NOTTE CRIMINALE Roma

Perché Palamara si potrebbe salvare, proprio grazie alle intercettazioni carpite dal trojan

di Beatrice Nencha

Fa scalpore il nuovo libro di Palamara, curato dal direttore Sallusti, che accende un faro sui processi-politicizzati e le nomine pilotate. L’Autore: “Sono ancora un magistrato”. Dubbi sulla legittimità dell’utilizzo del malware nel suo cellulare

“Luca, un tempo questa sala sarebbe stata gremita, guarda oggi la differenza!”. Questa la prima battuta, sottovoce, con cui uno degli organizzatori della conferenza stampa accoglie Luca Palamara nella bellissima sala messagli a disposizione nella sede del Partito Radicale a largo Argentina. L’ex potente magistrato, radiato il 9 ottobre 2020 con l’accusa di essere stato il “regista” del presunto golpe per pilotare la nomina del successore di Pignatone alla Procura di Roma, non può che incassare il colpo. Guardando alle molte sedie vuote, non certo per il Covid, con un sorriso amaro. Mancano tutti i quotidiani nazionali e le agenzie; mancano le tv e, soprattutto, la Rai. Assenze che verranno rimarcate subito anche dall’avvocato Giuseppe Rossodivita. Organizzatore dell’evento insieme a Rita Bernardini e a Maurizio Turco. Defezioni che avvalorano, secondo i Radicali, il silenziamento imposto alla voce “scomoda” di Palamara da parte della rete pubblica e dell’informazione mainstream, legata a quel famigerato “sistema” protagonista del volume.  In video, da Milano, è collegato il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che ha curato l’intervista a Palamara finita nel libro-intervista “Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” (Rizzoli), che con le sue rivelazioni clamorose su tanti casi giudiziari eccellenti, dal processo per la nave Gregoretti in corso a Matteo Salvini fino alle maxi-inchieste che hanno investito Silvio Berlusconi passando per le nomine e le promozioni (e anche le punizioni) “pilotate”, sta terremotando il mondo della magistratura e della politica italiana.

Un libro, come fa rimarcare lo stesso autore, “che ha venduto 90 mila copie in tre giorni e dove il racconto è fatto da chi ha vissuto direttamente queste situazioni. Ogni cosa è documentata e sono pronto a qualsiasi confronto con chiunque voglia convocarmi. Benvengano anche le denunce, serviranno a fare chiarezza”. L’ex segretario di Unicost, la corrente di centro del sindacato delle toghe, sfida a colpi di penna e messaggi whatsup il “Sistema” politico-mediatico-giudiziario: “Oggi il Csm per le nomine si basa sulle mie chat: perché non posso andare io direttamente a spiegarle?” E ribadisce di non avere timore di nessuno: “Tutti i fatti che ho raccontato nel libro, li ho depositati agli atti”. I confronti non mancheranno di certo ma, per ora, si profilano in Tribunale. A partire dalla querela, a libro ancora fresco di stampa, preannunciata dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Che è anche l’artefice dell’iscrizione di Palamara nel registro degli indagati a maggio 2018 per corruzione, da cui sono derivati tutti i suoi guai. Ma che è anche, dall’altro lato, il magistrato che insieme al procuratore capo Giuseppe Pignatone è stato oggetto, secondo le accuse contestate a Palamara, del tentativo di screditare la loro figura, con dossier che prendevano di mira gli incarichi dei rispettivi fratelli avvocati per denunciare presunti condizionamenti.

Nel libro sono ricostruiti molti di questi scenari, secondo la visione che ne dà l’autore. Altri, del tutto diversi, sembrano emergere dalle captazioni del trojan che hanno coinvolto l’ex presidente dell’Anm e i cosiddetti “congiurati” dell’Hotel Campagne, tra cui l’ex sottosegretario renziano Luca Lotti, l’ex magistrato Cosimo Ferri e cinque ex consiglieri togati del Csm. Ferri ha subito impugnato, in quanto parlamentare, la legittimità delle intercettazioni che lo coinvolgono. Ma, clamorosamente, secondo Palamara anche le intercettazioni che lo coinvolgono carpite col malaware potrebbero rivelarsi inutilizzabili: “Il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, con cui ho iniziato la carriera a Reggio Calabria, è stato anche capo legislativo del ministro Orlando e, in virtù del suo incarico, ritengo il suo contributo molto importante. Egli ha teorizzato che, nel momento in cui il trojan venne inoculato nel mio cellulare, la disciplina del suo utilizzo per i reati di corruzione non era ancora entrata in vigore. Questo sarà uno dei temi oggetto del ricorso”.

Nelle 16 pagine firmate da Santalucia sulla rivista “Sistema Penale 4/2020”, dal titolo “Delitti dei c.d. colletti bianchi e intercettazioni tra presenti su dispositivo portatile: termine iniziale di efficacia delle nuove disposizioni”, si parte dalla sentenza n. 741 del 2020 delle Sezioni unite civili. Che sono intervenute “nell’ambito di un giudizio disciplinare nei confronti di un magistrato e hanno pronunciato un principio di diritto in assenza di un’elaborazione da parte delle sezioni penali della Corte”. Il caso riguarda lo stesso Palamara. Il primo magistrato a “sperimentare” sulle sue chat tale disciplina, e anche quello su cui si farà giurisprudenza. In assenza di casi precedenti, Palamara costituirà “il precedente”. Il quesito è squisitamente tecnico-giuridico. Ma dalla sua risoluzione potrebbe dipendere la sorte sia di Palamara che dei terzi intercettati. Tutto ruota attorno all’equiparazione voluta dalla legge “Spazzacorrotti” tra procedimenti di criminalità mafiosa e terroristica e procedimenti per i delitti contro la pubblica amministrazione. E il nodo fondamentale è la data di applicabilità dell’utilizzo del trojan anche per i reati di corruzione. Ma c’è un’altra insidia, segnalata da un magistrato di lungo corso: “Nel codice di procedura penale le intercettazioni devono eseguirsi presso l’Ufficio e nelle sale di ascolto della Procura che le dispone, che ne deve custodire anche il server, in questo caso la sede di Perugia. Se la deroga non viene giustificata, sulle intercettazioni si possono sollevare i motivi di inutilizzabilità, eccepibili in qualsiasi momento”. Insomma, oltre alla guerra di veleni a colpi di carta stampata, a breve si potrebbe aprire un nuovo fronte, a colpi di codice e sentenze alla mano, tra cui la sentenza 32428 del 18 novembre 2020 della Cassazione penale, sulla correttezza della gestione del cosiddetto “Palamaragate”.

Anche un’altra toga segnala il caos che si potrebbe profilare, caduta l’imputazione originaria su cui l’autorizzazione all’uso del trojan si fondava: “Il problema non è tanto se lo avessero potuto o meno intercettare. Il problema è che il titolo di reato che lo aveva/avrebbe permesso era la corruzione. Titolo, questo, non più oggetto di contestazione. Quindi la domanda da farsi oggi è un’altra: possono utilizzarsi nel processo le intercettazioni per un titolo diverso e minore di reato?”. Una questione che, come ha lasciato intendere l’ex dominus delle correnti, oggi divenuto nemico pubblico del correntismo, verrà sollevata sicuramente dalla sua difesa. Non a caso, Palamara non ci sta a sentirsi chiamare “ex”: “Io non sto parlando come persona che oggi è definitivamente fuori dalla magistratura. La mia radiazione è temporanea finché non interverrà la Cassazione”. Fino ad allora – questo il suo messaggio, rivolto soprattutto agli assenti – tutti gli scenari sono ancora aperti”. Finché il calciatore rimane in campo, insomma, non è mai chiusa la partita.

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