'ndrangheta Catanzaro NOTTE CRIMINALE

Se le “toghe rosse” insorgono contro Gratteri: “Non è il depositario della verità. E non può dare del colluso a chi lo smentisce”

di Gianluca Mercuri per il Corriere della Sera

Tutto nasce dall’intervista del nostro Giovanni Bianconi al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, venerdì scorso. Che ha a sua volta un antefatto molto politico: la raffica di arresti e avvisi di garanzie partita dal capoluogo calabrese e che, il giorno prima, ha investito anche il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, indagato per «associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso». Cesa in quel momento era al centro delle trattative per la formazione di un nuovo governo dopo la crisi innescata dalla rottura tra Conte e Renzi: il suo ruolo sembrava decisivo e infatti lo corteggiavano tutti. Ma la tempesta giudiziaria lo ha indotto alle dimissioni e lo ha cancellato dalla scena, cambiando pesantemente il quadro politico.

Parlando con il Corriere, Gratteri ha negato che si trattasse di «giustizia a orologeria», di un intervento calibrato cioè proprio per influenzare gli equilibri politici. Ma la parte davvero importante dell’intervista arriva alla fine. Ha a che fare con la qualità delle indagini del magistrato, il loro esito, le loro conseguenze. Quando Bianconi gli domanda «perché le indagini della sua Procura con decine o centinaia di arresti, vengono spesso ridimensionate dal tribunale del Riesame o nei diversi gradi di giudizio», Gratteri risponde così: «Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni». La firma del Corriere lo incalza: «Che significa? Ci sono indagini in corso? Pentiti di ‘ndranghetisti che parlano anche di giudici?». Risposta, anzi (apparente) non risposta: «Su questo ovviamente non posso rispondere».

Invece Gratteri ha risposto eccome, con quelle insinuazioni gravissime sui tanti colleghi del Tribunale del Riesame e della Corte di Cassazione che hanno spesso ammaccato o azzerato le sue inchieste. L’allusione nemmeno velata al fatto che tra di loro ci possano essere complici della ‘ndrangheta è sconvolgente.

Ora: il procuratore non è certo nuovo alle scelte tranchant, nell’eloquio come nell’operato, ma stavolta la reazione è più forte del solito. E l’aspetto più interessante – per molti versi il più incoraggiante – è che a sollevarsi siano le cosiddette toghe rosse di Magistratura democratica. Sul sito della corrente di sinistra della magistratura – quella a lungo accusata di giustizialismo in quanto protagonista per anni del durissimo scontro con il mondo berlusconiano – è apparso in queste ore un intervento assai critico nei confronti del magistrato calabrese, che cambia il corso del dibattito sulla giustizia in Italia. Si legge nel testo firmato «Esecutivo nazionale di Magistratura democratica», quindi da attribuire al presidente Riccardo De Vito (che fa il giudice di sorveglianza a Sassari) e alla segretaria Maria Rosaria Guglielmi (pm di Roma): «Siamo ben consapevoli di quanto sia importante la libertà di parola dei magistrati, anche quale prezioso strumento di difesa della giurisdizione. Le parole del Procuratore Gratteri, tuttavia, si trasformano nell’esatto contrario e in un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione. Non crediamo che la comunicazione dei Procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l’immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso».

Parole chiare e taglienti, cui si aggiunge il sospetto – un’arma sempre a doppio taglio nelle polemiche giudiziarie – che il metodo Gratteri non abbia come fine primo e ultimo l’accertamento della verità, ma il successo personale del magistrato: «Con un tale agire, il pm dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali – a partire dal principio di non colpevolezza – e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall’attenzione all’accertamento conseguito nel processo». È una affermazione fondamentale: il pm, in quello che sembra un paradosso ma è un fondamento della giustizia, prima ancora di sostenere l’accusa è il primo garante dell’accusato, quello tenuto a vagliare bene gli elementi. A suffragarli di riscontri. E poi a non considerare bravi giudici solo i gip che gli danno ragione e ordinano gli arresti, infangando invece i gradi successivi quando smontano tutto il castello o una sua buona parte.

Aggiungono non a caso i leader di Md: «Crediamo nel ruolo del pm che agisce nella consapevolezza della necessaria relatività delle ricostruzioni accusatorie, della necessità di verificarle nel contraddittorio, e del ruolo del giudice terzo e indipendente». Perché «una giurisdizione terza e imparziale» è la «vera precondizione per un esercizio corretto del difficile compito di giudicare, al riparo dal rischio delle semplificazioni correnti, che offrono scorciatoie di corto respiro». Principi talmente auto-evidenti che non dovrebbe esserci bisogno di difenderli, per giunta da un magistrato di primissimo rango.

Insomma, non si potrebbe immaginare una critica più forte. Se non fosse da segnalare anche quella di un giurista insigne come Vladimiro Zagrebelsky (fratello maggiore del più televisivo Gustavo). Dall’alto della sua esperienza decennale alla Corte europea dei diritti dell’uomo, scrive sulla Stampa che «è persino troppo ricordare il codice etico della magistratura o i documenti europei che invitano a impedire che pubbliche autorità rilascino dichiarazioni che fanno intendere che gli indagati siano colpevoli, prima della sentenza di condanna definitiva. Qui siamo sotto il minimo della cultura istituzionale, che comporta la accettazione dei limiti del proprio ruolo, non di oracolo repressivo del male, ma di parte in una procedura che si svolge davanti a giudici secondo le regole del processo».

Zagrebelsky è implacabile nel ricordare le conseguenze del metodo Gratteri: «Il troppo elevato numero di assoluzioni all’esito delle indagini preliminari o nelle diverse fasi del giudizio», dovuto – e qui si avverte l’eco delle critiche di Md – a «un’insufficiente selezione iniziale delle ipotesi accusatorie e una inclinazione ad accuse azzardate, prive del necessario riscontro»; e le sentenze di assoluzione che spesso giungono dopo anni, e che quando si tratta di ruoli pubblici – come nel caso dell’ex presidente calabrese Mario Oliverio, arrestato mentre era in carica, distrutto e poi assolto – «pesano non solo sulle persone, ma anche sull’ordinario funzionamento della cosa pubblica».

C’è insomma una questione Gratteri? C’è, visto che la pone lui e la pongono i colleghi che gli replicano. Senza certo cancellare i meriti e i rischi che corre un magistrato sovraesposto – in ogni senso – la questione va chiarita: l’alto tasso di assoluzioni e i conseguenti indennizzi che paga lo Stato sono dovuti a giudici corrotti o a indagini scarse? La risposta è vitale per lo stesso funzionamento della democrazia.

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