Il caso Ortes

carlotto-2Massimo Carlotto: “In Veneto gestione disinvolta dei rapporti con la criminalità mafiosa”

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today

Quella che leggerete non è solo la morte, per mano di alcuni uomini della Mala del Brenta, di un collaboratore e la sua donna, Giancarlo Ortes e Naza Sabic. Questa vicenda, su cui stiamo raccogliendo informazioni da anni, racconta, in verità, molto di più.

Ci sono storie che rimangono confinate nel tempo e che non trovano mai una fine certa. Quest’inchiesta è forse una delle più delicate che abbiano coinvolto il Veneto.

Quella che leggerete non è solo la morte, per mano di alcuni uomini della Mala del Brenta, di un collaboratore e la sua donna, Giancarlo Ortes e Naza Sabic. Questa vicenda racconta, in verità, molto di più. È una storia fatta di fughe, di sangue, di tradimenti, di arresti mancati, di processi e di relazioni della commissione antimafia secretate. È una storia di uomini che sono diventati prefetti, procuratori generali, collaboratori di giustizia e semplici ex criminali. È una storia dove l’ombra dei servizi segreti si è allungata invisibile, dove ha pagato chi ha detto la verità e ha fatto carriera chi ha contribuito, in buona o malafede, a intorbidire le acque.

Questa inchiesta non parla solo di morti, ma di vivi e di ciò che è successo in un momento delicatissimo della storia d’Italia e del Veneto stesso. È anche la storia di un dirigente della polizia amministrativa vicentino, Alessandro Campagnolo. Preferì perseguire la verità, a costo di rimanere impigliato in una ragnatela che lo avvolse per sette anni e mezzo, in un processo che lo vide imputato per aver onorato il giuramento che aveva fatto allo stesso Stato che lo stava accusando.

È significativo che, la nostra richiesta di intervistare il dottor Campagnolo non sia stata approvata dal Ministero degli Interni. Non tutti però sono rimasti immobili davanti a questa strana vicenda. Qualcuno ha scritto dei romanzi e qualcuno ha fatto anche una puntata di una serie crime per la Rai. È Massimo Carlotto, il famoso scrittore di romanzi gialli padovano, che ha risposto a qualche domanda e con cui abbiamo voluto aprire questa inchiesta.

Che Italia, che Veneto racconta la storia di Giancarlo Ortes?

Quello della criminalità organizzata, in una fase di passaggio di testimone epocale. La mala del Brenta (organizzazione mafiosa a tutti gli effetti) che si appresta a cedere il passo a nuove culture criminali. Passaggio non indolore che doveva essere preparato nei minimi particolari, senza preoccuparsi di effetti collaterali come Ortes e la Sabic. “Morte di un confidente” e “Nessuna cortesia all’uscita”, un film per la tv e un libro che non nascondono dei chiari riferimenti alla collaborazione e alla morte di Giancarlo Ortes e Naza Sabic.

Perché questa storia meritava di essere scelta per fare da sfondo a queste sue due produzioni?

Ho scelto di raccontare le storie negate che nessuno vuole approfondire perché scomode. Questa è una delle tante. D’Altronde l’Italia ha un rapporto perverso con la verità e l’intera vicenda Maniero, processo compreso, riflette una volontà precisa di chiudere un accordo, omettendo i dettagli.

Ha trovato qualche difficoltà nel raccontarle in tv? Per quanto la storia sia romanzata i riferimenti sono chiarissimi

Nessuna. Al di là di quello che si crede, spesso la libertà di raccontare anche storie scomode è garantita. Dipende dalle influenze esterne, cioè dei partiti.

Si può, secondo lei, definire l’esecuzione della coppia come “omicidio di Stato”, nell’ accezione più ampia chiaramente?

L’aspetto interessante di questo duplice delitto (da un punto di vista letterario, ovviamente) è che introduce in Veneto quella gestione “disinvolta” delle indagini sulla criminalità mafiosa, che porterà poi negli anni diversi pezzi grossi delle forze dell’ordine sul banco degli imputati. Il messaggio sul cambiamento delle regole doveva arrivare forte e chiaro a coloro che pensavano che l’autonomia operativa dovesse essere sottoposta a controlli. Magari coinvolgendo la magistratura.

Chi, cosa bisognava difendere con la morte di Ortes?

Segreti. Responsabilità. Coinvolgimenti. Maniero è ancora un grande mistero… Anche sul fronte del suo ruolo nel traffico d’armi, benedetto da servizi e governi, che fornì ai croati i cannoni per battere i serbi. Se dovessi scrivere un romanzo mi piacerebbe indagare sul fronte degli industriali, degli imprenditori e dei boss della finanza che hanno riciclato per anni i soldi del boss per poi mettersi al servizio di altre strutture criminali. Maniero, grimaldello per far entrare in Veneto non solo la mafia ma soprattutto il riciclaggio.

È ancora uomo forte di un mondo di cui non si è ancora scritto o tutti gli sforzi nel cercare di renderlo presentabile o la prossima intervista con Saviano hanno un significato diverso?

Così, come è posta, è una domanda impossibile. Personalmente ritengo che i favori di cui ha goduto e gode vanno al di là della sua collaborazione. Se dovessi scrivere un romanzo, una delle tante ragioni andrei a scovarla in una società con sede sui Colli Euganei che poi ha cambiato nome. Il tuffo nella fantasia mi farebbe nuotare fino al Mose.

 

collage maniero-3Il capolavoro del “bagoìna”: la fuga di Maniero

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today

Dalla mancata attuazione del piano di fuga dal carcere di Vicenza, è scesa la “nebbia”: il trasferimento del boss a Padova, i cablogrammi da Roma sul rischio evasione e l’entrata in scena di Giancarlo Ortes

Bisogna tornare indietro nel tempo per comprendere la gravità che si cela dietro il duplice omicidio di Giancarlo Ortes e Naza Sabic, avvenuto per mano di alcuni uomini della Mala del Brenta nel novembre del 1994. Solo ricostruendo, anomalia per anomalia, i fatti che si susseguirono dal maggio al novembre di quell’anno, potremo parlare non solo di “un caso” ma di “uno scandalo”. Di un “risiko” giocato in Veneto, un gioco tutto interno alle Istituzioni e alla magistratura del tempo.

Tutti sapevano

Dove inizia e finisca il corretto uso della giustizia, non è comprensibile a distanza di anni e sentenze. La certezza che abbiamo è che, dalla mancata attuazione del piano di fuga dal carcere di Vicenza, è scesa una “nebbia” che ha reso i fatti meno limpidi e certi.

Nei primi giorni di maggio del 1994, dal Ministero dell’Interno, partirono delle informative con fonogramma riservato n.22586 destinate al direttore del carcere di Vicenza, al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e all’Ufficio di Coordinamento servizi di sicurezza di Roma. Il contenuto parla della necessità di alzare al massimo la vigilanza sul detenuto Felice Maniero. Sia in carcere, con controlli continui alla sua cella, sia sugli agenti che lo avrebbero trasferito per le udienze all’aula bunker di Mestre. Doveva essere certificata la professionalità e affidabilità degli stessi.

Il piano fallito

Questo fonogramma era il frutto di una informativa arrivata dai servizi d’intelligence, o per meglio dire una parte di essi, che segnalarono un tentativo di fuga imminente. Un piano che venne scoperto l’11 Aprile quando, l’intercettazione di una conversazione tra uno degli uomini di punta della Mala, Salvatore Trosa, e due cugini, entrambi agenti penitenziari nel carcere di San Pio X a Vicenza, portò alla luce un piano “alla Maniero” per rendere latitante il boss. Una scaletta d’alpinista, dei seghetti speciali detti “capelli d’angelo” fatti arrivare dalla Germania e alcune pistole. Questo era il materiale che doveva entrare in carcere, a fronte di cocaina e duecentoventi milioni di lire per i due cugini.Un piano studiato nei particolari che venne sventato perché gli stessi agenti che dovevano introdurre il materiale all’interno del carcere ebbero una sorta di rimorso di coscienza. O un “sesto senso” che li portò a denunciare il progetto criminale poco prima che andasse in scena.

Il trasferimento

Dopo la scoperta di questa tentata fuga, il detenuto Felice Maniero, venne spostato d’urgenza da Vicenza a Padova. La sua Padova. Era il 13 maggio del 1994. Decisione discutibile per la troppa vicinanza al tessuto criminale e sociale che il boss aveva costruito nel tempo, ma forte di un penitenziario di massima sicurezza pensato e costruito per ospitare terroristi e mafiosi: il “Due Palazzi”. Il giorno dopo, il 14 maggio, dal Prefetto di Padova partì un “cifrato lampo, riservato” al questore della città del Santo

“Estesi appreso imminente attuazione progetto fuga da carcere Padova di detenuti Felice Maniero detto boss Brenta et non meglio generalizzato Di Girolamo. Precitati reclusi godrebbero appoggio agenti di custodia in servizio presso menzionato istituto penitenziario che consentirebbero utilizzo apparecchi telefonici e cellulari per mantenere contatti con esterno. Premesso quanto sopra, le ss.vv sunt pregate disporre per adozione misure di vigilanza et per pronta attivazione servizi infoinvestigativi. Stop. ”

La notizia era rimbalzata direttamente da Roma: Felice Maniero e Carmine Di Girolamo, un pezzo da novanta della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo, stavano per mettere in atto un piano per darsi alla fuga. Avvertimento che, dopo la fuga, l’allora Ministro degli Interni Maroni ribadì furibondo ai giornali. Qualcuno aveva sottovalutato, volontariamente o involontariamente quell’informativa? Chi non lo fece fu sicuramente il direttore del penitenziario, Oreste Velleca. Quando arrivò il fonogramma sulla sua scrivania emanò subito l’ordine di servizio numero 106 che diceva:

“Tenuto conto della particolare personalità del detenuto Maniero Felice, qui momentaneamente ristretto si dispone che: a) il personale che dovrà essere adibito al servizio […] sarà scelto in numero ristretto tra quello che offre maggiori garanzie di professionalità e quindi in deroga al principio della rotazione. Non dovrà conoscere preventivamente di essere adibito a vigilanza di detta sezione e la destinazione dovrà essere fissata ogni volta dal Comandante immediatamente prima del turno: b) viceversa, massima dovrà essere la rotazione per quanto riguarda il personale da adibire al servizio di sentinella: c) i capiposto dovranno vigilare direttamente anche sulle modalità con cui gli agenti prestano servizio”.

Gli agenti

Il pericolo era chiaro. La “chiave” che avrebbe aperto le porte al boss della Mala erano gli agenti della polizia penitenziaria. Oltre a questo ordine, il direttore, mandò un telegramma a questore e prefetto di Padova per sollecitare l’aumento della vigilanza esterna del carcere, di competenza all’Arma, “onde prevenire aut scongiurare eventuali tentativi di evasione aut altro per l’intero periodo di permanenza presso questo istituto dello stesso”. Stilò anche una lista di agenti e graduati che, per varie ragioni, dovevano essere esclusi dal servizio di sorveglianza a Maniero, soprattutto nel servizio notturno. Tra questi spiccavano due nomi: R. Erbì e L. Serra. La minaccia era credibile, era conosciuta.

Si poteva giocare d’anticipo sulle intenzioni del boss, un vantaggio non indifferente. Ma così non fu.

L’entrata in scena di Ortes

È stato l’arresto di Salvatore Trosa, dopo il piano di fuga sventato a Vicenza, a fare entrare in scena il “pizzaiolo” Giancarlo Ortes detto “bagoìna”. Un personaggio con piccoli precedenti che non poteva essere attenzionato come appartenente alla Mala. Un “povero diavolo” sempre indebitato, con una moglie che stava lasciando per la sua nuova fiamma: Naza Sabic. Uno dei tanti. Ma, come succederà molte volte in questa inchiesta, ciò che sembra non è.

L’anonimo pizzaiolo non era un killer, non era da “batteria di rapinatori”. Lui conosceva ed era conosciuto. Lui organizzava, procurava, trasportava. Non scelse solo il commando che andò a liberare Maniero, non svolse solo il ruolo di “telefonista”. Fu anche un buon corriere, che trasportò pacchi di cocaina alla mala romana per conto del boss. Una persona che parlava il dovuto con tutti. Guardie e ladri, a seconda della convenienza e dell’occasione. E svolse il suo ruolo nel migliore dei modi. Forse anche troppo semplicemente, per quella che fu definita la fuga più incredibile mai avvenuta in Italia.

L’operazione

Un’evasione da film, mancava solo il ciak che venne sostituito da una telefonata misteriosa che avvenne fuori dal carcere. Il commando era composto da gente fidata, fredda e professionale: Andrea Zamattio detto “il computer”, Andrea Batacchi, Sergio Favaretto, “il nero” Fiorenzo Trincanato, il “rosso” Antonino Tucciarello e la “mente” Giancarlo Ortes. Furono scelte e rubate due macchine che potevano essere tranquillamente in forza ai carabinieri del Ros: un Alfa 33 e una Fiat Croma, entrambe blu. Dentro queste una piccola “santabarbara” con pistole e Kalashnikov.

Il “semaforo verde” viene dato alle 4.12 del 14 giugno. Il “finto” carabiniere e altri tre complici, con pettorina d’ordinanza, suonano alla porta carraia del penitenziario. A rispondere da dietro il vetro antiproiettile è il capoposto: R.Erbì, uno degli agenti che non doveva trovarsi in quel ruolo e in quel momento, secondo le direttive del direttore del carcere. Con lui due giovanissimi agenti armati di pistole e M12 d’ordinanza.

L’ingresso del commando

Sorveglianza esterna dei carabinieri, stranamente inesistente. “Dobbiamo prelevare dei detenuti”, sono queste le parole che bastano, insieme a un tesserino del Ros, per far abbassare la guardia all’agente Dario Delle Noci, che viene spinto via dal capoposto che apre il primo cancello al commando. Il secondo e il terzo erano già stati aperti in precedenza sempre sotto l’ordine del capoposto. Una prassi inconsueta, visto che dopo la mezzanotte, i trasferimenti devono essere preavvisati con autorizzazioni particolari. Soprattutto nel “Fort Knox” della detenzione.

Appena entra, il commando armato di pistole e fucili, disarma i tre agenti del corpo di guardia e i cinque addetti al mezzo blindato solitamente usato per il controllo esterno. Mezzo stranamente parcheggiato in cortile, quella notte. Da quel momento, il capoposto Erbì, con una pistola alla nuca, è la chiave per passare tutti e sette gli sbarramenti per arrivare alle celle del boss e degli altri fuggitivi. Sono almeno una ventina gli agenti messi a tacere dal commando e, nella concitazione del momento, ad uno di essi, i criminali lasciano la pistola nella fondina. Poteva essere un madornale errore, ma non quella notte.

Tutti si arrendono senza fare niente, senza neanche provare a spingere il pulsante dell’allarme. Nel frattempo il commando arriva a destinazione e apre le celle di Maniero e Sergio Baron, del suo braccio armato Mario Pandolfo, del camorrista Carmine Di Girolamo, dell’uomo della Sacra Corona Unita pugliese Vincenzo Parisi e di un grosso trafficante di droga turco, Nuo Berisa.

Tutto fila liscio quella notte

le guardie sulle torrette non notano niente di strano, non un colpo viene sparato, non un pugno, uno schiaffo. Come in una rapina ben congegnata, tutto rimane dentro ai tempi prestabiliti.

Ma chi aveva fatto da basista? Chi aveva fornito il supporto interno? Gli inquirenti, la risposta, la trovarono facilmente nel capoposto Erbì. Quando il commando lasciò il carcere con il suo “carico umano”, lo fecero tenendo sotto tiro l’agente della penitenziaria che li aveva accompagnati nel loro “tour” ai Due Palazzi. Dopo essersi fermati in una trattoria, l’Antico Guerriero, ad alcuni chilometri dal carcere, lo liberarono a Cadoneghe mentre i fuggitivi si divisero cinquanta milioni a testa e presero ognuno una direzione diversa.

Per quanto Maniero fosse noto per essere scappato in modo rocambolesco dal carcere di Fossombrone, non ci furono dubbi che qualcuno aveva dato una “spintarella” a questo piano. E il nome di Erbì finì subito in testa alla classifica, essendo uno degli agenti che doveva essere escluso da ogni rapporto con Maniero e la sua detenzione. In realtà non fu così. Il giorno prima della fuga, fu Erbì ad assistere “Faccia d’angelo” al colloquio con la madre e fu lui, come si è visto, a dirigere la sorveglianza del cancello e del cortile.

Quanti denari gli promise Il boss della Mala del Brenta per questo tradimento a ciò per cui aveva giurato? Cinquecento milioni di lire. Quanto ci guadagnò veramente? Un Rolex, cinque milioni di lire e sette anni di carcere. Ma non fu il solo agente a finire con le manette ai polsi. Era troppo grande “il gioco” per un ventinovenne. Non poteva essere stato solo lui il cavallo di Troia. E neanche le altre guardie successivamente arrestate.

Il memoriale strappato

Nel memoriale, che scrisse dietro le sbarre e che uscì dal carcere con delle pagine strappate, Erbì disse qualcosa che avrebbe gettato ulteriori ombre su tutta la vicenda. Parlò di una terza macchina con una persona a bordo e di altri elementi che non facevano parte della Mala del Brenta e che rimasero ad osservare la situazione come evolveva. Disse anche che non fu lui a dare il via al commando. Lui chiamò il numero di un telefono che lui stesso aveva comprato e che aveva prestato a Giancarlo Ortes. Chi erano quegli uomini? Perché servì un ora agli agenti della penitenziaria per riuscire a dare l’allarme? Da un telefono a gettoni fuori dal carcere. E Giancarlo Ortes, aveva i requisiti per inscenare una fuga così perfetta, complicata e pericolosa? Lo erano gli altri luogotenenti di Maniero? La certezza è che Giancarlo Ortes era a conoscenza di tutto, di ogni eventuale aiuto avuto da qualcuno che poteva spostare pedine ai piani alti dell’istituto penitenziario. E anche oltre. Forse per questo, doveva morire.

tradimento 6-3Fuga di Maniero, le lettere anonime che condannarono il confidente: veleni e sospetti nella Dia

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today

Due fogli manoscritti arrivati all’avvocato del boss della Mala del Brenta accusarono Giancarlo Ortes, “mente” dell’evasione, di essere al servizio della Dia. Dopo meno di due mesi, il “bagoìna” venne ucciso. Un delitto che ancora oggi chiama giustizia.

La “collaborazione” di Giancarlo Ortes, per la cattura di Maniero e dei suoi sodali, fu una forzatura al codice penale. Una di quelle situazioni dove, per raggiungere il fine, si modellano le regole. È ragionevole pensare che ci fosse molta frenesia nel cercare di riacciuffare i latitanti, è meno logico fidarsi di lasciare andare in totale libertà uno dei fautori stessi della fuga. La mente organizzatrice che fermarono prima che riuscisse a scappare all’estero. Eppure così successe all’alba del 30 giugno del 1994.

Azzardo o rischio calcolato?

Gli arresti: Ortes fece il suo lavoro

Ci pensò lo stesso Ortes a togliere ogni dubbio, sulla sua buona fede, agli investigatori della Dia. Soprattutto al suo “angelo custode”: l’ispettore Valentino Menon, con cui ebbe un rapporto privilegiato ed unico. Nell’arco di pochi giorni, l’ex cervello della fuga fece arrestare uno dei luogotenenti di Maniero, Sergio Baron. L’ex sodale del boss fu ammanettato il 5 luglio a Cona, nel Veneziano, mentre stava leggendo un giornale seduto sulla poltrona. Non aveva armi ma solo un passaporto falso. Un simpatico aneddoto, riportato dalla stampa, racconta che l’annuncio della cattura fu dato dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni prima del pm Cherchi e degli investigatori padovani. Un piccolo esempio dello scollamento istituzionale che ci fu in quei giorni frenetici. Dove tutti avevano una catena di comando diversa.

Il 3 agosto le manette vennero messe ai polsi al “nero” Fiorenzo Trincanato e ad Enzo Baldan. Due uomini del commando. Contemporaneamente, a Tonezza del Cimone, vengono ritrovati i giubbetti antiproiettile con la scritta carabinieri, le armi, le parrucche, i falsi tesserini, gli esplosivi e le chiavi del penitenziario Due Palazzi. Tutta la “santabarbara” usata per la fuga. A finire nei guai un fiancheggiatore della Mala, tale Andretta, proprietario anche dell’Antico Guerriero. Il ristorante dove si rifugiarono commando ed evasi dopo la fuga.

Più di venti giorni dopo, a Fiuggi, stessa sorte toccò a Carmine Di Girolamo. L’arresto fu compiuto da un piccolo esercito composto da centocinquanta uomini tra Dia, Criminalpol e Squadra Mobile di Frosinone. Il camorrista del clan Scotti fu bloccato in mutande mentre cercava di prendere dal comodino le sue pistole, una 44 magnum e una 357.

Ortes fece il suo lavoro. In quasi due mesi assicurò alla giustizia quattro protagonisti della fuga. Risultati importanti ma con una caratteristica che non sfuggì a chi era ancora latitante: la polizia arrivava nei rifugi a colpo sicuro. Qualcuno stava parlando.

Le lettere anonime

Dopo la cattura del camorrista, il 30 agosto, allo studio dell’avvocato Vandelli, legale di Maniero, arrivò una lettera anonima dal contenuto “bollente”. Nella missiva si parlò del tradimento di Giancarlo Ortes in forma dettagliata rispetto agli arresti avvenuti. Un requiem per l’attività degli investigatori e l’apertura di un processo silenzioso all’ex pizzaiolo di Camposampiero da parte della Mala. Ortes seppe quasi immediatamente dell’arrivo della lettera anonima.

I primi giorni di settembre fu mandato da Maniero a parlare con la moglie di Di Girolamo per capire i dettagli della cattura e, in quell’occasione, la moglie del camorrista parlò con la moglie del confidente accusandolo apertamente di collaborare con la Dia. Però tutto rimaneva inalterato nell’ambito criminale, non c’era certezza che quella lettera fosse credibile. Non c’erano prove certe anche se i dettagli scritti dall’anonimo erano precisi.

Nel frattempo dentro gli uffici della Dia di Padova il clima era tesissimo. La lettera poteva essere stata mandata soltanto da chi conosceva nello specifico l’attività di Ortes all’interno della Dia stessa. Ufficialmente neanche l’autorità giudiziaria era al corrente della collaborazione e la squadra che lo “gestiva” finì subito nell’occhio del ciclone. Insieme a tutto il centro operativo. Sotto pressione, per questa fuga di notizie, il pm Cherchi aprì un procedimento contro ignoti (venne archiviato) e solo successivamente alla morte di Ortes venne ordinato dal nuovo capocentro della Dia di Padova Guido Longo  che venisse fatta, a tutti gli effettivi, la prova grafologica per trovare l’anonima gola profonda.

L’esito fu negativo per tutti ma il dubbio rimase, come rimase senza un perché il fatto che questa prova irripetibile fosse stata fatta senza nessuna tutela legale per i funzionari. Non necessariamente poteva essere stata scritta direttamente da uno degli uomini del centro operativo. Emerse anche il sospetto che dietro a questa lettera ci fosse lo zampino dei servizi segreti.

Le “barbe finte”

Un dubbio che poteva avere delle rispondenze per il semplice fatto che le “barbe finte” furono sempre molto presenti in Veneto ma rimasero stranamente silenti sull’argomento. Oltretutto, alcuni uomini del Sisde capitanati dal colonnello Coletti erano transitati al centro operativo della Dia prima, durante e soprattutto dopo la fuga di Faccia d’Angelo.

Supposizioni, chiacchiere, fantasie da spy story? Forse sì. Fatto sta che il 20 settembre una seconda lettera arrivò all’avvocato Vandelli ribadendo la prima missiva. Sempre anonima. La vita di Ortes stava perdendo valore, ora per ora. 

Il danno procurato dalle lettere fu letale, sia per il confidente Ortes che vedeva la sua affidabilità, dentro la Mala, calare vertiginosamente e sia per il centro operativo della Dia. Negli uffici patavini iniziò a serpeggiare un clima di sospetto reciproco tra gli investigatori che seguirono il caso. Fu l’ispettore Menon  a chiedere di essere esonerato dal ruolo di contatto con Ortes perché riteneva la “squadra” guidata dal capitano Fiore non più affidabile. Di contro, il capocentro Marangoni avanzò dei dubbi proprio su Menon circa la sua estraneità alle lettere. Dubbi che successivamente e formalmente ritirò. Un clima di sospetti senza prove che fece arrivare a Padova il Procuratore Nazionale Antimafia Bruno Siclari, per risolvere la spinosa questione.

Risultato della visita di Siclari fu che le indagini furono compartimentate e che all’ispettore Menon venisse data in totale autonomia la gestione del confidente, potendo rapportarsi solo con il capo centro. Le informazioni di Ortes erano preziose e la fonte andava gestita nel segreto più assoluto. Accortezza che ebbe poco senso dopo le lettere anonime. Ma questa fu solo una parte della “cura”.

Verso la fine

Dopo tre mesi di collaborazione a piede libero, Giancarlo Ortes, divenne di fatto un ricercato. Il Gip di Padova, il 30 settembre 1994, firmò l’ordinanza d’arresto nei confronti del “confidente” per aver organizzato e partecipato alla fuga dal carcere di Padova. Dopo tre mesi esatti e quattro arresti eccellenti, la gola profonda della Mala diventò un latitante. Un latitante che, lontano da Padova continuava a sentirsi con l’ispettore Menon in un rapporto che continuò come nulla fosse. Prima tramite cellulare e poi sul telefono dell’ufficio della Dia. A Ortes, il mandato d’arresto, suonò probabilmente come un campanello d’allarme fortissimo. Non è difficile immaginare che lui stesso si fosse reso conto che ormai sarebbe servito a poco, viste le lettere che svelavano il suo doppiogioco.

Per questo si dichiarò fortemente convinto di riuscire a far catturare Maniero e il suo braccio armato Pandolfo, sebbene i sodali della Mala lo considerassero ormai solo “un onto”, un traditore con i passi contati. E lo ribadì assicurando che si sarebbe consegnato appena dopo la cattura del boss, chiedendo la ricompensa in soldi e i benefit da collaboratore.  La paura di rimanere in mezzo al guado, tra uno Stato che poteva non ritenerlo più utile e la Mala che stava già valutando la sua morte, lo spinse a giocarsi tutte le carte possibili.Nel frattempo, Faccia d’Angelo, sistemò i suoi affari e giocò a nascondino con le forze dell’ordine.

Tutto sembrò seguire un copione scritto.Certamente non solo da lui.

 

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