NOTTE CRIMINALE

Adriano Monti: “Dopo 50 anni ho tolto tutti gli omissis sul Golpe Borghese. E vi rivelo perché fallì e cosa sapeva Pecorelli del Golpe”

di Beatrice Nencha

Il Golpe Borghese è stato veramente il “segreto di Pulcinella”, un raduno tra quattro pensionati che si illudevano di rovesciare il governo italiano con l’ausilio della Guardia Forestale? A leggere l’avventura del Golpe Borghese, forse il tentativo di eversione democratica meno conosciuto in assoluto, si rischia di rimanere stupefatti. Bisogna essere storici professionisti – o aver letto i documenti originali, molti dei quali desecretati, per ripercorrere consapevolmente questa avventura. Tutt’altro che riconducibile a un’armata Brancaleone, come è stata (volutamente) divulgata per decenni.

Uno degli ultimi protagonisti in assoluto, lo abbiamo conosciuto e incontrato più volte. L’ultima è stata in occasione della recente ripubblicazione di “Il Golpe Borghese nel racconto di un protagonista” (Luni editrice), in versione rivista e aggiornata da parte dell’autore: Adriano Monti. Classe 1930, ex giovanissimo volontario delle SS e, per oltre sessant’anni, ufficialmente un esperto chirurgo che ha girato il mondo, in particolare il “caldissimo” Medio Oriente. E, contemporaneamente, uno dei principali agenti segreti della Rete Gehlen. Un servizio segreto interno al Vaticano e di supporto, grazie all’operazione della “Chiesa del silenzio”, all’azione anti-comunista fortemente perseguita da papa Giovanni Paolo II nei confronti dei Paesi dell’Europa centro-orientale.

Il libro di Monti, arricchito di inedite rivelazioni, muove sulle tracce del precedente, pubblicato in poche migliaia di copie nel 2006. Con la differenza che qui finalmente l’agente Siegfried svela nomi e cognomi di alti esponenti politici, diplomatici, industriali e militari coinvolti nel “complotto nero”. Eliminando tutti gli pseudonimi con cui li aveva protetti fino ad oggi, “per evitare di coinvolgerli in rinnovate ipotesi di reato e persecuzioni giudiziarie, come avvenne contro di me” premette l’autore. Il saggio è snello e scorrevole ed è un’autobiografia che incrocia mezzo secolo di vicende “nere” italiane. Inquadrate sullo sfondo di uno scenario internazionale di cui Monti è stato attore e testimone privilegiato. Fatti e protagonisti del tentato (e quasi istantaneamente abortito) colpo di Stato della “Notte dell’Immacolata” affiorano, così, come strettamente collegati a disegni politici eversivi originati ben prima del 1970. E legati all’influenza esercitata sul nostro territorio da potenze e servizi stranieri, particolarmente attivi a Roma, soprattutto americani e mediorientali. Alla pronuncia della fatidica parola d’ordine “Tora Tora”, la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 si mossero in colonna vari commandos militari, guidati da personaggi ai vertici delle Forze Armate, scortati da venti automezzi della Scuola Forestale e da estremisti di destra e della ex Repubblica Sociale per mettere in atto una riedizione nera del “Piano Solo”. Ovvero l’occupazione di ministeri-chiave, della sede della Rai, della Questura di Roma, ponti radio e altri obiettivi considerati strategici. Obiettivi delineati dal capo dei congiurati, il principe Junio Valerio Borghese, già comandante della Decima MAS e presidente del Fronte Nazionale. Obiettivi conosciuti, e sotterraneamente sostenuti, dai vertici della diplomazia internazionale e da alcuni esponenti anche di governo. Tra cui spicca, in un ruolo ambiguo ma non certo da comparsa nella narrazione di Monti, la figura del sette volte presidente del Consiglio, il senatore Giulio Andretti. Il cui profilo si staglia, seppur sfocato e in secondo piano, sin dalla copertina del suo volume.

  • Adriano Monti, come scrittore ci può assicurare che questo è il libro definitivo sul Golpe?

“Non ce ne sarà un altro. Dopo il primo libro, pubblicato da una piccola casa editrice in qualche migliaio di copie che andarono subito esaurite, sono rimasto in contatto sia con lo storico Giuseppe Parlato che con altri editori e mi sono rimesso a scrivere. Prima il libro “Servizi Discreti” e poi, proprio su consiglio di Parlato, in occasione del cinquantenario del Golpe caduto nel 2020, abbiamo approntato una edizione ampliata e arricchita, con nuove notizie e rimuovendo tutti gli omissis rispetto alla versione precedente”

  • Come mai ha deciso solo oggi di rivelare i nomi dei protagonisti, a partire da quello più importante la cui sagoma campeggia anche in copertina: il senatore a vita Giulio Andreotti?

“Nella prima versione del libro, che uscì nel 2006, molti dei personaggi di cui parlo oggi non furono citati, o furono citati con degli pseudonimi, per paura che venissero nuovamente coinvolti in quella vicenda e potessero esserne incriminati. Anche l’onorevole Andreotti era vivo e dato che non avevo mai voluto fare il suo nome, nemmeno durante i pressanti interrogatori  a cui i magistrati mi sottoposero dopo il mio arresto per il Golpe, in quel primo libro scelsi di rivelare solo la metà delle informazioni di cui ero a conoscenza. Informazioni che avevo vissuto durante tutta la preparazione del golpe e dei fatti successivi al complotto, altrettanto rilevanti per la storia del nostro Paese”.

  • Il golpe capitanato dal principe Borghese in cosa differiva dal tentativo eversivo del generale De Lorenzo?

“Tutto partiva, anche qui, dal “Piano Solo”. Nella strategia della organizzazione di questo golpe, il comandante Borghese aveva capito che l’aiuto dei Carabinieri era indispensabile e che senza i carabinieri non si poteva procedere. Il Piano Solo stabiliva in modo rigoroso i compiti dei carabinieri in caso di colpo di Stato e spiegava come occupare tutte le postazioni strategiche, come bloccare alcune personalità di rilievo o nocive ai nuovi apparati che dovevano subentrare in carica (la cosiddetta “enucleazione”, ndr), come interrompere i servizi di informazione e la comunicazione telefonica. Il Piano Solo esisteva allora ed esiste ancora oggi. La sua attuazione, anche nella vicenda del 1970, era il pilastro dell’organizzazione Borghese per il complotto. Non a caso il golpe prevedeva la presenza del generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti militari, che all’epoca aveva collaborato col comandante generale dell’Arma Giovanni De Lorenzo alla realizzazione di questo Piano.

Giulio Andreotti e Licio Gelli
  • Il Piano Solo, il Golpe Borghese, sembrano condurre tutti a quel “Piano di rinascita democratica” ideato nel 1976 dagli iscritti alla loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli. Il “Venerabile” fu coinvolto a qualsiasi titolo nel vostro Golpe?

“Io questa storia l’ho appresa solo in seguito, all’epoca del Golpe non avevo mai sentito parlare di Gelli. Ne ho sentito parlare solo dalla stampa quando ero a Parigi, non sapevo della sua esistenza né di quella della P2. Anche perché io sono rimasto fuori dall’Italia oltre 15 anni. Mentre conobbi in due occasioni, perché mi mandò a chiamare lui attraverso il generale Battistini, Randolfo Pacciardi, che voleva da me informazioni sui servizi americani. Pacciardi, che era stato ex ministro della Difesa, ci aveva ricevuto in un ufficio privato in uso agli ufficiali in congedo e mi disse di non avere prevenzioni verso Gelli. Anche se lui non era direttamente collegato a Gelli, nel discorso che venne fatto in quella occasione ricordo che venne detto: “Ma lei ha tanti amici di loggia”. E lui rispose “Si ne avevo tanti, da giovane sono stato iniziato ma non li frequento più perché sono “in sonno”. Questo fu l’unico accenno alla massoneria che ho sentito nella mia vita, quando fui contattato da Pacciardi”.

  • La notte del Golpe un mitra MAB fu sottratto dal Ministero dell’Interno. A trafugarlo fu un esponente legato ad Avanguardia Nazionale, l’organizzazione dell’estremista di destra (all’epoca già latitante) Stefano delle Chiaie. Questo furto conferma che il Viminale fu effettivamente violato quella notte e che il Golpe sfiorò, per qualche minuto, il suo obiettivo

Chi trafugò l’arma era un giovane di Rieti che avevo arruolato io, perché mi avevano chiesto se avevo un gruppo di ex militari che potevano essere utilizzati in appoggio ai carabinieri per alcune delle azioni. Nella ricerca mi ero rivolto a un amico, un ex soldato della Rsi, e venne fuori che questo giovane aveva fatto il militare nei carabinieri ed era legato ad Avanguardia Nazionale. Costui ebbe paura a tenere questo mitra, trafugato dall’armeria del Ministero, e così chiese aiuto al figlio di un imprenditore edile per sotterrarlo in un’area di cantiere in montagna. A me telefonò il dottor Drago per dirmi che, a tutti i costi, bisognava ritrovare quel mitra e che da loro indagini poteva averlo sottratto solo qualcuno del nostro gruppo di Rieti. Ma all’epoca non avevo  ancora questa informazione e quel mitra non fu mai restituito”.

Stefano Delle Chiaie

-La sua conoscenza con Delle Chiaie, racconta nel libro, avvenne non per il Golpe ma in modo accidentale. Lo ospitò nella sua casa di Parigi mentre era latitante: che rapporti avete avuto?

Io Delle Chiaie non l’avevo mai visto, né avevo mai avuto alcun contatto diretto. Fu solo a Parigi che mi telefonò un neurochirurgo, anche lui esule italiano, per chiedermi se potevo ospitare questo suo amico. Delle Chiaie era malato di una forma influenzale grave e io l’ho curato, per quella settimana che è stato mio ospite, ma per non metterlo a disagio non gli domandai nulla e lui non mi disse nulla. Io operavo in tre cliniche diverse all’epoca, ci vedevamo solo la sera al mio rientro. Lui era già latitante, aveva un cappotto tutto lacero e, anche se non mi chiese nulla, mi fece capire che non aveva neanche i soldi per ripartire. Allora mi preoccupai di organizzare con alcuni amici una colletta per farlo ritornare in Bolivia, dato che gli stavano dando la caccia e non voleva finire in carcere. Del Golpe non mi chiese mai nulla, anche perché lui in quel momento era in Spagna. Io l’ho curato, come medico era mio dovere, però non mi fece una buona impressione. E si è rivelato un vigliacco perché poi fece scrivere delle cose false su di me in un suo libro, insinuando che facessi il doppio gioco”.

  • E’ stato ipotizzato che Delle Chiaie lavorasse per il prefetto Federico Umberto D’Amato, potente responsabile dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale: lei lo ha incontrato, cosa può dirci?

“Questa è stata una supposizione che ho sentito da alcuni miei contatti nei dieci anni che sono stato a Parigi. Ovvero che Delle Chiaie, come altri capi dei movimenti di estrema destra e sinistra, venivano foraggiati dal prefetto, con soldi o armi. Tutti i politici e gli alti militari avevano paura sia del suo potere che del suo archivio segreto, dove erano custoditi dossier scottanti riguardanti le più alte cariche dello Stato”.

Umberto D’Amato
  • Con D’Amato lei rievoca un vostro incontro nel suo ufficio al ministero e commenta così: “Non lo incontrai più perché nel frattempo i miei informatori della Rete mi pregarono di ignorare l’invito del prefetto, ritenuto agente provocatore a capo di un Servizio del ministero costituito di un gruppo di sicari, autori di orrendi delitti”

“Ho raccontato quell’incontro, avvenuto dopo che lui stesso mi venne a cercare a Parigi tramite amici comuni. Il prefetto D’Amato sapeva tutto del nostro piano perché era riuscito a infiltrare dei suoi informatori ma, pur potendo bloccare sul nascere la nostra azione, non fece nulla per impedire il Golpe. Forse pensava che se l’impresa fosse riuscita, ne avrebbe tratto anche lui qualche vantaggio. Vista anche la caratura dei complottisti: il generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti militari, l’ammiraglio Birindelli, che era il capo della Nato di Napoli, e alti rappresentanti dell’amministrazione americana in Italia, collegati direttamente al segretario di Stato Kissinger e al presidente Nixon”.

  • Borghese si reso conto, a un certo punto, di essere stato infiltrato?

“Sicuramente, quando è riparato in Spagna, si sarà reso conto di tante cose che prima non si capivano: tanti suoi collaboratori erano tallonati da personaggi sospetti, tra cui questo capitano dei Carabinieri Antonio Labruna, che faceva parte dei servizi militari e che si presentò dicendo che voleva collaborare con loro, mentre era lì per spiare tutto quello che succedeva e riferire poi al generale Gian Adelio Maletti, che era il vice di Miceli, il quale era capo dei servizi segreti militari. Maletti poi scappò in Sudafrica, subito dopo il Golpe. Maletti era nemico giurato del generale Miceli, fu lui che lo accusò e che portò i documenti ad Andreotti, e probabilmente anche lui sapeva del suo coinvolgimento nel Piano. Appena arrestarono me e il generale Miceli, nell’autunno del 1974, lui scappò in Africa e non lo vidi più”.

Aldo Moro e Mino Pecorelli
  • Lei riporta nel libro che Mino Pecorelli “aveva scritto di uno strano furto subito da Aldo Moro nel suo studio di via Savoia da dove erano scomparsi documenti che dimostravano come il golpe Borghese fosse stata una farsa montata da Giulio Andreotti”. Cosa sapeva Percorelli del Golpe?

“Pecorelli era un uomo che sapeva molte cose del Golpe, perché i servizi italiani avevano infilato tra i collaboratori di Remo Orlandini un tenente, che poi diventò capitano dei Carabinieri, che si chiamava Antonio Labruna e lavorava per i servizi. I servizi italiani erano costantemente informati di tutto quello che si diceva e avveniva, oltre che dei personaggi che tramavano per il golpe. Ma tutto questo venne fuori solo in seguito. Pecorelli era molto informato ed era molto amico del colonnello Renzo Rocca, responsabile dell’ufficio Rei del Sifar, che fu ucciso in un ufficio in via del Tritone, nel palazzo oggi del Messaggero. Venne fatto passare per suicidato, invece era stato ammazzato. Pecorelli era molto legato a Rocca, che gli forniva molte informazioni da pubblicare sul suo mensile, che poi veniva inviato a tutte le redazioni di giornali e di cui i politici avevano grande paura perché era pieno di notizie riservate. Pecorelli aveva scritto del Golpe, di cui era stato informato, perché era in relazione anche con il capitano Labruna, che si era infiltrato tramite Orlandini nel nostro apparato per informare i servizi segreti”.

  • Pecorelli potrebbe aver appreso del ruolo auspicato per Andreotti in caso di successo del Golpe?

“Sicuramente perché in uno dei suoi ultimi servizi giornalistici aveva parlato di un personaggio democristiano molto importante che faceva parte dei “cospiratori”. Dopo il mio arresto, negli interrogatori notturni che subii in carcere da parte di due magistrati, mi tempestarono di domande che servivano a capire cosa sapessi del suo coinvolgimento nella vicenda. Il più accanito dei due era Vitalone, che poi diventerà senatore democristiano ed era un collaboratore stretto di Andreotti. Io avevo capito l’obiettivo degli interrogatori e negavo tutto, nonostante loro fossero implacabili nel tenermi in isolamento persino nel pieno della mia malattia. I giudici sapevano tutto perché erano stati già informati da Labruna. Ma da me non tirarono fuori nulla perché non volevo coinvolgere nessuno”.

  • A distanza di mezzo secolo, le dispiace ancora che il Golpe sia fallito?

“A me tanto. L’Italia avrebbe avuto una svolta diversa, non si sarebbe arrivati al caos di oggi. Glielo dico io..”

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