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“Sarebbe stato meglio se avessi commesso dei reati veri, in questo processo… “ L’ironia di Carminati, condannato a dieci anni, che presto tornerà a Roma senza ripassare dal carcere

di Beatrice Nencha

Le lacrime di Angelo Scozzafava e la voce rotta di Agostino Gaglianone, ultimi assolti nel processo di Appello bis al “Mondo di Mezzo”. Sono queste le immagini che non hanno bucato le telecamere, ieri sera, alla pronuncia della sentenza per il ricalcolo delle pene di uno dei processi più controversi del decennio. Alla sbarra, i principali imputati restano Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, presenti a tutte le udienze. Anche ieri, con umori diversi, sono stati loro i protagonisti indiscussi di un’avventura giudiziaria che ha superato i sei anni di processi. E che oggi volge al termine. L’ex dominus delle cooperative rosse porta a casa una condanna di 12 anni e 10 mesi, più alta persino di quella richiesta dalla Procura generale che si attestava sui 12 anni e 8. Mentre il suo “sodale”, Carminati, unico che in Aula ha scelto di non essere ripreso, esce da piazzale Clodio con 10 anni e 4mila euro di multa. Anche se per lui, difeso dall’avvocato Cesare Placanica, è quasi scontata l’applicazione della misura alternativa al carcere, visto che ha già scontato oltre metà della pena, in larga parte al 41 bis. Sin da quel lontano 2 dicembre 2014, il giorno della maxi retata del Ros, quando venne bloccato sulla via Cassia, in auto, a pistole spianate.

Carminati non rilascia dichiarazioni, ma prima della sentenza – e di una Camera di Consiglio durata 4 snervanti ore – si lascia sfuggire un commento sarcastico: “Era meglio se avessi commesso davvero qualche reato, in questo processo, almeno ci avrei guadagnato. Tutti sanno del mio passato criminale, ma sono convinto che questa inchiesta sia stata utilizzata per coprire altre vicende”. Il pensiero va al processo Finmeccanica, i cui primi arresti avvennero a luglio 2013, dove il Nero non è mai stato coinvolto direttamente. Nonostante un de relato di Buzzi, finito agli atti, che intercettato lo coinvolge. Ma ha visto coninvolti politici, faccendieri e colletti bianchi, tra cui il commercialista Marco Iannilli, braccio destro dell’ex consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola, già arrestato nell’ambito dell’inchiesta Enav, nonché proprietario della villa di Sacrofano dove si insedieranno Carminati e la sua compagna. Suggestiva la teoria del Nero, ma non esistono riscontri. E anche lui ne è consapevole. Anche se rimane l’anomalia di un’inchiesta nata pedinando non Carminati, bensì l’ex Nar Luigi Ciavardini. Sulla base di un’ipotesi investigativa di un coinvolgimento diretto del Cecato in una serie di rapine nelle banche romane. Una pista che non porterà a nulla. Ma che accenderà i riflettori sulle abitudini e le frequentazioni del boss di Roma Nord e sui suoi legami, sempre più fitti, con l’ex ras della “29 Giugno” da un lato, e con la piccola criminalità di strada, all’ombra della pompa di benzina gestita da Roberto Lacopo a Corso Francia.

Se Carminati partiva da una condanna di oltre 14 anni, e senza possibilità di ottenere concordati per via della qualifica di delinquente abituale comminata in primo grado, altrettanto non si aspettava Buzzi. Per il quale la sentenza di ieri è stata una doccia gelata. Seppur assolto da una serie di imputazioni, a partire dalla gara del Cup, un maxi-appalto dal valore di 60 milioni di euro,a penalizzarlo è stata – paradossalmente – la decisione della I Sezione penale della Corte di Appello di porre come reato base non più la corruzione, considerata il reato più grave dalla sentenza della Cassazione, ma l’associazione a delinquere “semplice”. Senza aver commesso estorsioni, usura o minacce, una condanna a oltre 12 anni è un macigno, che rischia di rispedirlo in carcere.

“E’ paradossale che i reati che sulla carta sono puniti fino a 6 anni, cioè le corruzioni, alla fine sono stati trattati in maniera più consistente rispetto a un’estorsione, che sulla carta arriva fino a 20 anni. In questo periodo storico fare una rapina in banca è meno rischioso che fare una corruzione – commenta l’avvocato di Buzzi, Alessandro Diddi – Ribaltare l’impostazione, considerando più grave l’associazione a delinquere, è un passaggio delicato, che se non è ben supportato rischia di travolgere la sentenza. E noi in Cassazione ce la giocheremo. C’è sempre la spada del patteggiamento, che mi fu rigettato in primo grado, a causa del 416 bis. Oggi, caduto questo reato,  il dissenso del pm è ingiustificato e ce lo devono concedere”.

Con l’assoluzione di Scozzafava, ieri anche Buzzi è stato prosciolto dalla turbativa d’asta per l’appalto del centralino unico delle prenotazioni sanitarie. Reato per cui era già stato assolto anche l’ex capo di gabinetto di Zingaretti, Maurizio Venafro, in uno dei filoni stralcio dell’inchiesta. Eppure il legale non esulta. Anzi, ne approfitta per levarsi qualche sassolino con la Procura di Roma e col presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: “Nel procedimento Venafro, pur di non dargli credibilità, Buzzi non lo hanno mai ascoltato. E’ stato un processo che si è svolto sulla ricostruzione dei fatti, dove però mancano tutte le intercettazioni, compresa un’ambientale, nella sede della cooperativa, in cui Buzzi rivela che per vincere la gara, in Regione gli hanno chiesto di pagare il 3%. All’epoca non lo hanno mai voluto sentire e adesso lo hanno assolto. E ne siamo contenti. Vedremo come motiveranno la vicenda, tra 90 giorni, al deposito delle motivazioni. Quando Zingaretti venne a testimoniare nell’Aula bunker di Rebibbia, chiamato da me, disse che avrebbe denunciato Buzzi per calunnia. Dal 2015 noi stiamo aspettando, con ansia, questa denuncia di Zingaretti. Sono passati 6 anni e ormai, purtroppo, la querela è prescritta”.

“Io le voglio leggere bene le motivazioni, c’è qualcosa che non quadra – concorda l’altro legale del team di Buzzi, Pier Gerardo Santoro – La Corte da un lato ha utilizzato i nostri concordati, sulla base delle nostre metriche, per applicare le pene. Dall’altro, per Buzzi e Carminati, ha utilizzato come reato più grave l’associazione. Ma senza applicare il minimo della pena, che avrebbe dovuto applicare secondo il calcolo fatto dalla sentenza Tortora (la sentenza del primo Appello, ndr). Noi avevamo detto: si applicano gli stessi parametri per evitare la reformatio in peius,. Ovvero si partiva dal reato più grave, ma col minimo della pena. Il nostro obiettivo per Buzzi era ottenere dieci anni. Forse questa sentenza paga anche la sua esposizione mediatica, ed è fatta per rimandarlo in carcere”.

Nessun brivido particolare, invece, per tutte le altre condanne. Su venti imputati, ben 13 hanno scelto di concordare con la Procura generale, il pg Pietro Catalani. Preferendo la certezza di una pena minore, all’incognita di affrontare un nuovo grado di giudizio. Tra cui: Alessandra Garrone condannata a due anni e 9 mesi, Paolo Di Ninno condannato a 3 anni e 8 mesi; Claudio Caldarelli condannato a 4 anni e 5 mesi, Riccardo Brugia, condannato a 6 anni, Fabrizio Franco Testa, condannato a 5 anni e mezzo, l’ex ad di Ama Franco Panzironi, condannato a 3 anni e mezzo, e l’ex consigliere comunale Luca Gramazio condannato a 5 anni e 6 mesi.

Claudio Bolla

Sette imputati, tra cui Claudio Bolla che ieri è stato condannato a 3 anni e un mese di reclusione, hanno invece scelto di impugnare le condanne. Alcuni fino alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo per tentare, in quella sede, di dimostrare la propria innocenza. “Non voglio dialogare con chi mi ha sempre considerato un mafioso e mi ha trattato solo come un numero. Ho rifiutato il patteggiamento perché voglio dimostrare la mia onestà fino alla Cedu. So che la mia scelta è masochista ma almeno sarò in pace con la mia coscienza”.

“Questo processo ha accertato il radicamento nella città di Roma di due pericolosissime associazioni criminali –  è il commento a caldo dell’avvocato Giulio Vasaturo,  parte civile per l’associazione Libera nel processo – Un dato di fatto che di per sé non si presta ad alcuna minimizzazione”. Mentre la sindaca di Roma Virginia Raggi, presente in prima fila ieri in Aula, ai microfoni rilanciava: “Quello di ’Mafia Capitale è uno dei capitoli più bui della storia della nostra capitale. Sono stati calpestati i diritti dei cittadini e questo è stato riconosciuto. Io credo sia fondamentale il lavoro di ricostruzione che stiamo facendo, che parte dalle macerie: fatto di bilanci puliti, regolari e di appalti legali e trasparenza. I cittadini romani meritano questo”.

Affermazioni respinte al mittente dall’avvocato Diddi, che a distanza di pochi metri ribatteva ai giornalisti: “La prima cittadina di Roma non ha ancora capito che l’accusa di mafia è stata demolita da una sentenza irrevocabile della Cassazione. Capisco che ai nostri amministratori pubblici, e in particolare alla Raggi, sia difficile rinunciare a fare di “Mafia capitale” il capro espiatorio di tutte le loro incapacità e inefficienze”.

Foto copertina: Ansa

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