'ndrangheta Banda della Magliana camorra NOTTE CRIMINALE Roma

L’affaire Moro collante tra Cutolo e la Banda della Magliana. Quando lo Stato chiese alla criminalità qualcosa che non voleva (seconda parte)

Le carte rinvenute in via Monte Nevoso, nel 1990, consentono di collegare l’esecuzione della condanna dell’onorevole Aldo Moro non soltanto ad una logica interna, ma anche all’esito del processo. Esse, tuttavia, pongono il problema di spiegare perché le Brigate Rosse rinunciarono al vantaggio politico di rendere noti, come pure si erano impegnate a fare, i risultati dell’interrogatorio cui l’onorevole Moro era stato sottoposto?

Henry Kissinger

Sono state avanzate, in proposito, almeno quattro ipotesi, fra loro compatibili. Il dottor Corrado Guerzoni, uno dei collaboratori dell’onorevole Moro, particolarmente toccato dalla tragedia e, per questo, magari, in qualche misura, suggestionabile, ha ipotizzato che il sequestro e l’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana possano essere stati «delitti in appalto», voluti da circoli reazionari stranieri e italiani, finalizzati alla liquidazione della politica della solidarietà nazionale e, in particolare, della partecipazione comunista al governo. A sostegno di tale ipotesi, per altro, egli ha mobilitato una serie di argomenti: dal documentato contrasto tra Aldo Moro e il Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger, all’ostilità del Bundeskazler della Germania Federale Helmut Schmidt, e del Presidente della Repubblica francese Valéry Giscard d’Estaing, all’ingresso dei comunisti italiani al governo; dal rifiuto dell’amministrazione statunitense a collaborare, in un primo momento, alle indagini sul rapimento, attenuato dal successivo invio di un unico esperto in sequestri che lavorò presso il Ministero dell’Interno, alle contraddizioni logiche e politiche della ricostruzione della vicenda operate dai brigatisti e, in particolare, da Mario Moretti; dall’inafferrabilità dei brigatisti nel periodo del sequestro, all’insufficienza dimostrata dallo Stato a livello operativo; dalle posizioni espresse dal Ministero dell’Interno circa la «sindrome di Stoccolma» e il preventivato ricovero in clinica dell’onorevole Moro in caso di rilascio, alla scomparsa dei documenti relativi al Comitato di crisi del Ministero dell’Interno; dalla vicenda di via Gradoli al ritardo con cui fu scoperto il covo di via Montalcini, sino alla pressione dello stesso Ministero dell’Interno italiano presso l’analogo dicastero svizzero per bloccare l’iniziativa dell’avvocato ginevrino Denis Payot, contattato per conto della famiglia Moro, avendo egli trattato per il governo tedesco con i terroristi della RAF, in occasione del sequestro, avvenuto nell’autunno del 1977 e conclusosi tragicamente, di Hans-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca.

Denis Payot

Altri, partendo dal comportamento tenuto dalle Brigate Rosse dopo il 18 aprile 1978 e, specialmente subito dopo l’eliminazione di Aldo Moro, ha ipotizzato che Mario Moretti ed i suoi compagni non avessero più, a quella data, la materiale disponibilità né dell’ostaggio né del suo memoriale: in caso contrario – questo è il percorso argomentativo –, non si spiegherebbe perché i brigatisti, anche a voler credere ad una logica militarista e « dura », avrebbero ucciso un prigioniero, il quale aveva risposto a tutte le loro domande e che, vivo, sarebbe stato una mina vagante nel potere: tanto più che un esercito non ammazza mai un ostaggio che il nemico non rivuole indietro vivo. Né si spiega la ragione per la quale sia stato inscenato un rituale, mai appartenuto, né prima e neppure in seguito, alle Brigate Rosse: la vittima lasciata agonizzare per un quarto d’ora e crivellata di colpi post mortem. Finalmente, non si vede il motivo per cui non sia stato svelato e gestito politicamente il memoriale-bomba che parlava, fra l’altro, di Stay-behind e che costituiva il maggior risultato politico conseguito dalla lotta armata.

La terza ipotesi avanzata, è quella di un contatto, eventualmente mediato, tra le Brigate Rosse e settori istituzionali, in cui le prime avrebbero potuto prospettarsi un qualche possibile vantaggio dalla mancata pubblicazione dei documenti.

Una ipotesi manca al quadro di quelle possibili sul rapimento Moro, e si riferisce alla possibilità che in mano alle Brigate Rosse, ad un certo punto, si siano trovati Aldo Moro, il Memoriale da lui scritto contenente rivelazioni di una certa importanza e i documenti inerenti Stay Behind che – come ha raccontato l’Ammiraglio Fulvio Martini – sparirono da una cassaforte del Ministero dell’Interno, nei giorni del rapimento e che, con il tramite del canale di ritorno, da molti dato per certo, aperto dalla famiglia Moro – in molti fanno il nome di un prete – potrebbe essere stato portato ai brigatisti. È l’ipotesi che potremmo definire del «triplo ostaggio», un qualcosa che avrebbe potuto spaventare e non poco gli ambienti Nato ed attivare i servizi segreti di mezzo mondo. Cosa che in effetti avvenne. A quel punto il passaggio di mano nella conduzione della «operazione Fritz» successivo alla scoperta di Via Gradoli, alla messinscena del Lago della Duchessa e del falso Comunicato n. 7, sarebbe una logica conseguenza della caccia aperta che si scatenò. Chi arrivò per primo ai brigatisti mandò quel chiaro messaggio: adesso il rapimento va dove vogliamo noi, sennò fate la fine dei capi della RAF, trovati  «suicidati» in prigione.

Aldo Moro venne dunque trasferito in un luogo di detenzione diverso da quello «ufficiale» di via Montalcini?

La versione dei brigatisti è che Moro non si sia mosso mai da via Montalcini. C’è però il fondato sospetto, rafforzato proprio dall’ultimo brano del suo memoriale, che negli ultimissimi giorni non sia stato veramente in via Montalcini. La storia raccontata dai brigatisti potrebbe servire in realtà a coprire il vero luogo dell’esecuzione, magari per non mettere nei guai persone che hanno collaborato al trasferimento dell’ostaggio in un luogo diverso. Ma dove? Probabilmente in una via molto vicina a via Caetani, forse nella zona del ghetto ebraico.

È, dunque, questo il quadro nel quale si collocano armonicamente le narrazioni di Raffaele Cutolo e di Maurizio Abbatino?

Raffaele Cutolo

Tutti questi elementi, per un verso, comprovano l’inserimento del crimine organizzato nella vicenda del sequestro-omicidio dello statista democristiano, mentre, per l’altro, convergono verso l’intreccio di ambigui rapporti che legarono, in ambito romano, esponenti delle organizzazioni criminali gravitanti sulla Capitale al mondo di un torbido affarismo, ad uomini politici, ad appartenenti alla Loggia P2, autorevolmente individuata come luogo di «oltranzismo atlantico», ed a settori istituzionali, in particolare dei Servizi di Sicurezza. Se posti, altresì, in correlazione con il comportamento per niente lineare e per più versi incomprensibile, tenuto dalle Brigate Rosse dopo il 18 aprile 1978 e subito dopo l’eliminazione dell’ostaggio, questi stessi elementi attribuiscono indiscutibile rilievo, tanto alla circostanza che il tragico epilogo della vicenda Moro non sia stato solamente il risultato di una sconfitta militare e/o politica subita dallo Stato, ma, piuttosto, la risultante di un fascio di forze cospiranti contro la salvezza del prigioniero delle Brigate Rosse; tanto a quella di una possibile eterodirezione delle stesse Brigate Rosse o, almeno, della loro  influenzabilità e condizionabilità.

Il Presidente Emerito, professor Francesco Cossiga, sempre nell’intervista sopra ricordata, ad Andrea Monti, di fronte alla domanda se si possa « affermare con tranquillità che quanto sappiamo del caso Moro, da parte dello Stato, è quanto si ha da sapere », ha  affermato: « Io dico che prima di sostituirsi agli eccellenti magistrati che hanno istruito e hanno giudicato quattro processi Moro, bisognerebbe avere un po’ d’umiltà», pur aggiungendo che «cose da scoprire ce ne possono essere». Lei è d’accordo?

Via Montalcini (Roma)

Il dottor Antonio Marini – eccellente magistrato che ha rappresentato la funzione d’accusa in tutti i dibattimenti, da quello del primo «processo Moro» a quello del processo «Moro-quinquies» –  sollevò dubbi e perplessità, in un’intervista giornalistica, sulla ricostruzione della dinamica dell’agguato di via Fani. Fece riferimento all’accertata presenza, durante l’eccidio, di una moto Honda. Ragionò, quindi, sul numero dei componenti del nucleo d’attacco e giunse a considerare scarsamente credibile che un’azione così complessa potesse essere stata realizzata soltanto da nove brigatisti. Lo stesso dottor Marini avanzò anche l’ipotesi che l’onorevole Aldo Moro non fosse stato ucciso in Via Montalcini. Ed espresse dubbi non solo sul ritrovamento delle carte di Via Monte Nevoso, ma anche sulla gestione di quella documentazione.

L’inchiesta condotta dalla Commissione Parlamentare sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull’omicidio dell’onorevole Moro, del resto, aveva già evidenziato come, nonostante l’imponente spiegamento di forze, l’obiettivo di liberare l’ostaggio non fosse stato raggiunto. E ne aveva individuato la causa nella mancanza, così nelle forze dell’ordine come nella magistratura, di una strategia d’intervento specifico, diretta a liberare l’onorevole Moro e ad arrestare i suoi rapitori.

La stessa Commissione d’inchiesta, inoltre, pose in chiara evidenza i comportamenti di molti fra i protagonisti della vicenda, apparentemente ispirati dalla convinzione che la stessa potesse sbloccarsi da sola, eventualmente in sede extraistituzionale, ovvero che il suo tragico epilogo fosse già segnato, sin dall’inizio. Documentò gravissime negligenze, apparentemente inspiegabili, se non motivate da un interesse a non veder risolto positivamente il sequestro. E si divise, tuttavia, sulla questione relativa all’intenzionalità delle omissioni verificatesi: la maggioranza escluse una strategia sottesa alle omissioni; mentre, per contro, in alcune relazioni di minoranza, specie in quella sottoscritta da Leonardo Sciascia, si ritenne certo o almeno altamente probabile il carattere intenzionale di alcune delle inerzie che avevano contribuito al tragico epilogo della vicenda Moro.

Qual è, in proposito la sua opinione?

L’agguato di via Fani, l’eccidio della scorta ed il sequestro dello statista democristiano, lo scenario tragico dei luoghi della strage appena consumata, la rivendicazione e i successivi comunicati delle Brigate Rosse, la prigionia dell’ostaggio in un luogo sconosciuto e il processo cui questi veniva sottoposto, gli appelli sempre più pressanti e drammatici del prigioniero, il disconoscimento ufficiale della loro « autenticità », il rifiuto della trattativa, la polemica che si aprì tra i fautori di questa e i sostenitori della «linea della fermezza», l’inutilmente grandiosa mobilitazione dell’apparato istituzionale di sicurezza, il senso di vittoriosa impunità degli autori del sequestro, l’avvitarsi della vicenda verso il suo tragico epilogo, il macabro rinvenimento della salma di Moro in un luogo centrale della Capitale, le dimissioni del ministro dell’Interno: questa fu la percezione che la pubblica opinione ebbe del fatto storico, nell’immediatezza del suo accadimento. Ben presto, tuttavia, si sono dischiusi nuovi spazi conoscitivi e sono state formulate ipotesi inquietanti e fra loro, almeno in apparenza contraddittorie.

Mario Moretti

Il rapimento di Aldo Moro, secondo alcuni, avrebbe rappresentato l’apoteosi delle trame filo-atlantiche. I cinquantacinque giorni del sequestro del Presidente della Democrazia cristiana sarebbero stati l’apice dell’intrusione della Cia nel nostro paese. Mario Moretti sarebbe stato null’altro che un infiltrato, il quale, nel 1974, avrebbe fatto arrestare il cd  «nucleo storico» delle Brigate Rosse per assumerne la guida. In simile prospettiva, che vede le Brigate Rosse eterodirette dalla Cia ed il sequestro dello statista democristiano organizzato in quanto, per dirla con Rossana Rossanda, si sapeva che «Moro vivente avrebbe aperto il governo al PCI, e che la storia italiana si sarebbe avviata quindi a una sorta, se non di rivoluzione, di progressismo antimperialista o simili», restano in ombra, tuttavia, i ruoli che possano avervi giocato sia il Mossad sia il Kgb. E pure, è stato accertato come l’interessamento del primo di tali servizi per le Brigate Rosse si fosse manifestato, praticamente, con la nascita dell’Organizzazione stessa.

Giangiacomo Feltrinelli

E come il secondo, per un verso, ne avesse favorito la nascita, paventando a Renato Curcio e ad Alberto Franceschini, ma anche e soprattutto a Giangiacomo Feltrinelli, l’imminenza di un Golpe sul modello di quello dei Colonnelli greci, e, per l’altro, avesse concorso a  perfezionarne l’addestramento militare nei campi cecoslovacchi. D’altronde, esaltando il ruolo della Cia, si finisce per sottovalutare la parte che possa aver avuta nel sequestro Sergej Sokolov, agente sovietico, il quale, sotto le mentite spoglie di un tranquillo studente-borsista frequentava le lezioni dell’onorevole Moro e s’informava su ogni sua attività, al punto che anche allo statista era parso evidente si trattasse di una spia, tanto da averne parlato al professor Francesco Tritto. Ma si finisce anche per dimenticare sia l’ormai certa operazione Shporà, con la quale il Kgb accreditò a Benigno Zaccagnini, attraverso la sua segreteria, la tesi per cui il rapimento e l’assassinio di Moro fossero stati organizzati dalla Cia, sotto la regia di Henry Kissinger; sia il viaggio del dirigente del Pci Salvatore Cacciapuoti in Cecoslovacchia, per avvisare i Compagni di Praga della brutta piega che avrebbero preso le cose se, in Italia, si fosse venuti a sapere che il loro servizio segreto aiutava ed addestrava le Brigate Rosse; sia la strana circostanza che la mitraglietta Skorpion con cui fu ucciso il presidente della Democrazia Cristiana fu poi ritrovata, al momento dell’arresto di Valerio Morucci e di Adriana Faranda, nell’appartamento di via Giulio Cesare 47, di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, alias agente «Dario», capo della rete spionistica del Kgb in Italia.

Scuola Hyperion (Parigi)

Non meno riduttivo, tuttavia, è il voler vedere, come pure altri fanno, nel rapimento dell’onorevole Aldo Moro nulla di più che una normale operazione d’intelligence da parte dell’Unione Sovietica, finalizzata ad ottenere il disvelamento di segreti Nato. In tal modo, però, si trascura di prendere in considerazione il ruolo svolto durante i cinquantacinque giorni dalla Loggia massonica P2 e dalla scuola Hyperion, creata da persone apparentemente parte dell’ultrasinistra – come Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris e via continuando –, ma uscita indenne da un’indagine della magistratura, grazie allo scoop di un giornale, allora diretto da un piduista. In tale ottica, resta senza spiegazione alcuna la presenza di Camillo Guglielmi, in via Stresa, a duecento metri da via Fani, la mattina del rapimento. Circostanza, questa, ammessa del resto dall’interessato.

Ma chi era Camillo Guglielmi?

Campo addestramento in disarmo

Costui era un ufficiale del Sismi. Faceva parte della VII divisione, quella che controllava Gladio. Dipendeva direttamente dal generale Pietro Musumeci. E, particolare ancor più inquietante, era colui che nel campo di addestramento di  Capo Marragiu si occupava di preparare le truppe per le azioni di commando.

A proposito di «Gladio», ancora di recente, Antonino Arconte, ex agente segreto – nome in codice G71 VO 155 M, cioè agente della struttura Gladio, anno addestramento 1971, Marina Militare, Volontario numero 155 –  appartenente alla “Seconda Centuria Lupi” della struttura Stay Behind, è tornato a parlare della sua attività in relazione al caso Moro. In particolare ha parlato del ruolo informativo  che la Stasi, il servizio segreto della Germania dell’Est, avrebbe avuto sulla vicenda del covo BR di via Gradoli a Roma. Secondo Arconte, uno dei «gladiatori» operanti all’Est avrebbe raccolto un’informazione su «Gradoli Strasse» dalla figlia di un generale della Stasi, legata a lui sentimentalmente. Questa informazione, come risulta anche da alcune giudiziarie, sarebbe stata raccolta dal «terminale» della struttura che aveva arruolato lo stesso Arconte,  cioè Antonio La Bruna. Ritiene, dottor Lupacchini, che il racconto dell’Arconte possa aprire nuove prospettive agli accertamenti perennemente in corso sul cosiddetto covo di via Gradoli 96? 

Antonino Arconte

Impossibile, in questa sede ed allo stato delle conoscenze sulle dichiarazioni di Antonino Arconte, esprimere meditate opinioni in proposito.

Sento, tuttavia, il dovere di dire che considero incredibile ed offensivo dell’altrui intelligenza, che si sia potuto affermare che il nome «Gradoli» fosse venuto fuori nel corso di una seduta spiritica, in cui sarebbero state evocate le anime dell’onorevole La Pira e di don Sturzo, affinché rivelassero il luogo dove l’onorevole Aldo Moro era tenuto prigioniero. Ma, sopra tutto, offende l’intelligenza il fatto che si continui a sostenerlo.

Luciano Violante

Che la storia della seduta spiritica fosse un singolare, quanto grossolano, espediente di copertura della fonte informativa, oltre ad essere ipotesi logicamente ragionevole, è stato  sostenuto, dinnanzi ad una Commissione d’inchiesta parlamentare – e non nel salone affollato di una casa di campagna, in un piovoso pomeriggio d’aprile, arrostendo salsicce e sorbendo caffè, in mezzo allo scorrazzare di bambini vocianti –, da una serie di esponenti istituzionali: dal Presidente emerito della Camera dei deputati, l’onorevole Luciano Violante, a ex Presidenti del consiglio dei ministri, come i senatori a vita Giulio Andreotti e Francesco Cossiga o l’onorevole Arnaldo Forlani; ma anche da ex brigatisti – come Adriana Faranda, Valerio Morucci ed Alberto Franceschini.

So bene che il fenomeno tragico e orribile del terrorismo attraversò, all’epoca, anche le istituzioni e le famiglie degli strati più alti: il figlio di un ministro della Repubblica risultò essere un terrorista e la moglie di altro ministro era in rapporti di confidenza con un brigatista. Non mi meraviglierei, dunque, né se un ipotetico giovane e brillante cattedratico avesse intrattenuto rapporti, certamente affatto onesti, con  ambienti compromessi col terrorismo, né se quello stesso ipotetico giovane e brillante cattedratico avesse avuto qualche ragionevole ritegno a strombazzare ai quattro venti quegli onesti rapporti, esponendosi a rischi insostenibili; comprendo, quindi, come quell’ipotetico giovane e brillante cattedratico, se venuto fortunosamente in possesso, grazie ai propri affatto onesti rapporti con ambienti compromessi col terrorismo, d’informazioni utili a salvare una vita umana, potesse aver ritenuto che il ricorrere alla sia pur « ridicola e imbarazzante » messinscena della « seduta spiritica », fosse espediente idoneo a soddisfare la duplice esigenza di riversare quelle importantissime notizie agli organi competenti senza, tuttavia, rivelarne la vera fonte.

Valerio Morucci

Mi risulta, invece difficile capire come mai, a distanza di tanti anni, in una situazione socio-politica, almeno in apparenza, assai diversa, ci si ostini a ribadire, contro ogni ragionevolezza, quella originaria versione. Né è per me motivo di conforto che anche Valerio Morucci, davanti ad una Commissione d’inchiesta parlamentare, abbia potuto dichiarare: «Credo alle sedute spiritiche, non credo di essere il solo, e mi sembra che in quel periodo fu chiamato un rabdomante per cercare la base dove era tenuto sequestrato Aldo Moro, se non vado errato: quindi anche qualcun altro ci credeva ».

Riconosco, ovviamente, che si tratta di un mio imperdonabile limite: ricorderò sempre come, a metà degli anni Ottanta e proprio a Bologna, avendo sottoposto a serrata critica, nel motivare una sentenza d’assoluzione, gli argomenti a sostegno dell’accusa che veniva mossa ad un giovane studente universitario ed aspirante pittore, di aver trucidato, con quarantasette coltellate, la sua più matura amante, insegnante ed apprezzata critica d’arte, mi si fosse obiettato, da parte d’un acuminato pubblico ministero, d’aver preteso di risolvere le questioni sul tappeto secondo i dettami rigorosi della logica. Questa, naturalmente, è un’altra brutta storia, che meriterebbe, magari un’altra volta, d’essere raccontata con dovizia di particolari; si accontenti, per ora, di registrarla, ad imperitura memoria del fatto che, almeno a Bologna, la logica era  considerata, in certi ambienti, alla stregua di una malattia di cui vergognarsi se non, addirittura, d’un gravissimo, inconfessabile peccato.

A prescindere, comunque, dalle ragioni per le quali taluno si ostina ancora a voler far credere – pur facendo, allo stesso tempo, professione di scetticismo – di aver avuto l’indicazione « Gradoli » da un « piattino » che si muoveva sotto l’impulso di forze misteriose, è storicamente certo che l’informazione fu pessimamente utilizzata dagli apparati di sicurezza: dopo l’esito negativo dell’inutile azione di rastrellamento militare del paese di Gradoli, in provincia di Viterbo, venne trascurata la pressante segnalazione della famiglia Moro, secondo la quale il nome «Gradoli» avrebbe potuto indicare anche una via romana, ritenuta invece inesistente; e pure, proprio in via Gradoli, vi era la principale base operativa delle Brigate Rosse.

Il covo di Via Gradoli

A conferma di queste sue pertinenti osservazioni, vorrei aggiungere che ragione di ancor più intense perplessità e di ancor più gravi valutazioni sono ulteriori inquietanti circostanze. L’appartamento di via Gradoli 96, innanzi tutto, era stato affittato, nel 1975, a Mario Moretti, alias « ingegner Mario Borghi », dall’ingegner Giancarlo Ferrero e dalla moglie Luciana Bozzi. Da un rapporto della polizia giudiziaria, che fa parte degli atti della Commissione di inchiesta sul caso Moro, risulta che la signora Bozzi era ottima conoscente di Franco Piperno e di Giuliana Conforto – figlia di Giorgio Conforto, l’agente « Dario », uno dei più importanti e influenti capi della rete spionistica del Kgb in Italia – la quale, poi, avrebbe ospitato Valerio Morucci e Adriana Faranda, nell’abitazione di viale Giulio Cesare. Fu, per altro, proprio in forza di questi elementi che il settimanale Avvenimenti arrivò ad ipotizzare che la notizia del covo fosse arrivata non già da uno spiritello, né dagli ambienti dell’Autonomia bolognese, bensì proprio dal Kgb.

Poco prima del sequestro dell’onorevole Moro, in una casa di Via Gradoli, si era tenuto un incontro tra ex militanti di Potere Operaio decisi a passare alla lotta armata: tra questi, persone vicine a Morucci, indicato come uno dei primi occupanti del covo insieme alla Faranda. Gli altri furono Lauro Azzolini e Carla Brioschi, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Il fatto che  i futuri membri dei « Comitati Comunisti Rivoluzionari » si vedessero proprio lì, non è l’unica stranezza: sebbene un ex militante di Potere Operaio fosse riuscito ad informare le Brigate Rosse che in quella via c’era un ufficio dei servizi segreti: incredibilmente Moretti decise di non smantellare la base.

Mario Moretti, insomma, aveva scelto di affittare una casa che, a dir poco, scottava?

Peggio. Già il 18 marzo 1978,  due giorni dopo l’eccidio di Via Fani, come lei ha prima ricordato, alcuni agenti del commissariato Flaminio Nuovo, guidati dal maresciallo Merola, si recarono in Via Gradoli 96, dove era stata segnalata una base brigatista. I poliziotti suonarono all’interno 11, ma giacché nessuno rispose, si allontanarono senza procedere ad alcun accertamento. Secondo Merola l’ordine gli era stato dato dal commissario Costa e non mirava a perquisire le abitazioni,  ma, piuttosto, ad identificare le persone che ci vivevano, tanto che non aveva neanche il permesso di aprire con la forza le porte di chi non rispondeva. Inutile dire che il commissario Costa – il quale, a sua volta, era stato mobilitato dall’allora questore di Roma, Emanuele De Francesco –, una settimana dopo la morte dell’onorevole Moro, sarebbe stato trasferito alla questura centrale per motivi di salute.

Nell’appartamento di fronte a quello dei brigatisti viveva, in quel periodo, con il suo compagno, una certa Lucia Mokbel, la quale avrebbe raccontato, dinnanzi alla Corte d’assise di Roma – non senza una confusa indicazione dei tempi – di aver scritto una nota, che avrebbe consegnato agli agenti intervenuti al comando del Maresciallo Merola il 19 marzo 1978, indirizzata al commissario Elio Cioppa – iscritto alla Loggia P2, tessera numero 658 – con cui informava il funzionario di essere stata svegliata, la notte di quattro o cinque giorni prima, da uno strano rumore, proveniente dall’interno 11: una sorta di ticchettio, paragonabile alla trasmissione di messaggi in linguaggio morse. Il dottor Cioppa non ricevette nulla e quel biglietto non fu mai trovato, in ogni caso, il funzionario fu trasferito anch’egli, dalla Questura di Roma, una settimana dopo la morte di Aldo Moro. 

Stranezza delle stranezze: il rapporto riguardante la perquisizione in Via Gradoli 96, fu redatto su un foglio intestato « Dipartimento di Polizia », ma, come lei sa, bisognava attendere il 1981, perché nascesse, con la legge di riforma, il « Dipartimento di Polizia ». 

Benito Cazora

Un altro particolare: una decina di giorni dopo il rapimento, il deputato democristiano Benito Cazora fu avvicinato da esponenti della ’ndrangheta calabrese, i quali lo portarono sulla Cassia, proprio all’incrocio con Via Gradoli, dove gli venne rappresentato che quella «era zona calda». L’onorevole Cazora informò subito il questore di Roma, il quale si limitò, però, a rassicurarlo dicendogli che, in quella strada, erano già state perquisite tutte le case, con esito negativo.

Anche all’ex capitano dei Servizi Segreti Antonio Labruna, una notte di fine marzo 1978, fu fatta pervenire la notizia, tramite un suo confidente, che in Via Gradoli c’erano brigatisti implicati nel sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. Labruna riferì della confidenza ricevuta al commissario Antonio Migliaccio, ma non successe altro.

Agli inizi dell’aprile 1978, un militante del gruppo « Guerriglia Comunista », tal Francesco Solimeno, si ritrovò a passare in auto nella zona del covo, insieme ad una giornalista di Lotta Continua e ad un uomo di nome Fritz, il quale disse che lì, in Via Gradoli, una base brigatista era stata bruciata perché scoperta dalla polizia. E bene, in uno dei tanti fogli trovati nell’appartamento dell’ingegner Borghi, ce n’era uno con su scritto che un certo Fritz aveva fornito alle Brigate Rosse la mitraglietta Skorpion usata in Via Fani.

La storia operativa del covo brigatista terminava il 18 aprile.

Una fine operativa che lascia frastornati. Intorno alle 7:30, la signora che abitava al piano di sotto, fu svegliata dai rumori provenienti da quella che da lì a poco si sarebbe scoperto essere una base delle Brigate Rosse. Mezz’ora dopo, notò sul soffitto una vasta infiltrazione di acqua e decise di chiamare l’amministratore Catracchia, il quale, a sua volta, avvertì l’idraulico; questi, però, impossibilitato ad entrare a causa della porta blindata, fece chiamare i vigili del fuoco. Nel frattempo, intorno alle 9:30, era stato diffuso il «comunicato n. 7», con il quale si annunciava la morte di Aldo Moro e l’abbandono del cadavere nel lago della Duchessa. I pompieri entrarono nella casa attraverso una finestra e videro il rubinetto della doccia aperto, con il getto diretto verso una piccola fessura che si trovava tra le mattonelle e la vasca da bagno: era attraverso fenditura che l’acqua arrivava fin nell’appartamento sottostante; il rubinetto era poggiato su una scopa messa dentro la vasca: era stato insomma architettato tutto per provocare l’infiltrazione e quindi per far trovare il covo.

Barbara Balzerani

Poco dopo le dieci giunsero sul posto macchine della polizia e dei carabinieri, precedute da numerosi giornalisti: con questo strepito si poteva permettere ai brigatisti di capire cosa succedeva e quindi di fuggire. Un testimone parlerà di una moto che si era avvicinata ed era poi partita velocemente. Adriana Faranda racconterà che Barbara Balzerani, la « moglie » dell’ingegner Borghi, la quale, in quel momento, si trovava con lei, aveva appreso della scoperta del covo dalla televisione.

Su dove fosse Mario Moretti al momento della scoperta del covo non c’è mai stata una sola e unica verità: parrebbe si fosse recato a Firenze, per una riunione del comitato esecutivo, dove avrebbe saputo che il covo era saltato, grazie ad un’edizione straordinaria del telegiornale. Tuttavia, nel processo contro Prima Linea, Roberto Sandalo, raccontò di aver saputo da Marco Donat Cattin che « l’ingegner Borghi » stava, in realtà, rientrando a casa, ma, visto il trambusto, si era immediatamente allontanato.

Nella casa, contrariamente a quanto previsto dalle regole brigatiste, fu trovato tutto in disordine: armi, munizioni, bombe a mano, vestiti, documenti e volantini erano sparsi ovunque. Furono anche trovate le chiavi di una vecchia Jaguar appartenente a Bruno Sermoneta:  una vicenda misteriosa.

Vuole spiegare in  cosa consiste il mistero di quelle chiavi?

Igor Markevitch

Si tratta di un’intricata storia che ruota attorno ad un « appunto » del Servizio Segreto militare, datato 9 dicembre 1978, redatto sulla scorta degli accertamenti svolti a seguito delle notizie passate da una « fonte » del colonnello Cogliandro, la  cui identità è, comunque, rimasta sino ad oggi sconosciuta. La « fonte », definita « molto attendibile », aveva indicato tale « Igor (…) figlio o nipote di Margherita Caetani (…) » come « capo delle Brigate Rosse » e persona che « (…) avrebbe partecipato agli interrogatori del leader della D.C, », della cui esecuzione sarebbero stati autori materiali certi  « Anna » e « Franco ». Il predetto Igor, secondo l’autore dell’appunto, altri non sarebbe stato che il direttore d’orchestra russo Igor Markevitch, « (…) marito di Topazia Caetani e nipote di Margaret Chapin in Caetani ».

Palazzo Caetani

Nel 1980, i vertici del Servizio Segreto militare, riferirono alla Commissione parlamentare d’inchiesta per la strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro che « Da accertamenti svolti, anche con l’intervento dei Servizi collegati, non (erano emersi) elementi di conferma della notizia ». Quella che, tuttavia, si volle allora far passare per attività priva di « elementi di conferma della notizia », a seguito degli accertamenti disposti dalla Commissione Stragi, circa vent’anni dopo, si è dimostrata essere stata, invece, un’attività articolata, prolungata nel tempo e, quel ch’è più importante, svolta con il Presidente della Democrazia Cristiana ancora in vita e nelle mani delle Brigate Rosse: alcuni Ufficiali del Sismi è risultato avessero effettuato accertamenti investigativi su Igor Markevitch, recandosi presso il Castello di Sermoneta e presso Palazzo Caetani; e questo alcune settimane prima che il cadavere ancora caldo dell’onorevole Aldo Moro – ucciso poco prima, come stabilì inequivocabilmente l’autopsia – venisse fatto ritrovare proprio davanti a Palazzo Caetani.

Ovvio che se il Sismi avesse comunicato gli effettivi risultati delle sue investigazioni all’Autorità giudiziaria, che già disponeva di analoghe informazioni, si sarebbero potute valutare diversamente le posizioni di Bruno Sermoneta, di Anna Bonaiuto e, soprattutto, di Laura Di Nola, coniugata con Raffaele De Cosa, morta di cancro nel 1979, il cui appartamento di via Sant’Elena n. 8 era probabilmente una base logistica delle Brigate Rosse: la disponibilità di quest’appartamento da parte della Di Nola e ch’esso fosse frequentato dalla Bonaiuto emergeva dall’appunto Sismi 9 dicembre 1978, nel quale si faceva altresì riferimento a «tale Sermoneta amico di una brigatista residente in via S. Elena, n. 8 (…) » e proprietario di una Jaguar, le cui chiavi vennero trovate nel covo di via Gradoli; nonché a  Antonio Franchini, Osvaldo e Settimio Cecconi, secondo la fonte, « corrispondenti di Trevignano » dei coniugi De Cosa e Di Nola.

La relazione dei vertici del Servizio Segreto militare redatta nel 1980, invece, non solo è risultata non veritiera, là dove indicava la data 14 ottobre 1978, di acquisizione della notizia, che non trova alcun riscontro in atti e quanto ai risultati degli accertamenti svolti, ma era anche reticente, dal momento che, per un verso, non vi si faceva alcun cenno al ruolo dei Caetani, a Bruno Sermoneta, ad Anna Buonaiuto, ad Antonio Franchini, Osvaldo e Settimio Cecconi; mentre, per l’altro, non riportava la qualifica esatta – vale a dire « particolarmente attendibile »  – attribuita alla « fonte » dal suo « gestore ». 

Corteo Autonomia Operaia

Molto prima che gli accertamenti del Sismi diventassero di dominio pubblico, dunque in epoca non sospetta, o forse troppo sospetta, sul numero di aprile del 1980 di Metropoli, mensile politico dell’Autonomia Operaia, venne pubblicato uno strano articolo-oroscopo, dal titolo, appunto, Oroscopone, in cui la cartomante «Maga Ester» prediceva gli sviluppi del procedimento istruito a Padova dal giudice dottor Pietro Calogero, noto come « processo “7 aprile” », nel cui ambito, l’anno precedente, erano stati emessi mandati di cattura nei confronti, fra gli altri, dei presunti capi di Autop, Antonio Negri, Oreste Scalzone e Franco Piperno. La «Maga Ester», nel corso della seduta cartomantica, oltre a fare una predizione sulle sorti dell’indagine giudiziaria padovana, per la prima volta faceva riferimento alla figura di un «Grande Capo » delle Brigate Rosse, alla figura di un grande « accusatore », con evidente riguardo al « processo del popolo » a cui era stato sottoposto l’onorevole Aldo Moro, durante il sequestro; nello stesso articolo-oroscopo, la cartomante si spingeva ad indicare l’origine russa di quel personaggio e specificava come fossero ricorrenti, durante la lettura dei tarocchi, le lettere n, d e c. Gli esegeti di quel testo – ben consapevoli che «Maga Ester» fosse il nom de plume dell’autore dell’articolo-oroscopo e che la seduta cartomantica altro non fosse che l’artificio letterario per veicolare un messaggio dal vago sapore ricattatorio – hanno tratto la conclusione, sia pure non in termini di certezza, che i riferimenti ad un  «Grande Capo», ad un «accusatore», ad un «Gran Signore» di origine russa, a capi brigatisti, ad un’organizzazione, s’attagliassero alla figura del direttore d’orchestra d’origine russa Igor Markevitch, marito della duchessa Topazia Caetani. A lei sarebbero riferite le lettere n, d e c, ricorrenti nella lettura dei tarocchi: nobil donna del casato Caetani.

Come vede, dunque, le vicende del covo di via Gradoli e quelle della presunta base logistica delle Brigate Rosse di via Sant’Elena 8, fra una seduta spiritica ed una performance cartomantica, s’intrecciano fra loro, nonché a messaggi ed indicazioni che provenivano, o che si ritiene provenissero, dall’Autonomia Operaia. 

Alla luce di quanto ha evidenziato, nel caso del covo Brigatista di via Gradoli n. 96, si trattò di una scoperta « guidata »?

Tale ultima eventualità è stata sempre esclusa da Mario Moretti: a suo dire, la causa dell’infiltrazione era stato lo scarico: già in precedenza sarebbe stato chiamato un idraulico per risolvere il problema, ma, non essendo apparso facilmente aggiustabile, non se n’era fatto nulla. Questa versione, tuttavia, venne smentita dalla signora che occupava il piano di sotto e dall’amministratore Domenico Catracchia 

Morucci e Savasta incolparono la Balzerani, la quale, secondo loro, era molto sbadata, miope e di mattina aveva la pressione bassa; la donna, però escluse di aver lasciato aperto il rubinetto della doccia, mentre sostenne di aver lavato la scopa nella vasca e di averla lasciata lì ad asciugare, dimenticandosi, però, di chiudere il rubinetto generale dell’acqua come usava la coppia che in precedenza alloggiava in Via Gradoli. Per Giuliana Faranda, la quale aveva vissuto lì con Valerio Morucci, il problema delle infiltrazioni era già noto e, quindi, per evitare che in loro assenza avvenisse qualcosa di grave, chiudevano il rubinetto generale dell’acqua, prima di uscire.

Lei, dottor Lupacchini, ha fatto riferimento a Giorgio Conforto quale agente del Kgb. Questo stesso personaggio, o meglio lo stesso nome, tuttavia, era presente anche nell’archivio del «Noto Servizio»  – o anche «Anello» –, ritrovato a Roma, in via Appia, alcuni anni or sono. Che fosse un doppio agente?

Non è da escludere. Questo, anzi, potrebbe spiegare il fatto, evocato dal Presidente emerito Francesco Cossiga, dinnanzi alla commissione Mitrokhin, che fosse stato lo stesso «agente Dario» a favorire l’arresto di Valerio Morucci e di Adriana Faranda, a casa di sua figlia Giuliana, con una spiata all’allora capo della squadra mobile romana, dottor Fernando Masone. Non è chiaro, tuttavia, cosa realmente fosse l’«Anello». Per quanto è dato sapere, alla sigla «Gladio» potevano ricondursi tre componenti operative: il «Superservizio», sorta di cupola dei servizi segreti che avrebbe pianificato la strategia della tensione, identificato da alcuni come l’ufficio R del Sid e poi del Sismi; i reparti militari di Stay Behind, composti da appartenenti alle forze armate, al cui interno parrebbe funzionassero altre strutture, come la «Gladio delle Centurie», di cui parla Antonino Arconte; una rete parallela, costituita da civili ed ex militari, nella quale erano confluiti anche appartenenti ad Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. A fare da raccordo tra la reti parallele e «Superservizio» sarebbe stata una particolare struttura denominata appunto «Anello», organismo del tutto ignoto fino a pochissimo tempo fa, cui – secondo alcuni – sarebbero da addebitare la maggior parte delle operazioni «sporche». A quel che se ne sa sembra che questa struttura, nel 1972, potesse contare su 164 uomini ed un budget di svariati miliardi.

Tornando, per un momento alle «rivelazioni» di Antonino Arconte, parrebbe che «Gladio» avesse attivato l’Olp, al fine d’individuare la prigione dell’onorevole Aldo Moro, ancor prima che il rapimento avvenisse…

Mario Ferraro

Antonino Arconte, aveva cominciato a raccontare la sua vita in «Gladio» quasi cinque anni or sono. Già allora raccontò che, all’interno della struttura qualcuno sapeva che si stava preparando il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. E parlò di un documento, datato 2 marzo 1978, che proprio lui aveva consegnato a Beirut ad un altro gladiatore: il colonnello Mario Ferraro – poi passato al Sismi –, il quale era stato trovato impiccato nella sua abitazione romana, nel luglio del 1995. L’ordine, emesso dalla «Direzione generale Stay-Behind» due settimane prima della strage di Via Fani, era quello di attivare i canali con il terrorismo mediorientale «al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro». Una rivelazione terribile, che, se fosse vera, potrebbe indurre senz’altro, a riscrivere la storia del sequestro e dell’omicidio del leader democristiano. Ebbene, tutto faceva pensare che potesse essere l’inizio di un terremoto politico-giudiziario, dagli esiti devastanti. E invece, niente di tutto questo. Nell’ottobre di due anni fa, i carabinieri del nucleo antieversione del Ros di Roma vennero spediti a Cabras per raccogliere  le dichiarazioni di Antonino Arconte. Tutto qui. Poi, solo silenzio. Un terribile e pesante silenzio.

Il contesto di questa vicenda oscura avrebbe dovuto indurre a qualche riflessione. Antonino Arconte, infatti, ha svelato l’esistenza di una Gladio diversa da quella dei 622 della quale parlò, per la prima volta, il senatore Giulio Andreotti nel 1990. Un superservizio segreto, nato all’interno del Sid, e strettamente legato alle strategie atlantiche. L’unica reazione politica a questa clamorosa denuncia, fu, invece, un’interrogazione parlamentare del senatore Russo Spena, alla quale l’ex ministro della Difesa, Sergio Mattarella rispose, in modo burocraticamente evasivo, nel novembre del 2000: «Dagli atti del servizio non sono emerse evidenze in ordine a…». Il «caso Arconte» sembrava così destinato a essere progressivamente inghiottito dal silenzio e dall’indifferenza. Ma ecco, proprio a fine giugno di quest’anno, il colpo di scena: il senatore Giulio Andreotti, ha presentato un’interrogazione al ministro della Difesa, Antonio Martino, proprio sulle rivelazioni dell’ex agente segreto G-71 sul caso Moro. «Nessuna copertura interna o estera sarebbe tollerabile, mentre in caso di falsità dovrebbero adottarsi le conseguenti misure – scrive Andreotti –. Credo sia indispensabile che il ministero della Difesa si esprima in proposito, perchè chi ha vissuto la tragedia del 1978 non può consentire equivoci al riguardo».

Ma cosa può aver provocato la reazione di Giulio Andreotti?

Quel che potrebbe aver fatto riemergere dalle nebbie del passato i dolorosi ricordi di un mistero mai chiarito, quale quello del sequestro e dell’omicidio del presidente della Democrazia cristiana, è la notizia che il racconto di Antonino Arconte parrebbe supportato da documenti, i quali proverebbero che, all’interno dei servizi segreti militari, e cioé all’interno di «Gladio», qualcuno sapeva che Moro stava per essere rapito. Quell’ordine «a distruzione immediata» che Arconte avrebbe consegnato a Mario Ferraro a Beirut parrebbe che esista.

Secondo Antonino Arconte, quel documento egli l’aveva già fotografato a bordo del mercantile Jumbo-emme, sul quale era imbarcato con la copertura di macchinista navale. Ma ora sarebbe in possesso dell’originale:  « È stato lo stesso Ferraro a darmelo – ha detto l’ex gladiatore –. Ci incontrammo nell’agosto del 1995, a Olbia. Lui era molto preoccupato. Aveva paura che potesse succedergli qualcosa. E in quell’occasione mi diede il documento che io gli avevo consegnato nel porto di Beirut, il 14 marzo del 1978. Cioè appena due giorni prima dell’agguato di via Fani».

Mario Ferraro e Maria Antonietta Viali

Appena due settimane dopo l’incontro con Arconte a Olbia, il 16 luglio 1995, il colonnello Mario Ferraro venne  trovato impiccato a un portasciugamani, nel bagno della sua abitazione. Lasciò una lettera di sei cartelle, nella quale denunciava il timore di essere ucciso. Timore confermato dalle dichiarazioni della sua compagna, Maria Antonietta Viali: proprio in quella lettera, Ferraro parlava di una possibile missione a Beirut, dalla quale temeva di non tornare. I familiari, la sua compagna, fin dal primo istante, gridarono la loro «verità», diversa da quella ufficiale: «È omicidio!». Maria Antonietta Viali – la quale trovò il corpo del Colonnello, seduto sul pavimento del bagno, con al collo la cinghia dell’accappatoio attaccata al portasciugamani – lo disse senza esitazione: «Mario non si è ucciso, non ci ho creduto neanche per un attimo, e sono convinta che prima o poi la verità salterà fuori…quella domenica lui era sereno, abbiamo trascorso una giornata meravigliosa, l’ultima…». Fu proprio la Viali. L’inchiesta fu aperta contro ignoti per istigazione al suicidio. Poi, i magistrati rubricarono l’ipotesi di reato in quella più grave di omicidio per la necessità di svolgere ulteriori accertamenti tecnici. Condotta dal sostituto procuratore della repubblica di Roma Nello Rossi, l’indagine si chiuse in base all’esito delle perizie, che non lasciavano adito a dubbi: Ferraro, che soffriva di depressione a causa della morte di una figlia e per la separazione dalla moglie, si era suicidato. Gli accertamenti medico legali, tossicologico e tecnico concordarono con l’ipotesi del suicidio escludendo qualsiasi altra causa.

Il senatore Andreotti non è comunque il solo ad avere reagito alle rivelazioni dell’agente G-71. Anche il Presidente emerito Francesco Cossiga, ministro dell’Interno nei giorni del sequestro Moro, è infatti uscito allo scoperto, inviando una lettera al vetriolo a Famiglia Cristiana, che aveva pubblicato alcuni servizi su Arconte e sulla Gladio delle Centurie. Ma la direzione del settimanale non l’ha pubblicata. Cossiga ha allora diffuso una nota alle agenzie di stampa, bollando le rivelazioni di G-71 come «fanfaronate».


Tratto dall’intervista di Andrea Pucci al magistrato Otello Lupacchini, per il libro Banda della Magliana alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (novembre 2004), KOINE’ Nuove Edizioni

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