarebbe stato devastante sotto tutti i punti di vista.

Quello che fu, il primo tentativo di fare uscire il boss prima del processo, era in via di definizione. Il loro piano era degno di un film di Stallone. Ma Vicenza non è il Vietnam e quelli della Mala non si chiamano Rambo. anche se armi pesanti e sangue freddo non mancavano. E’ risaputo, i soldi aprono porte e coscienze che si sciolgono come burro davanti all’idea di mazzette di contanti fruscianti. Non basta indossare delle divise perché questa regola sia disattesa e questo lo sapevano bene quelli della Mala. L’avevano già sperimentato da anni con altri uomini delle forze dell’ordine. Per il loro piano servivano due guardie carcerarie che al momento giusto facessero passare delle pistole a chi doveva fuggire durante una partita a calcio nel cortile. Un elicottero sarebbe atterrato nel piazzale, avrebbe caricato il boss e sarebbe volato via. Un piano, una fuga “alla Maniero”.

2014-10-16_181905E dopo Vicenza, una decisione controversa, portò Maniero al Due Palazzi di Padova. Lo portò “ a casa sua”. Una struttura carceraria, allora, di recente costruzione ( 1990), sicura e impenetrabile sulla carta. Costruita ad hoc per ospitare terroristi rossi e neri. Tutto questo solo sulla carta però. Nella realtà, come avviene spesso nel Belpaese, le tempistiche sono abissali e quando si tagliò il nastro del nuovissimo carcere, “il pericolo terrorista” era già ridotto a percentuali vicine allo zero. Sebbene sia stato progettato per essere una fortezza sicura, nasceva sotto i peggiori auspici e con aneddoti ridicoli.

Dopo essere costato duecento miliardi dell’epoca, finì subito dentro l’occhio del ciclone giudiziario nell’inchiesta delle “carceri d’oro”. Un classico intreccio politico-imprenditoriale che denunciava un giro di tangenti per la costruzione del supercarcere. Bustarella pesante quella che chiese l’ex ministro dei Lavori Pubblici Nicolazzi alla ditta Codemi, cinque miliardi. Oltre ai soldi, “il ministro”, prese 2 anni e 8 mesi dalla Corte d’Assise di Roma. Ritardi, tangenti ed errori nella costruzione che possono rendere l’idea di come il comparto sicurezza sia stato trattato, molte volte, con leggerezza: installazione delle porte delle celle “alla rovescia” o peggio ancora serrature montate all’interno delle celle stesse. Una barzelletta che strappa un sorriso amaro.

C’era il sentore, c’erano certezze, c’erano informative di uno dei rami dei servizi segreti che lo diceva chiaramente: ci sarà un nuovo tentativo di fuga di Maniero. Una fuga che avverrà prima del processo o durante il trasferimento da Padova all’aula bunker di Mestre. Il “palcoscenico giudiziario” dove si teneva il maxi-processo a quella che, già molti, chiamavano la “Mafia del Brenta”, non più malavita del Piovese. Una differenza abissale.

E quelle informative dicevano il vero. Gli uomini ancora in libertà della banda avevano fretta. C’erano  affari che solo “Feli” poteva trattare. Solo lui aveva quei contatti che potevano rimpinguare le casse “della truppa”. Nessuno si poteva permettere una sua carcerazione di lungo termine. Non c’è romanticismo, non c’è fedeltà. Ci sono solo i “schei” che contano.

Il 3 Giugno sembrava fosse tutto pronto per l’azione. Il piano contemplava un assalto al furgone della Penitenziaria che trasportava l’illustre “faccia d’angelo” da Padova a Mestre. Passamontagna, macchine, catene chiodate e soprattutto kalashnikov e un bazooka. Niente di strano per chi commerciava armi con l’ex Yugolslavia. Ma quello che doveva succedere non successe. Una soffiata mise fine a questo nuovo tentativo. Una soffiata che, vista con gli occhi di oggi, ha letture inquietanti.

Per la seconda volta una fuga studiata nei dettagli viene, in qualche modo, “bucata”.Quasi la volontà occulta di qualcuno nel non volere il versamento, o il rischio di versamento, di una goccia di sangue per fare uscire Maniero. Nel piano vicentino il rischio di uno scontro a fuoco era molto alto, praticamente certo in quello lungo la strada che portava all’aula bunker.

E il sangue è sempre portatore di profonda indignazione mediatica e popolare, il sangue avrebbe “bruciato” per sempre ogni possibilità di “azione” sia per la “pedina Maniero”, sia per chi muoveva la scacchiera. Il sangue non doveva scorrere e la preparazione per la fuga, quella vera, era già in atto da maggio.

Di tutti questi fallimenti, l’unico a non preoccuparsi particolarmente era proprio Maniero. Era tranquillo, sereno come chi sa di avere qualche “carta nella manica” da giocarsi, qualche poker d’assi che altri erano pronti a passargli. Forse per tacere, per continuare a far parte di un gioco dove lui era ancora utile, fondamentale. Lui, freddo calcolatore, sapeva.

Quello che avvenne tra Padova e Vicenza, tra Maggio e Giugno del 1994, non sono solo dei fatti. Fu qualcosa che potrebbe spiegare molto di più di un accordo criminale e scellerato tra una parte delle Istituzioni e criminalità. Quello che vedremo saranno due modi diversi di intendere lo Stato. Due schieramenti “invisibili”, entrambi dentro all’ingranaggio del “sistema Italia”, che hanno combattuto una guerra “al buio”. All’oscuro della gente, insabbiando, o cercando di insabbiare delle verità. Amare verità.

Pochi sono riusciti a cogliere il vero significato di quello che, a Palermo è chiamata Trattativa, ma che, nel Veneto come a Roma, è “il Patto”.

 

 

Tra fumogeni e misteri

di Alessandro Ambrosini

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Maggio è sempre un mese tra i più belli, in tutto lo stivale. E il Veneto non fa eccezione. L’aria che si respirava nel 1994, tra le strade del tranquillo nordest, aveva quell’elettricità che anticipava sempre qualche temporale primaverile.

Tutto sembrava calmo tra la gente. Tutto sembrava sotto controllo, misurato, cadenzato. Le sirene delle fabbriche ritmavano il corso delle giornate e le notti erano portatrici di trasgressione e divertimento per “i portafogli veneti”, quasi tutti ben foderati di contanti, “i schei”. Si respirava aria di cambiamento, di una fiducia crescente, reale. Sembravano passati secoli dai fumogeni della polizia nelle strade, dalle contestazioni, dalle violenze politiche, dal sangue lasciato sul cemento.

2014-10-21_145940Nel frattempo, Felice Maniero, era rinchiuso al Due Palazzi di Padova, mentre i pasti che si faceva arrivare dall’esterno misuravano lo stato di salute del suo stomaco: bollito e patate o pesce lessato con un filo d’olio. Il tempo per lui non si era fermato. Tra le mura di una cella, il suo tempo era un countdown pronto a segnare lo zero verso la libertà. E lui ne era ben cosciente.

Quello che racconteremo, con una testimonianza diretta, è una nuova tessera da inserire nel puzzle di quella grande “farsa” che fu la fuga del boss della Mala del Brenta. Non ci sono purtroppo certezze giudiziarie su questo scenario.  Se ci fossero, tutta questa storia, non sarebbe uno scandalo che grida vendetta a Dio. Sarebbe il segnale che anche in Veneto esiste la parola giustizia. Quello che però c’è di sicuro è la fondatezza delle fonti e dei fatti. E i fatti non si possono discutere.

Se ora vi può sembrare storia assurda, fantastica, fuori dalla realtà, una spy story in salsa padana, alla fine di questa inchiesta, leggerete voi stessi che, è talmente verosimile da aderire come un guanto a tutto quello che vi stiamo riportando.

 

IL FUMOGENO

 La notte del 2 Dicembre del ’92, due attentati dinamitardi scuotono la calma del trevisano e del vicentino, contemporaneamente. La Fiat Uno del vicepresidente del Veneto Fronte Skinhead e una birreria, luogo di ritrovo degli skinhead bassanesi, sono devastati da due ordigni esplosivi. Quattro i chili di tritolo usati a Treviso, altrettanti a Bassano. Nessun ferito per l’avvertimento firmato Malcom X e le Pantere Rosse.

 

Questa è la cronaca cruda dei fatti ma cosa successe dopo quella notte?

 Anonimo: Due anni d’indagini che portarono solo a dei sospetti, che la Digos vicentina ci palesava in modo informale e sospetto (ci “soffiavano” che erano stati aderenti al centro sociale Gramigna a mettere le bombe), dopo una copertura della notizia da parte della stampa totalmente distorta e insufficiente. Si decise agli inizi del ’94 di dare un segnale rispetto a quel fatto caduto nel dimenticatoio.

E come?

 A: Organizzando una manifestazione a Vicenza. Un corteo che passasse per il centro della città. Che richiamasse l’attenzione. Doveva essere tutto molto tranquillo.

E cosa successe quindi?

 A: Insieme al Fronte della Gioventù, l’organizzazione di quello che era una volta il Msi-An, si organizzò questo corteo. Doveva essere fatto a Marzo. Poi slittò a Maggio. Si chiese ufficialmente l’autorizzazione per il 7 del mese ma la Questura ci impose di spostarlo il 14. Si seguirono le indicazioni

2014-10-21_150524Come mai tutti questi spostamenti di data? Qualche problema con le autorizzazioni?

 Beh le fasi sono state due. La prima volta che ci chiesero di spostarla fu in modo poco consueto. Durante una riunione, chiusa a pochissime persone, si presentò quello che allora era ilcapitano dei carabinieri Antolini (oggi generale). Da quanto ci disse il responsabile che parlò con lui, chiese di rimandarla di un paio di mesi. Era in pratica la nostra ombra da qualche tempo. Era ufficiale molto influente in città, anche se aveva solo i gradi di capitano. Una presenza sul territorio costante, anche fuori dagli orari di lavoro. Veniva spesso in borghese a osservarci nella piazza dove ci trovavamo. Cortese e taciturno. Per questo, da tutti, visto sempre con un certo sospetto.

 

Quel 14 maggio del 1994, a Vicenza, sfilarono circa trecento persone tra skinhead e militanti del Fronte della Gioventù. Non successe nulla di violento o particolarmente grave tanto che il giornale cittadino diede uno spazio relativo alla notizia. Due giorni dopo, le immagini girate da una tv locale e le foto fatte da alcuni fotoreporter iniziarono a girare vorticosamente su tutto il circuito mediatico nazionale e internazionale. Dalla Cnn alle televisioni svedesi, questa manifestazione riempì il video di milioni di persone. A Vicenza, tutte le testate italiane e molte straniere, mandarono un loro inviato.

2014-10-21_151342 (1)I titoli stigmatizzarono pesantemente l’accaduto e diedero uno spazio esagerato. Quasi “guidato”. Tanto che l’emergenza nazionale, come detto da Parisi, capo della Polizia, era diventata quella di alzare l’attenzione su tutti i movimenti di estrema destra. E il Veneto, tra un presente che aveva marciato sulla città del Palladio e un passato targato Franco Freda, Ordine Nuovo e batterie dei Nar era il primo da tenere costantemente a un livello altissimo di controllo.

Il Prefetto De Feis e il Questore Argenio furono chiamati a Roma dall’allora ministro Maroni e sollevati dai loro incarichi. La loro colpa aver permesso quel corteo. Plausibile, ma se dovevano cadere delle teste, è proprio da Parisi che si doveva partire.

Sentirete da questa video-raccolta di Tg dell’epoca, lo stesso capo della polizia, ripetere più volte il fatto che, a Roma, tutti erano all’oscuro. Che dalla Capitale avevano dato disposizione per l’arrivo di altri contingenti di polizia nella città berica  ma solo per un normale servizio di ordine pubblico (da rilevare che quando il contingente in questione è il Reparto Celere di Padova, non è mai un servizio normale).

Sentirete che, a Roma e Vicenza, secondo Parisi, si parlava di una semplice associazione, niente di preoccupante. Purtroppo, per lui, le bugie hanno le gambe corte. Da anni ormai in città, in provincia e nell’intera regione  questi movimenti erano tenuti sotto costante controllo dalla Digos, com’è normale. Proprio in provincia di Vicenza, anni prima, si era svolto uno dei più grossi raduni dell’area extraparlamentare italiana. Difficile credere che Roma non avesse relazioni periodiche, difficile pensare che gli esperti del Ministero dell’Interno non sapessero da chi era composta l’associazione culturale. Il Vfs non aveva mai nascosto niente.

 

 

Per rinfocolare le polemiche e l’attenzione, una settimana dopo, poco prima che iniziasse la manifestazione della Vicenza democratica. In una città blindatissima. Un gruppo di “autonomi” assaltò la sede dell’Msi-An. Ci furono feriti e locali devastati. Era l’unica sede di partito non presidiata dalle forze dell’ordine, l’unica per cui ne valesse la pena farlo.

Il fumogeno era stato tirato. Il Veneto era immerso in una coltre di nebbia artificiale. Tutto era concentrato su questo scandalo, sulle conseguenze, sulla paura di una recrudescenza del “male nero” che avanzava. Maniero e il suo processo erano passati nel dimenticatoio. Lui era al sicuro nel supercarcere di Padova. Che cosa poteva succedere? Nulla che non fosse già pianificato probabilmente.

 

 LA CONGIUNZIONE DI DUE STORIE

 Il gioco dello scaricabarile avvenuto a Vicenza e fatto dall’allora capo della Polizia sarà ancora più inquietante quando fuggirà Maniero dal carcere di Padova il 14 Giugno di quell’anno. Stesse modalità. Due scandali nazionali in un mese a 40 chilometri di distanza. Due scandali, per cui, se fosse vera la teoria dell’imperizia delle autorità competenti, avrebbero dovuto rimuovere tutta la catena di comando, dal Ministro all’ultimo degli investigatori. Si pensò di rimuovere Questore e Prefetto a Vicenza e non lo si fece per la fuga del “Riina veneto”. L’imperizia non ci fu. Quello che successe tra Maggio e Giugno di quell’anno fu, molto probabilmente, una tranche di quel piano che doveva portare Maniero a fuggire e, in seguito, a collaborare.

Quella storia, che sembra così lontana dalle vicissitudini del boss della Mala del Brenta, è stata a tutti gli effetti un grande fumogeno per la “fuga” dello stesso. Organizzato in tempi non sospetti e con burattinai di tutto rispetto. Professionisti nel creare giochi di specchi, “barbe finte” esperte nel manipolare ogni fatto per creare il diversivo perfetto. Nell’usare una manifestazione che avrebbe sicuramente distolto l’attenzione mediatico-politica e anche quella di una parte delle forze dell’ordine da ciò che si stava organizzando a Padova.

Finezze. Giochi di fioretto a cui nessuno, in quel momento, poteva pensare.

E’ una visione? Può essere ma per chi ha vissuto quei giorni è qualcosa di plausibile. Per chi conosce gli aspetti intricati della Trattativa Stato-mafia siciliana, tutto questo, sarà oltremodo credibile. Quando parliamo di Maniero, non dobbiamo pensare solo al personaggio criminale, dobbiamo considerarlo un piccolo ma importante ingranaggio di un Sistema. Il potere, come abbiamo visto più volte, non è solo nel denaro che si possiede ma è soprattutto in ciò che si conosce e di cui si hanno prove. Andreotti docet.

 

IL ROS “ANNI ’90” NEL VENETO DEGLI INTRECCI

Uno degli interpreti, consapevole o meno, che hanno “acceso” questo fumogeno secondo la nostra lettura dei fatti e secondo le nostre supposizioni, anche se ben celato dai suoi modi anonimi e discreti, ha i tratti del capitano Antolini. Sicuramente ci sbaglieremo ma, come recitava la cronaca del tempo, gli unici a non finire nel “tritacarne” mediatico-istituzionale di quei giorni fu proprio l’Arma.

Arma dei carabinieri che, sia ben chiaro, rispettiamo e supportiamo sempre. Arma che risponde a ordini, a volte, dettati da persone con fini sbagliati o poco chiari.

2014-10-21_151315Dal ’91 al ’94, gli anni in cui prestò servizio a Vicenza Giovanni Antolini, l’uomo forte del Ros in Veneto, era Gianpaolo Ganzer. Ufficiale dell’Arma molto discusso per i metodi d’indagine che, anni dopo, lo avrebbero portato a dirigere il Ros ma anche a condanne pesanti per una storia di narcotraffico a Milano. In Veneto, l’ex uomo del Generale Dalla Chiesa, fece operazioni brillanti contro il terrorismo, sia rosso che nero, e contro una feroce banda di giostrai. Operando negli stessi anni della Mala del Brenta si incrociò anche con la figura di Felicetto. In modo indiretto ma importante.

Uno dei suoi uomini, il Maresciallo Paron, all’apparenza infiltrato nella Mala, fu condannato per essere sul libro paga del boss del Piovese. Cinque milioni al mese per passare informazioni su inchieste e blitz. Era all’oscuro Ganzer di quei fatti? Qualche dubbio ci viene.

La coppia Ganzer-Paron fu infatti protagonista di un tentativo di copertura nei confronti di un pentito che stava collaborando all’interno del maxi processo della Mala: Alceo Bartalucci. Quest’ultimo, sotto protezione dello Stato, e del maresciallo nello specifico, con altri collaboratori di giustizia fece oltre 100 rapine nello stesso periodo in cui stava testimoniando all’aula bunker di Venezia. Scoperto da un poliziotto, Massimiliano Turazza, il Bartalucci non esitò a freddarlo con quattro colpi di pistola alla schiena. Ganzer e Paron, inspiegabilmente, cercarono di creargli un alibi. E lo stesso Ganzer parlò agli inquirenti di una telefonata ricevuta dal Bartalucci che avrebbe dovuto scagionarlo. Nessuno sentì mai quella telefonata e l’ufficiale fu indagato. Rettificò la deposizione e il suo caso fu archiviato. Da notare che il collaboratore di giustizia abitava in una villa hollywoodiana con un parco macchine miliardario. Andava testimoniare all’aula bunker di Mestre con un Ferrari.

2014-10-21_151028Ma chi è Giovanni Antolini? Quali meriti ha avuto nel ritrovarsi da capitano di una città di provincia del Veneto a comandante dei Ros a Palermo? Sicuramente molti. Deve aver svolto una serie di attività operative e d’intelligence di rilievo per finire a comandare il Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) nella città criminale più calda d’Italia. Più luci che ombre nella carriera di chi, oggi, ha la greca da generale.

Alla fine di quest’articolo potrete scaricare e leggere un pezzo scritto il 22 Agosto del 1995 a firma Battistini Francesco sul Corriere della Sera. In questa cronaca è descritta una storia di spionaggio dai contorni inquietanti. Una storia che parla del tenente colonnello Giovanni Antolini, di dischetti da decriptare con contenuti che facevano riferimento a P2, crac del Banco Ambrosiano, omicidio di Ilaria Alpi, rapimento Toson e al furto del mento di Sant’Antonio da Padova da parte di Felice Maniero.

Una storia che parla di un mite genio informatico, di un “rapimento”, di agenti dei servizi segreti, di un pestaggio intimidatorio. Un fatto finito sotto inchiesta due volte e di cui i risvolti sono stati entrambi negativi (Una di queste due inchieste fu fatta dal magistrato padovano Bruno Cherchi, nome che ritroveremo spesso in questa inchiesta). A testimoniare l’estraneità di Antolini un nome di eccezione al tempo, l’ex Generale Mori. Al tempo comandante dei Ros, oggi protagonista di un ramo del processo sulla trattativa Stato-mafia.

2014-10-21_151248Mori e Ganzer, due nomi che corrispondono a successi investigativi con metodi poco ortodossi ma anche a condanne e ombre. Due nomi che rappresentano una modalità borderline d’indagine e di ricerca dell’obbiettivo.  Un mondo oscuro e sempre più torbido quello che stiamo analizzando. Dove tutto può essere. Dove tutto si mischia e si contorce. Fatti e protagonisti di questa storia, letta con gli occhi e i documenti di oggi, rendono il nostro scenario sui preparativi della fuga di Felice Maniero qualcosa di credibile.

Nel nome del detto: il fine giustifica i mezzi, si è creata una frattura sul modo di intendere la giustizia. Si è dato spazio, in forme e finalità diverse, a una congiuntura che ha cancellato la linea di demarcazione tra bene e male. Tra giusto e ingiusto. Si è dato vita al Patto Veneto.

Bersaglio delle spie per un caffè

 

Carta straccia per una fuga di Stato

di Ambrosini Alessandro

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Tra maggio e giugno del 1994, una serie di dispacci riservati, partirono dal Ministero degli Interni di Roma e dal capo della polizia Parisi. Destinatari dei fonogrammi furono prefetti, questori e strutture carcerarie del Veneto. L’oggetto era sempre lui, Felice Maniero.

I servizi d’intelligence, o per meglio dire una parte di essi, segnalarono un tentativo di fuga imminente. L’11 Aprile, l’intercettazione di una conversazione tra uno degli uomini di punta della Mala, Salvatore Trosa, e due cugini, entrambi agenti penitenziari nel carcere di San Pio X a Vicenza, portò alla luce un piano “alla Maniero” per rendere latitante il boss. Scaletta d’alpinista, seghetti speciali detti “capelli d’angelo” fatti arrivare dalla Germania e delle pistole. Questo era il materiale che doveva entrare in carcere a fronte di cocaina e duecentoventi milioni per i due cugini. Ma la coscienza o un “sesto senso” scombinò i piani e i due agenti svelarono il progetto last minute.

2014-11-11_201326Da quel momento iniziarono delle comunicazioni preventive sempre più dettagliate e delle contromisure sempre più attente nei confronti di “Felicetto”. Dispacci e fonogrammi che divennero “carta straccia” nella notte del 14 Giugno, quando le macchine della Mala con gli evasi all’interno, uscirono dal supercarcere Due Palazzi di Padova “senza colpo ferire”.

Nei primi giorni di Maggio, dal Ministero dell’Interno, partirono delle informative con fonogramma riservato n.22586destinate al direttore del carcere di Vicenza, al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e all’Ufficio di Coordinamento servizi di sicurezza di Roma. Il contenuto è riferito alla necessità di alzare al massimo la vigilanza sul detenuto Maniero. Sia in carcere, con controlli continui alla sua cella, sia sugli agenti che lo avrebbero trasferito per le udienze all’aula bunker di Mestre. Doveva essere certificata professionalità e affidabilità degli stessi.

2014-11-11_201428Il 13 maggio, dopo la scoperta del piano “Trosa”, i componenti della Mala detenuti a Vicenza furono trasferiti d’urgenza in altre strutture. Il boss, tra lo stupore di tutti, fu mandato al carcere Due Palazzi a Padova. Nella sua città, tra la sua “gente”.   Il giorno dopo, il 14 maggio, dal Prefetto di Padova partì un “cifrato lampo, riservato” al questore della città del Santo:

“Estesi appreso imminente attuazione progetto fuga da carcere Padova di detenuti Felice Maniero detto boss Brenta et non meglio generalizzato Di Girolamo. Precitati reclusi godrebbero appoggio agenti di custodia in servizio presso menzionato istituto penitenziario che consentirebbero utilizzo apparecchi telefonici e cellulari per mantenere contatti con esterno. Premesso quanto sopra, le ss.vv sunt pregate disporre per adozione misure di vigilanza et per pronta attivazione servizi infoinvestigativi.Stop.”

Da Roma era rimbalzata la notizia che il pericolo fuga era ancora altissimo. Non si parlava più di un allarme generico. Erano indicazioni dettagliate e con riferimenti precisi.

2014-11-11_201355Quando il fonogramma arrivò sulla scrivania del direttore del “Due Palazzi”,Oreste Velleca, lo stesso seguì rigorosamente le indicazioni che arrivarono ed emanò subito delle contromisure tramite l’ordine di servizio n.106 per il comandante delle guardie e il responsabile dell’area sicurezza

“Tenuto conto della particolare personalità del detenuto Maniero Felice, qui momentaneamente ristretto si dispone che: a)il personale che dovrà essere adibito al servizio […] sarà scelto in numero ristretto tra quello che offre maggiori garanzie di professionalità e quindi in deroga al principio della rotazione. Non dovrà conoscere preventivamente di essere adibito a vigilanza di detta sezione e la destinazione dovrà essere fissata ogni volta dal Comandante immediatamente prima del turno: b) viceversa,massima dovrà essere la rotazione per quanto riguarda il personale da adibire al servizio di sentinella: c) i capiposto dovranno vigilare direttamente anche sulle modalità con cui gli agenti prestano servizio”

Oltre a questa disposizione, fece subito un telegramma al prefetto e al questore di Padova chiedendo che venisse rafforzata la vigilanza esterna del carcere “ onde prevenire aut scongiurare eventuali tentativi di evasione aut altro per l’intero periodo di permanenza presso questo istituto dello stesso”. Servizio in carico all’Arma dei carabinieri.

 

LA LISTA DEGLI INDESIDERATI

2014-11-11_213408Oreste Velleca, giudizioso funzionario dello Stato, il suo dovere, formalmente, lo fece fino in fondo quando arrivò il fonogramma firmato dal Prefetto e da Parisi. Fece stilare una lista di agenti che possiamo definire “indesiderati” per i servizi inerenti all’ordine  che emanò i primi giorni di Maggio. Non era un segreto che alcuni di questi frequentassero bar e personaggi legati alla Mala del Brenta. I vizi come il gioco d’azzardo, l’uso di cocaina, le corse dei cavalli erano e sono parte dell’essere umano, in divisa e non. Gli uomini di Maniero, quei vizi, li gestivano tutti e in tutta la città.

In testa a quella lista c’era il vicebrigadiere Raniero Erbì e, come segnalato dal Comandante delle guardie anche l’agente Luciano Serra. Entrambi presenti la notte della fuga ed entrambi in ruoli chiave per lo svolgersi della stessa.

Il 15 maggio, giorno successivo all’evasione dei detenuti, questa lista degli “indesiderati” sparì nel nulla.

Fonogrammi, dispacci, ordini di servizio, liste. Tutta carta straccia. Allarmi, avvertimenti, segnalazioni, prevenzione, intelligence. Tutte parole seguite dai fatti ma, solo fino al giorno prima della scandalosa fuga. Una preparazione minuziosa per un piano evidente: creare tutti gli alibi del caso in preparazione di quella che, erroneamente è definita evasione. Confezionare un solo responsabile che fungesse da capro espiatorio con quattrocento milioni di buoni motivi: Raniero Erbì.

2014-11-11_201249Non ci sono innocenti in questa storia, in questa fuga di Stato. Le prove del livello di favoreggiamento nell’evasione di un boss, che doveva essere in regime di 41 bis e non lo era, sono talmente evidenti da non essere state viste e perseguite. Troppo alto il coinvolgimento? Troppo importante il fine? La ragion di Stato ha prevalso? Quale fu realmente il premio finale in questo gioco che, come vedremo, ha lasciato anche una scia di sangue e di carriere bloccate o stroncate?

 

Super beffa o illusionismo? I titoli di una fuga annunciata

di Alessandro Ambrosini

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Il 15 giugno del 1994,  tutti i maggiori giornali nazionali aprirono le prime pagine con l’incredibile fuga dal supercarcere di Padova. Cinque detenuti e un commando armato fino ai denti, senza colpo ferire, riuscì a beffare uno dei fiori all’occhiello del sistema penitenziario dell’epoca. L’obbiettivo della fuga era il boss di quella mala che sarà riconosciuta al pari di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra come l’unica associazione mafiosa del Nord, la Mala del Brenta con a capo Felice Maniero. <!–more–>

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In quel martedì di giugno, la storia criminale di “faccia d’angelo”, cambiò radicalmente. Dall’istante in cui il commando entrò nel carcere Due Palazzi, e probabilmente anche prima, una parte dello Stato fatto di uomini in divisa e con la toga, giocò in coppia con il boss del piovese una partita a poker truccata. Quasi da illusionisti. Dove la posta in palio non fu solo la collaborazione per catturare il resto dell’organizzazione mafiosa. Probabilmente, su quel tavolo, la posta in gioco fu più alta e importante visto che cancellò omicidi e miliardi dal conto che il boss  non pagò mai allo Stato.

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Un porto delle nebbie, questo fu il Veneto in quel periodo. Una zona franca che, nella migliore delle ipotesi e visti i risultati, fu gestita nell’ambito della sicurezza in modo dilettantesco e paradossale. Nella visione peggiore fu solo il primo passo di una trattativa Stato-mafia che non ha usato papelli “siciliani” ma fatture e riciclaggio silenzioso in una regione che visse un boom economico clamoroso, forse troppo clamoroso.

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Questi titoli di giornale rappresentano bene il clima del giorno dopo. Stupore, rabbia, punti di domanda, accuse generiche. Ingredienti che con il tempo, come vedremo, saranno il leitmotiv di questo Patto Veneto, che forse non è mai finito.

L’immagine della Mala del Brenta, così lontana dalla mafia che tutti conosciamo,  è stata la garanzia per la sottovalutazione dell’organizzazione stessa, a livello mediatico e sociale. Di ben altra gravità bisogna invece parlare quando a essere sorpresi, o beffati,  in quella fuga “impossibile” del giugno del ’94 sono state le istituzioni, tutte. Avvertite per tempo e con dovizia di particolari su chi sarebbe “volato via”.

Una distrazione volontariamente o involontariamente avvenuta sull’esistenza e sul potere della Mala( visto che tutti gli indicatori dello spessore criminogeno della mafia veneta erano ai massimi livelli),  ha portato come conseguenza una fuga clamorosa, dove le responsabilità furono di tutti ma pagò solo il direttore del carcere e nessun altro. Anzi, fu il trampolino di lancio per molti funzionari o ufficiali dell’epoca.

Beffa o illusionismo?  Lo vedremo nei dettagli. La cosa inquietante è che da quella fuga si inanellarono una sequenza di fatti misteriosi che certificarono un patto di non belligeranza tra il boss di Campolongo Maggiore e una parte dello Stato. Qual era il fine ultimo di tutto questo? Maniero fu solo un “pupo furbo” o anche un puparo di spessore in questo show che partì dalla fuga e finì con la cattura di Torino?

 

 

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