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L’affaire Moro collante tra Cutolo e la Banda della Magliana. Quando lo Stato chiese alla criminalità qualcosa che non voleva (prima parte)

Che relazioni c’erano tra Cutolo, il capo della Nco e la Banda della Magliana? Cosa ha legato due gruppi criminali così diversi, così violenti e così “affamati” di potere? La risposta è nella storia di queste due organizzazioni e in uno dei misteri che, per molti versi rimarrà tale: il rapimento Moro. Dalle parole del magistrato Otello Lupacchini, intervistato da Andrea Pucci per il libro Banda della Magliana alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati (novembre 2004), KOINE’ Nuove Edizioni, una lettura basata su fatti e circostanze precise. Interrogatori e riscontri che hanno portato il magistrato a far emergere e sconfiggere quella che per tutti non è una semplice “banda”, ma una vera e propria holding del crimine. Un “prodotto di laboratorio” creato ed usato da apparati di un sistema che operava trasversalmente nel nostro Paese. La Banda della Magliana non è passato, e non lo sarà finchè non si capirà che, come tutti i prodotti studiati “a tavolino”, è un concetto che si plasma nel tempo e che trattiene quei misteri del passato che ancora oggi influiscono sul presente.

Alessandro Ambrosini

Quali furono, concretamente, le relazioni intessute dalla banda della Magliana con Raffaele Cutolo?

Raffaele Cutolo

Tra il 1975 e il 1976, il Carcere di Regina Coeli – ha raccontato Antonio Mancini – era «una baraonda», nel senso che «non vi erano cancelli ed erano, quindi, possibili contatti tra tutti i detenuti, senza particolari controlli».Una situazione carceraria di questo tipo, del tutto particolare, consentiva, per un verso, contatti senza problemi, sia all’interno sia con gli ambienti esterni al carcere, «agevolati talvolta anche dalle “guardie”», e, per l’altro, anche la possibilità di avviare, proprio dall’interno del carcere, la riconversione del crimine organizzato romano al modello vincente. L’evasione da quel carcere di EdoardoToscano, NicolinoSelis, GiuseppeMagliolo e Walter Gobbetti, fu, infatti, un un «passo importantissimo» per la realizzazione del progetto di costituzione della futura banda della Magliana. Non solo, ma i quattro, subito dopo, s’incontrarono con Raffaele Cutolo, anch’egli latitante, a Fiuggi. Franco Giuseppucci, Maurizio Abbatino e Marcello Colafigli furono presenti pure loro all’incontro, finalizzato a trovare una strategia compatibile con gl’interessi sia dei romani sia dei cutoliani.

Vincenzo Casillo

Da parte sua,  il capo della Nuova Camorra Organizzata, ha raccontato di aver conosciuto Nicolino Selis presso il Centro clinico del carcere di Poggioreale, di averlo incontrato, di nuovo, presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, di essere divenuto subito suo amico e di fidarsi di lui «ciecamente, allo stesso modo di come (si) fidav(a) di EnzoCasillo». Ha raccontato, altresì che, dopo essersi allontanato dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, nel febbraio 1978, ne aveva sollecitato la presenza ad Albanella, dove trascorreva la latitanza, in una masseria che aveva fatto prendere da Giuseppe Lettieri. Tra loro, nell’occasione, ha raccontato ancora «’o Professore», avevano raggiunto un accordo, tenuto nascosto agli amici romani di Nicolino Selis, in forza del quale costui era divenuto «capozona» cutoliano a Roma: numerosi, da allora, erano stati gli incontri fra i due, sia a Roma, sia da Bastianelli a Fiumicino e, un paio di volte ancora, ad Albanella. In occasione di tali incontri, Nicolino Selis si era sempre presentato «accompagnato da suoi uomini».

Nel suo racconto, per altro, Raffaele Cutolo ha evocato la sollecitazione – fattagli pervenire tramite l’avvocato Francesco Gangemi, suo difensore d fiducia e, in seguito, anche suo compare d’anello – ad attivarsi per salvare l’onorevole Aldo Moro, il cui sequestro era in corso.

Nicolino Selis

A suo dire, pur senza nutrire un particolare interesse per l’affaire, in considerazione del rapporto d’amicizia con il suddetto avvocato, egli aveva finito per accedere alla sua richiesta, incontrando, allo scopo, proprio Nicolino Selis, il quale avrebbe potuto acquisire utili informazioni su Roma. Al fine di rintracciare la prigione in cui era trattenuto l’onorevole Moro, aveva anche incontrato, da Bastianelli a Fiumicino, Franco Giuseppucci, presenti sia amici di costui sia Vincenzo Casillo e Alfonso Rosanova: nell’occasione, « er Negro » aveva detto essere sufficiente che della cosa si stesse occupando Nicolino Selis. Trascorso qualche giorno da quell’incontro, quest’ultimo gli aveva fatto sapere che aveva grande urgenza di vederlo. S’erano incontrati, dunque, e Selis gli aveva riferito d’essere venuto a conoscere, del tutto casualmente, la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. Questo si sarebbe trovato nei pressi di un appartamento che Selis teneva come rifugio, in caso di eventuali latitanze. Raffaele Cutolo aveva informato del contenuto della conversazione l’avvocato Francesco Gangemi, al quale aveva chiesto, quale condizione del proprio interessamento, di procurargli il contatto con qualche autorevole personalità politica. L’avvocato Gangemi, da parte sua, gli aveva fatto sapere, tuttavia, che tale condizione non era stata accettata, dunque, egli aveva considerato chiusa la questione. Nello stesso tempo, sempre ad Albanella, aveva anche ricevuto una visita di Vincenzo Casillo, il quale appariva molto preoccupato: dopo avergli chiesto se si stesse interessando ancora al sequestro dell’onorevole Aldo Moro, gli aveva rappresentato che i suoi referenti, tutti politici di fama nazionale, l’avevano incaricato d’invitarlo a farsi gli affari suoi e a non mettere più il naso in quella vicenda.

Mi corre, comunque, l’obbligo di una precisazione: il capo della Nuova Camorra Organizzata aveva già raccontato, in altre occasioni, lo stesso fatto, sia pure con qualche variante. In un caso aveva rivendicato a sé la paternità dell’iniziativa e riservato all’avvocato Gangemi il ruolo di latore di un messaggio per la Dc; altre volte ancora, aveva omesso ogni riferimento al Giuseppucci, o aveva fatto riferimento ad un «alto esponente del Viminale», il quale gli avrebbe detto di fermarsi nella sua ricerca.

Francesco Cossiga

Dottor Lupacchini, il senatore Francesco Cossiga, Presidente Emerito della Repubblica, il quale all’epoca del sequestro e dell’omicidio dell’onorevole Aldo Moro, era Ministro dell’Interno e, dunque,  massimo responsabile dell’ordine pubblico,  intervistato da Andrea Monti (Io, Moro e Dalla Chiesa…, Panorama, 29 novembre 1992), ha ammesso che «Nelle molte ipotesi fatte per salvare Moro ci fu certamente anche quella di accettare, o addirittura di richiedere, la collaborazione della criminalità ordinaria, non esclusa la mafia»; posto, tuttavia, di fronte alla richiesta in ordine a chi avesse avanzato una simile ipotesi e se a lui fosse stata prospettata chiaramente, rispose: «Su questo, tralasciamo. Stavo appunto parlando di ipotesi. Tenga presente che io diffidai sempre dell’idea che attraverso la criminalità comune si potesse arrivare a sapere o a ottenere qualcosa dalle BR. Ho sempre ritenuto che le BR fossero un soggetto politico, che compiva atti criminali, ma un soggetto politico. Ero convinto che i brigatisti avrebbero disdegnato contatti che non fossero politicamente… giustificati (l’attributo è dell’intervistatore, n.d.r.). Ecco perché mi fa ridere la dietrologia su BR, P2 e mafia»…   

Se ben comprendo, lei mi sta ponendo la questione se Raffaele Cutolo possa considerarsi persona attendibile. O meglio se sia credibile l’ipotesi, la quale si alimenta anche delle rivelazioni di Raffaele Cutolo, per la quale vi fu un momento, durante il sequestro dell’onorevole Aldo Moro, in cui la criminalità organizzata si attivò in virtù di sollecitazioni dall’esterno, per favorire la liberazione dell’ostaggio, interrompendo, però, successivamente, ogni iniziativa intrapresa, per essere venute meno  le iniziali sollecitazioni.

Potrei risponderle che lo stesso professor Francesco Cossiga, nell’intervista, da lei ricordata, dopo aver dichiarato che «I mafiosi dentro le carceri tutt’al più avrebbero potuto orecchiare informazioni. Ma non erano uno strumento valido», e che, comunque, a suo avviso «ipotesi di questo genere erano (…) da respingere duramente. Non (avendo) mai creduto che si potesse combattere una forma di illegalità con un’altra forma di criminalità», non esclude, tuttavia, «che qualcuno abbia richiesto il loro aiuto o che essi s’aspettassero la richiesta», ed aggiunge: «Del resto i poteri statuali altre volte chiesero o accettarono l’aiuto della mafia. Basti pensare alla parte che la mafia ha avuto nello sbarco in Sicilia, nella lotta contro il separatismo e contro il banditismo. Se non si tiene conto di questo non si riescono a comprendere le origini della contiguità tra alcuni uomini politici e la mafia ». Potrei anche risponderle affidandomi alle micropercezioni empatiche per le quali sono portato a credere «veridico» Raffaele Cutolo. Tenterò, invece, di apprezzare il suo racconto, tenendo conto dell’acume percettivo, della memoria e, perché no, anche dell’«onestà» del dichiarante.

Flaminio Piccoli

Cominciamo col dire che anche Maurizio Abbatino ha raccontato sia dell’incontro fra esponenti della banda della Magliana e Raffaele Cutolo, presso il ristorante Bastianelli a Fiumicino, sia di un successivo incontro, tra Franco Giuseppucci – il quale, nell’occasione, era in compagnia di Nicolino Selis – e l’onorevole Flaminio Piccoli, sollecitato dallo stesso Giuseppucci, per parlare col Presidente dei deputati democristiani tanto dell’individuazione della prigione in cui era trattenuto l’onorevole Aldo Moro, quanto della possibilità di ottenere la liberazione dello statista. E bene, l’onesta testimonianza  del defunto parlamentare democristiano, da me assunta il 21 marzo del 1994, è il migliore banco di prova, per saggiare l’attendibilità dei racconti di due conclamati «manigoldi».

Lasciamo, dunque, la parola all’onorevole Piccoli:

«Per spiegare quale fosse il mio stato d’animo di fronte alla lentezza esasperante delle indagini, in un clima che si caratterizzava per il vedere alle porte, da parte di molti, il cambiamento radicale della vita politica italiana e, da parte di alcuni, il giudicare tutto sommato positivo lo stesso sequestro di Moro, vicenda che incoraggiava lo stesso On. Berlinguer ad una scelta democratica, una volta che giunse la notizia che la prigione dell’On. Moro si trovasse a sud di Roma, sul greto del Tevere, prima ancora di riversare tale notizia al Ministero dell’Interno, mi feci accompagnare sul posto dal mio autista. Nel luogo indicato vi erano delle casupole, ma non l’On. Moro. Mi rendo conto che si trattò da parte mia di una mossa azzardata, tuttavia il clima di quei giorni era tale, che non si poteva sempre riflettere con la dovuta serenità prima di agire. Mi riservo, esaminati i miei appunti dell’epoca, di precisare compiutamente il modo come mi pervenne la notizia suddetta ed il luogo che veniva indicato e nel quale ci recammo».

Maurizio Abbatino

A prima vista, si potrebbe dire che il racconto di Maurizio Abbatino ne risulti irrimediabilmente smentito. Eppure, qualcosa vi stride. L’onorevole Piccoli avrebbe ben potuto limitarsi ad affermare di non essersi mai recato sul greto del Tevere; invece, volle  narrare una storia affatto inverosimile. Si attribuì una condotta irragionevole senza saper spiegare da cosa fosse stato sollecitato, proprio lui, il lucido, freddo, roccioso Presidente dei deputati democristiani, ad andarsene in giro, in compagnia soltanto del suo autista, sul greto del Tevere, a sud di Roma, alla ricerca della «prigione» del Presidente del suo partito, in un momento tanto delicato, nel quale il sequestro dell’onorevole Moro era ancora in corso. Bene, proprio l’ostentata irragionevolezza di quel comportamento, m’induce a ritenere attendibile Maurizio Abbatino e affatto incredibile la testimonianza dell’onorevole Flaminio Piccoli.

Bettino Craxi

In essa, comunque, sono evocati altri fatti, pienamente compatibili, del resto, con quanto narrato da Raffaele Cutolo. In particolare, l’onorevole Piccoli raccontò come, subito dopo il sequestro dell’onorevole Moro e l’uccisione della sua scorta, all’interno della Democrazia Cristiana fosse stato costituito un gruppo di lavoro, del quale oltre a lui facevano parte il senatore Giuseppe Bartolomei, gli onorevoli Benigno Zaccagnini, Giovanni Galloni e Guido Bodrato, «con il compito di valutare e decidere in relazione agli sviluppi del sequestro stesso, le linee strategiche per contribuire alla liberazione» del Presidente del partito. Spiegò come l’onorevole Zaccagnini fosse stato «risoluto nel dire no a qualsiasi ipotesi di trattativa, nonostante fosse uno degli amici più stretti di Moro all’interno del partito». E come tale atteggiamento fosse stato mantenuto «anche quando lo stesso On. Bettino Craxi, il quale certamente non era amico di Aldo Moro si era recato a caldeggiare una linea di maggiore flessibilità per giungere alla liberazione dell’ostaggio». Precisò come, « pur pregiudizialmente contrari alla trattativa », i componenti del gruppo di lavoro «non (fossero stati) assolutamente contrari all’assunzione d’iniziative che, in qualche misura, potessero risultare utili sul piano investigativo», sia perché avevano «assunto con la famiglia dell’On. Moro l’impegno di non trascurare alcunché per giungere alla liberazione del loro caro, fermo restando che, comunque, non avremmo ceduto al ricatto», sia perché «L’assunzione d’iniziative sul piano investigativo rispondeva anche all’esigenza di supplire ad una certa inefficienza del Ministero dell’Interno che lavorava al caso lentamente e pesantemente, avendo un’eccessiva cura per i profili propagandistici di certe iniziative operative volta per volta assunte». Mi spiegò, ancora, che l’Onorevole Zaccagnini, il quale aveva avuto, nel corso di tutta la durata del sequestro, «continui scambi d’informazioni con il ministro dell’Interno On. Cossiga», ne avesse tratto «l’impressione che non si facesse tutto il possibile per liberare Moro, non certo per cattiva volontà degli organi investigativi e polizieschi, ma perché era la prima volta, nella storia della Repubblica, che ci si trovava di fronte ad una crisi di così gravi proporzioni e con venature ideologiche tanto marcate». Rivelò come, in quel periodo, si fosse convinto della presenza, fra i rapitori, «di un personaggio (…) il quale aveva possibilità di contatti con coloro che tenevano l’ostaggio e di accedere con una qualche libertà in P.zza del Gesù»: di tale circostanza riteneva «di avere avuto eclatante conferma nel fatto, sin qui mai riferito», che il 1° maggio 1978, sia lui sia «altri amici di partito» avevano trovato sui loro tavoli di lavoro «numerose lettere, per altro aperte, dell’On. Aldo Moro», a loro «singolarmente dirette, che non si seppe mai da chi fossero state recapitate ». Mi spiegò anche come « la volontà di non trattare trova(sse) la sua ragion d’essere nel fatto che come Partito non intendeva(no) sovraespor(si), dal momento che si vedeva nella trattativa stessa una sorta di capitolazione dello Stato di fronte ai terroristi » e come, non di meno, prima della direzione del 9 maggio 1978, nel corso della quale venne data la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, fosse circolata la voce, intorno al 4 maggio 1978, «che l’On. Fanfani, il quale non aveva mai condiviso la pregiudiziale avversità alla trattativa, fosse intenzionato a porre formalmente la relativa questione».

Carmine Pecorelli

A confermare i racconti di Raffaele Cutolo e di Maurizio Abbatino, del resto, concorre un’ulteriore circostanza, emersa nelle indagini sull’omicidio di Carmine Pecorelli: l’avvocato Rocco Mangia, difensore di Nicolino Selis all’epoca del sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, riferì al pubblico ministero perugino di aver fornito informazioni utili all’individuazione del covo in via Gradoli – informazioni che sarebbero state, tuttavia, sottovalutate – ad un alto ufficiale dei carabinieri, poi vittima egli stesso delle Brigate Rosse: il colonnello Antonio Varisco, il quale giunse in via Gradoli subito dopo la scoperta del covo, accompagnandovi il magistrato.

Mi lasci aggiungere, finalmente, che una pluralità di elementi, condotti ad emersione non solo dalle indagini sulla banda della Magliana, ma anche da quelle sull’omicidio Pecorelli, sulle attività sia di Cosa Nostra sia della Camorra sia della ’ndrangheta, induce a ritenere che inizialmente la criminalità organizzata si fosse attivata in virtù di sollecitazioni dall’esterno, per favorire la liberazione di Moro, e che ogni iniziativa intrapresa dal crimine organizzato si fosse successivamente interrotta, proprio in conseguenza del venir meno di quelle sollecitazioni.

Vorrebbe passare rapidamente in rassegna tali elementi?

Stefano Bontade

Francesco Marino Mannoia, nel 1991, raccontò che Stefano Bontade, sia per propri personali convincimenti sia per sollecitazioni che gli provenivano da ambienti politici italiani, aveva sottoposto al vertice di Cosa Nostra l’opportunità di attivarsi per la liberazione del Presidente della Democrazia Cristiana; Giuseppe «Pippo» Calò, consultato quale conoscitore dell’ambiente romano, aveva manifestato, tuttavia, la sua contrarietà all’iniziativa ed aveva significativamente apostrofato il «principe di Villagrazia»: « Stefano, ma ancora non l’hai capito, uomini politici di primo piano del suo partito non lo vogliono libero ». Malgrado la contrarietà del Calò, era stato comunque deciso «di operare affinché Tommaso Buscetta fosse spostato in un carcere del Nord, sì da poter contattare alcuni terroristi di sinistra che aveva conosciuto durante la detenzione».

Francis Turatello

Da parte sua, quest’ultimo, detenuto all’epoca dei fatti, ha confermato sostanzialmente le dichiarazioni di Mannoia, sostenendo, per altro, di essere stato sollecitato anche da Ugo Bossi – uomo del gruppo capeggiato da Francis Turatello, gangster milanese con forti contatti romani – ad operare per la liberazione di Aldo Moro; di aver rappresentato al Bossi l’opportunità di essere trasferito dal carcere di Cuneo a quello di Torino, al fine di poter contattare i vertici brigatisti che erano lì detenuti; di non aver ottenuto quel trasferimento, probabilmente per l’opposizione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, responsabile della sicurezza negli istituti di pena; di aver avuto successivamente conferma dal Bossi di una contrarietà politico-istituzionale alla liberazione di Moro. In merito agli episodi riferiti da Francesco Marino Mannoia e da Tommaso Buscetta, l’attendibilità delle fonti è stata ritenuta riscontrata processualmente e un’accuratissima indagine svolta dalla Procura romana ha consentito di chiarire, altresì, come l’attivazione del Bossi e del gruppo Turatello nascesse da sollecitazioni di Edoardo Formisano, consigliere regionale del Movimento Sociale Italiano, a sua volta in contatto con funzionari del Ministero dell’Interno e ufficiali dell’Arma dei carabinieri. 

Flavio Carboni

Da altre fonti è colato che sulla cessazione dell’attivazione di Cosa Nostra per la liberazione di Moro influirono valutazioni interne alla stessa associazione criminale, con specifico riferimento ad una iniziativa di Frank «tre dita» Coppola e cioè di un anziano esponente di Cosa Nostra vicino alla mafia statunitense. Testimonianze dell’onorevole democristiano Benito Cazora e del giornalista parlamentare Giuseppe Messina attestano, altresì, analoghe iniziative della ’ndragheta calabrese ed inoltre un ruolo centrale nella vicenda di Flavio Carboni: costui sarebbe stato latore verso i due di un invito a collaborare alla liberazione di Moro per riportare l’Italia ad uno stato di normalità, per conto di  ambienti di vertice della mafia siculo-americana. Dopo aver attivato quel canale, Carboni avrebbe comunicato, tuttavia, al Messina che la dirigenza della mafia era tornata sulla propria decisione e non voleva più occuparsi della vicenda Moro, probabilmente perché, a suo dire, «la mafia (era) molto anticomunista e Moro (era) indicato come persona molto favorevole al governo con i comunisti». Giuseppe Messina, per altro, fu tra coloro che accompagnarono il latitante Francesco Varone nel carcere di Rebibbia-Nuovo Complesso, in ore serali, perché potesse incontrarsi con il fratello Antonio, fatto giungere appositamente, con un elicottero dei carabinieri, dal carcere dell’Asinara. Ulteriori acquisizioni processuali confermano gli interventi di Flavio Carboni e di Edoardo Formisano sul clan Turatello, affinché intervenisse sul sequestro Moro, per favorire la liberazione dell’ostaggio; iniziativa romana che sarebbe stata successivamente fermata dagli stessi committenti.

Né si può tacere, finalmente, quel che raccontò il maresciallo Angelo Incandela a proposito del suo incontro con Francis Turatello nel carcere di Pianosa, dove il gangster milanese era stato trasferito dal carcere di Cuneo, a seguito del rinvenimento di un plico, occultato nel pozzetto adiacente la sala colloqui, contenente almeno una parte del memoriale dell’onorevole Moro, intorno al 10 aprile 1978:

«Il Turatello mi disse: “Lei è il famoso maresciallo Incandela che viene da Cuneo? Io sono stato mandato via da Cuneo a causa di certi scritti di Moro di cui lei è a conoscenza. È stata la Democrazia Cristiana che non ha voluto salvare Moro, sono stati bloccati tutti i contatti che si erano messi in moto in alcune carceri tra i brigatisti e grandi malavitosi per vedere di arrivare a un accordo che salvasse Moro”».

Covo Via Monte Nevoso

Non va dimenticato che,  nel covo di via Monte Nevoso, a Milano, nel 1990 venne rinvenuta una copia di lettere dell’onorevole Moro, tra cui alcune originariamente inedite, e soprattutto una copia manoscritta del memoriale, più ampia del dattiloscritto rinvenuto, nello stesso covo, dodici anni prima. Non è affatto escluso che a nascondere i documenti potesse essere stato  qualcuno che, dopo la perquisizione, ma nello stesso arco di tempo, ne avesse ritenuto inopportuna la divulgazione. È questo un dubbio che si rafforza da quando è stata avanzata l’ipotesi di un possesso di carte non note, relative all’affaire Moro, da parte del Generale Dalla Chiesa e di una sua attività per portarle a conoscenza dell’onorevole Giulio Andreotti, l’uomo politico che più di altri, si è detto, sarebbe stato danneggiato dalla divulgazione dei documenti, successivamente trovati in via Monte Nevoso. Del possesso di carte dell’onorevole Moro, da parte del generale Dalla Chiesa, sarebbe stato a conoscenza pure il generale Enrico Riziero Galvaligi, assassinato nel 1980, in circostanze tuttora misteriose, il quale avrebbe confidato al giornalista Giorgio Battistini che il memoriale di Moro, dopo il rinvenimento, era stato portato a Roma, nella notte, su un auto con due persone e fatto leggere ad un personaggio molto importante, fotocopiato e riportato a Milano; che tale «operazione» era avvenuta all’insaputa dell’Autorità giudiziaria; che il documento era di una sessantina di pagine e conteneva giudizi pesantissimi su Giulio Andreotti.

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