NOTTE CRIMINALE Roma

“Ogni giorno piantonavo la stanza di Palamara…”. Parla una vittima, che ha perso soldi e casa nella maxi truffa immobiliare del club dei miliardari

di Beatrice Nencha

La promessa era allettante: entrare a far parte del “club dei miliardari”. Col miraggio di un affaccio esclusivo su Fontana di Trevi o su Villa Borghese, centinaia di facoltosi imprenditori e vip sono stati convinti a investire tutti i loro risparmi, o buona parte di essi, in appartamenti di lusso. Finiti in mano alle banche attraverso aste e cartolarizzazioni, con la promessa di poterli acquistare a prezzi stracciati, prima che fossero collocati sul mercato.

La truffa milionaria delle “case fantasma”, che tra le vittime annovera anche vip come Luca Verdone (fratello di Carlo) e sua sorella Silvia (moglie di Christian De Sica), risale al 2005. Anche se il lungo iter giudiziario, con una parte dei reati caduti in prescrizione, non è ancora terminato.

Il 16 novembre 2020 il Tribunale di Roma, Sezione I penale, all’esito della discussione ha condannato Gianvittorio Pellegrini, uno dei protagonisti della truffa, alla pena finale di anni 6 e mesi 6 di reclusione, riconoscendo la sussistenza dell’aggravante del danno di rilevante entità, in relazione al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. E ha poi condannato il Pellegrini anche al risarcimento del danno, nonché al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 20mila euro per ciascuno dei ricorrenti. Tuttavia, nessuna delle parti offese è mai riuscita a recuperare nemmeno un euro degli investimenti perduti. Anzi, quasi tutti hanno perso non solo i propri soldi, fatti sparire chissà dove, ma anche, nei casi peggiori, i risparmi di tutta una vita, inclusa la propria abitazione.

Hilary Ann Mostert mentre “insegue” Pellegrini

I magistrati che si sono occupati della vicenda, i primi furono la pm Simona Maisto e il sostituto procuratore Luca Palamara, ricevettero tantissimi atti da quella che probabilmente, all’epoca, fu la prima vittima a essere “stangata”: la scrittrice nata nello Zimbabwe ma di cittadinanza italiana, Hilary Ann Mostert. La donna, nella convinzione di fare un ottimo investimento per il futuro di suo figlio, arrivò a vendere la sua casa in centro storico e finì truffata per un miliardo e mezzo di vecchie lire. Coinvolgendo nell’affare altri potenziali investitori tra i suoi amici, a loro volta raggirati col miraggio di stipule milionarie per immobili esclusivi.

Appartamenti che venivano anche fatti visitare, dopo averne mostrato le schede catastali inserite nell’elenco delle aste immobiliari, per ammirarli in tutto il loro splendore. La procedura prevedeva la delega a una società per l’acquisto presso la banca titolare del credito, per poi rilevare direttamente l’immobile senza che fosse messo all’asta. Il tutto con la promessa di ottenerne le proprietà in tempi rapidi. Promessa che però svaniva, rapidamente, come i soldi versati tramite assegni dagli sventurati acquirenti.

Gianfranco Fini

“Vorrei dimenticarmi di questa storia, che in tutti questi anni è stata un macigno sul cuore. Ho cominciato a scrivere proprio per dimenticarmene. Ho trascorso un anno, quasi ogni giorno, dietro la porta del pubblico ministero, a piazzale Clodio, per farmi ascoltare – spiega la Mostert, che all’epoca indirizzò decine di lettere a tutte le autorità, dal presidente della Camera Gianfranco Fini a quello della Repubblica Giorgio Napolitano – Alla fine sono stata ricevuta, un’unica volta e molto sbrigativamente dal dottor Palamara, a cui ho mostrato tutta la documentazione raccolta, esponendomi personalmente contro queste persone. E’ triste costatare, a distanza di 15 anni, che tutti i nostri sforzi non siano serviti a nulla. Anzi, ho scoperto che queste identiche truffe immobiliari sono proseguite, del tutto indisturbate, ancora a lungo”.

La truffa miliardaria non solo è andata avanti, ma risaliva a molti anni addietro: “I primi imbrogli risalgono addirittura al ’99. Le modalità della vendita erano molto simili. Il primo incontro quasi sempre non avveniva nella sede legale di via Tuscolana 1478 ma in centro, nell’ufficio dell’onorevole Tosolini. Qui erano mostrate le schede catastali di diversi immobili inserite nell’elenco delle aste immobiliari” ha ricostruito il giornalista Marino Bisso, in un articolo apparso su Repubblica il 21 gennaio 2006.

Chi esortò la Mostert a entrare nel mitico “club dei miliardari”, proponendo anche un brindisi per celebrarne l’ingresso dinanzi ad altri ospiti, fu Renzo Tosolini. L’ex deputato del Pdl fu inizialmente iscritto nel registro degli indagati per poi essere ritenuto, dall’ex pm Palamara, anche lui una vittima del raggiro. Perpetrato a sua insaputa – questa la sua linea difensiva – da un suo collaboratore: l’ingegnere Gianvittorio Pellegrini.

Una scelta processuale che, all’epoca, non fu compresa e fece infuriare molti dei truffati. Dato che Pellegrini non solo si presentava, nel suo biglietto da visita con tanto di logo della Camera dei Deputati, quale “assistente” presso la segreteria dell’on.Tosolini, ma era anche suo socio nell’immobiliare RE.GIA. Srl, dove rivestiva l’incarico di amministratore delegato. La società, di cui Tosolini era socio di maggioranza, è stata dichiarata fallita il 17 giugno 2004, dopo sei anni di attività. Solo in seguito Tosolini ha denunciato Pellegrini, che nel 2001 si è anche candidato per An al XII municipio e che nel suo curriculum elettorale si accreditava come “imprenditore poliedrico” e fondatore di un’agenzia d’investigazioni private. Pellegrini vantava ottime entrature nei salotti buoni e nei palazzi della politica romana, grazie anche alla compiacenza di Tosolini. Nei cui uffici era venduto il miraggio degli immobili a cinque stelle e stipulati i compromessi, purtroppo basati solo su carta straccia.

Secondo La Repubblica del 14 ottobre 2015 “nel processo per truffa il pm che allora si occupava della vicenda, Luca Palamara, ritenne che non ci fossero elementi sufficienti per procedere nei confronti di Tosolini, che peraltro si era sempre difeso affermando di non sapere degli imbrogli e di essere stato a sua volta raggirato. Chiese perciò lo stralcio della sua posizione. Il gip non fu però della stessa opinione e rimandò il fascicolo in procura per approfondimenti. L’incartamento passò nelle mani del pm Mario Dovinola. Il reato di truffa era ormai prescritto e il magistrato ha ritenuto di procedere per bancarotta con aggravanti”.

Se da un lato questa vicenda rievoca le spassose sequenze del film “Totò Truffa”, in cui il geniale comico partenopeo tenta di vendere a sprovveduti turisti la maestosa Fontana di Trevi, dall’altro la maxi-truffa delle “case fantasma” è quasi surreale, perché del bottino – un’operazione da venti milioni di euro – si sono perse completamente le tracce. E il sogno immobiliare si è presto trasformato in autentico incubo per una quarantina di acquirenti “bidonati”. Un imbroglio messo in piedi sfruttando anche gli uffici di rappresentanza di Palazzo Marino, prestigiosa location dove erano invitati molti degli abbienti clienti da “spennare”. Un raggiro così ben congegnato da potersi replicare ancora nel 2009, di nuovo protagonista il Pellegrini, ai danni di facoltosi imprenditori dell’avellinese. Cui era stata venduta una palazzina-fantasma di tre piani adiacente a Villa Borghese, dal valore di 4,5 milioni di euro, pagata con assegni circolari. Poi recuperati per un importo di 800mila euro, finiti in buona parte su un conto di un istituto di credito di Spalato in Croazia.

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