'ndrangheta Banda della Magliana camorra Catanzaro

Veline,teoremi e misteri su un magistrato al di sopra di ogni sospetto

di Alessandro Ambrosini

PROLOGO

Le “veline”, tecnicamente, sono veicoli di notizie che provengono da fonti esterne e che ne suggeriscono la modalità d’impaginazione. Solitamente si evidenzia o si fa capire l’ambiente da cui provengono e mai chi realmente le fornisce. Il preambolo è doveroso se vogliamo spiegare e raccontare un piccolo articolo, insignificante per dimensione e posizionamento, uscito il 12 dicembre sulle pagine del Fatto Quotidiano. Irrilevante, solo per numero di battute (circa 1300) e relativo spazio nel giornale cartaceo. Velenoso e preoccupante per la comprensione di ciò che sta avvenendo in Calabria e, più in generale, per l’uso che qualcuno fa del giornalismo nel nostro Paese.

Redazione del Fatto Quotidiano

LA “VELINA SPORCA”

“Per farsi rafforzare la scorta dal terzo al secondo livello avrebbe tratto in inganno il prefetto di Catanzaro e il direttore dell’Ucis” (le prime cinque righe dell’articolo sul Fatto Quotidiano.)

A firma Iurillo-Musolino, la notizia che l’ex Procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, il prossimo 28 gennaio dovrà rispondere davanti al tribunale di Salerno di falso ed errore determinato dall’altrui inganno. Niente di sbagliato, tranne il fatto che il tutto è condito, dall’inizio alla fine dell’articolo, con dettagli portati dall’accusa o da qualche “manina” che ha interesse a infangare il buon nome del magistrato. Rilievi che tendono a suggerire una narrazione di fondo, completamente diversa dalla realtà oggettiva. Tentativo smaccato di manipolare verità, logica e opinione pubblica.

Secondo quanto riporta l’articolo, il magistrato sotto scorta, si badi, dal 1988, avrebbe richiesto l’innalzamento del livello della misura tutoria per un pedinamento avvenuto a gennaio del 2019 nella zona di Lagonegro (Pz). Pedinamento fatto da una macchina con targa non registrata alla motorizzazione civile. Macchina che, successivamente, si scoprirà avere “targa governativa o di forze di polizia”, come dice il Fatto.

Otello Lupacchini

Non è un caso che le veline malevole che riguardano il procuratore generale Lupacchini, abbiano sempre trovato ospitalità sul Fatto Quotidiano, da quando si è generata la querelle con il procuratore della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri. Infatti, sempre con Musolino, il giornale ne dava eco già a novembre del 2019. Anche in quel caso, come oggi, la notizia “scivolò” presumibilmente dalle stanze della Procura salernitana, che ha il compito di giudicare i magistrati calabresi. O, forse, da ambienti polizieschi e, perché no, giudiziari catanzaresi.

Il Fatto quotidiano, a volte, confonde e giustifica come notizia esclusiva, la velina “sporca”. Velina che non si limita alla notizia nuda e cruda, come può essere il rinvio a giudizio, che tra l’altro in questo caso non c’è stato, avendo Lupacchini chiesto e ottenuto il giudizio immediato, o i capi d’imputazione, che il difensore di Lupacchini ritiene infondati in fatto e in diritto, ma la tinge con frasi frutto di evidente pregiudizio accusatorio. Sin dal titolo dell’articolo: “Lupacchini mentì per farsi rafforzare la scorta”. Una frase che, sintesi grossolana del teorema dell’accusa, suona già come una condanna senza appello, quasi che Lupacchini sia un criminale abituale e non uno dei magistrati più seri, indipendenti e preparati. Una modalità d’informazione “a orologeria” diventata consuetudine per il giornale di Travaglio, vero organo d’informazione di una parte della magistratura che si autoalimenta, si autocertifica, si autoassolve e s’incensa da anni, tramite quelle pagine.

Ognuno, però, ha il proprio stile e il proprio modo di intendere l’informazione e la verità dei fatti. Sono scelte. Un metodo, quello delle “veline”, che ti consente di avere in anteprima le notizie, ma che ti espone al pericolo che la fonte che le rilascia cerchi di far solo il proprio gioco. E’ un sentiero strettissimo su cui camminare, dove omissis e mistificazioni sono rischi di cui tenere sempre conto, ma che per comodità, superficialità o becero interesse di bottega, si preferisce ignorare o, peggio, accettare.

Lungi da noi voler gettare la croce sugli ottimi Iurillo e Musolino (addirittura due firme, per un breve articolo di spalla!), ma sentiamo la necessità di questo approfondimento. Di  destrutturare quest’articolo tramite fatti e circostanze documentate. Non ripresi da una narrazione suggestiva, ma da ordinanze e riferimenti che possono essere trovati facilmente, soprattutto da chi fa il giornalista d’inchiesta, come il solerte duo Iurillo-Musolino. Disegneremo per il lettore il giusto scenario dei fatti, perché la verità non la si trova da estrapolazioni di parte, ma dalla realtà complessiva.

LE MANETTE AL RE DI ROMA (2011)

Otello Lupacchini, come abbiamo scritto qui, nel dicembre del 2011 mise fine allo stato di detenzione privilegiata di Michele Senese, vero boss della “Roma criminale” di strada. Una sentenza, sollecitata proprio da Lupacchini, chiuse le porte a decenni di assoluzioni per infermità di mente e di “comunicazioni” tra il capo clan di Afragola e il suo esercito. Uno “smacco” pesante che andò a intaccare il carisma, “l’invincibilità” e l’onorabilità criminale di Michele ’o pazzo, con tutti i relativi strascichi “su strada”. C’è, infatti, una grossa differenza nell’ambito criminale, tra essere “ospite” in clinica, specie se propria, ed essere in carcere. Tornare dietro le sbarre è indebolimento decisionale, perdita del controllo del territorio, che cambia equilibri nel mondo della mala.

Michele Senese (primo da sx) e alcuni sodali

LE MINACCE IGNORATE (2011)

Fu in quel giorno di pioggia del 2011, dopo la sentenza, che mi trovai a camminare per i corridoi della corte d’Appello di Roma, con il magistrato, i suoi due uomini di scorta e un collaboratore di polizia giudiziaria, commentando la decisione dei giudici. In quel momento, incrociammo il gruppo di “soldati” del clan Senese che avevano assistito all’udienza finale. Tra loro alcuni elementi accusati a piede libero, che, proprio su richiesta di Lupacchini, erano stati scagionati dai giudici. Dal loro gruppo, una donna si scagliò improvvisamente verso il magistrato per aggredirlo. Senza dire una parola, senza un fiato. Come se fosse tutto perfettamente studiato. Uno degli uomini della scorta, preparato a questa eventualità, riuscì a fermarla e a respingerla. Per poi riprendere a camminare come se non fosse successo niente. Sempre nel totale silenzio. Una scena surreale e preoccupante. Un messaggio, probabilmente.

Processo Senese, sodali clan

Questo fu solo il primo, piccolo segnale che il magistrato romano era finito nella lista nera del clan. A seguito di quella sentenza, arrivò una relazione della scorta presente in aula che riportava le parole del fratello di Senese che, non capiva “la ragione di tanto accanimento da parte di una brava persona come Lupacchini” nei confronti del fratello, sottolineando i “rischi ai quali ciò lo avrebbe esposto” se loro fossero state “persone d’altro tipo”. Uno degli avvocati, sempre in quel contesto, usò uno strano modo per commentare la sentenza: “in fondo va bene così, perché stando in carcere Senese non potrà essere considerato responsabile di quanto accadrà fuori”. Questa è storia.

LA NOMINA A CATANZARO E IL TRASFERIMENTO DI SENESE (2017)

Tra settembre e ottobre del 2017, il Csm decide di conferire l’incarico, come Procuratore generale della Repubblica di Catanzaro, a Otello Lupacchini. Un territorio, quello di Catanzaro, che lui aveva avuto modo di conoscere, poiché mandato come ispettore in quel distretto nel 2005, per controllare l’operato dei magistrati che vi lavoravano. Un ruolo, quello di Procuratore generale, che per la sua enorme esperienza nell’ambito della criminalità organizzata e per la sua distanza da ogni forma correntizia dentro la magistratura, era purtroppo perfetto.

Contemporaneamente, Michele Senese veniva trasferito nel carcere della stessa città. Con tutte le conseguenze del caso. Infatti, Michele ’o pazzo, come abbiamo visto, non è un boss di secondo o terzo piano. È di un livello verticistico a Roma. E Roma “conta”, per tutte le organizzazioni. Avere un nemico come il boss di Afragola, nel carcere della stessa città in cui stai lavorando, in un territorio “storicamente ostile”, sia fuori che dentro il Palazzo di giustizia, era un campanello d’allarme importante. Qualcosa che avrebbe dovuto far scattare la massima attenzione in tutte le forze dell’ordine e in chi si occupava direttamente della sicurezza in provincia. Concretamente, infatti, la presenza nel territorio di un boss di tale levatura implica la presenza degli uomini del clan del detenuto nella città e apertura di canali con le organizzazioni locali per dare supporto, e non soltanto logistico, al capo in prigione. Canali che a Catanzaro sono ovviamente legati alla ’ndrangheta. Con tutti i pericoli del caso, visti i rapporti non idilliaci tra il clan Senese e Lupacchini. Ma di ciò, la tanto decantata “migliore polizia del mondo” e il maggiore esperto mondiale di ’ndrangheta, erano a conoscenza? Avevano idea della pericolosità che per il territorio rappresentava Michele ’o pazzo? A leggere tra le righe del mini articolo del duo Iurillo-Musolino, da cui si son prese le mosse, parrebbe proprio di no.

Carcere di Catanzaro

I RAPPORTI TRA IL CLAN SENESE E LA ’NDRANGHETA

Tra la camorra romana e la ’ndrangheta calabrese, rapporti ci sono sempre stati e sono sempre stati fruttuosi. Proprio in questo, l’articolo del Fatto quotidiano, fa uno scivolone gravissimo, parlando d’indagini che hanno escluso i rapporti tra le due organizzazioni criminali. Rapporti, invece, evidenziati da alcune operazioni di polizia con relativi arresti avvenuti, ancora di recente, nell’ambito dell’operazione Tulipano contro il clan Pagnozzi, socio diretto del clan Senese (tanto da essere proprio i sodali di Pagnozzi i killer che uccisero Giuseppe Carlino, boss della banda della Marranella, proprio su ordine di Michele ‘o pazzo). In quell’operazione fu arrestato per traffico di cocaina Antonio Pelle, della famosa ’ndrina di San Luca, in virtù di un continuo scambio di grossi quantitativi di cocaina con i clan camorristici romani. Se non bastasse, oltre alla logica evidenza di “buoni rapporti” tra chi comanda le strade romane dello spaccio e chi ha acquisito e acquisisce potere e immobili nella capitale, anche l’ultima operazione fatta dai carabinieri contro il clan di Michele ’o pazzo, ha evidenziato la presenza di un individuo di Catanzaro, residente a Vicenza. L’uomo è indagato per aver nascosto un latitante del clan Sarno, insieme a un uomo del clan Senese. Circostanze che dovrebbero far pensare che i rapporti tra organizzazioni criminali siano reali, oltre ogni ragionevole dubbio. Fatti, insomma, che evidenziano l’approssimazione delle “indagini” cui fa riferimento il Fatto quotidiano.

Arresti operazione Tulipano

LO STRANO INSEGUIMENTO

Ciò che Lupacchini segnalò al prefetto di Catanzaro fu dunque la pericolosità, non percepita prima, della presenza nel distretto di sua competenza di un personaggio come Michele ’o pazzo, che aveva avuto modo di fargli sapere che si ricordava di lui, per esserglisi “messo di traverso”. Solo occasionalmente, senza che mai ne avesse parlato prima, il magistrato riferì dell’esistenza di una relazione di servizio, con cui la propria scorta segnalava all’ufficio di appartenenza, di un pedinamento dell’autovettura blindata a bordo della quale viaggiava insieme alla personalità. Una relazione che l’Ufficio scorte di Roma non poteva non aver trasmesso, per le determinazioni di competenza, agli organismi provinciali delle forze dell’ordine catanzaresi e al prefetto di quella città. In fondo, da anni, la macchina blindata è il mezzo di trasporto di Lupacchini e della sua scorta. E da quando fu messa sulla sua testa una taglia da un miliardo e mezzo di lire, da parte di esponenti della Banda della Magliana, ancora vivi e liberi, per aver indagato a fondo anche su mafia e strage di Bologna, ogni precauzione gli era ed è dovuta.

E’ il 30 gennaio del 2019, il procuratore generale di Catanzaro, con la sua scorta di due uomini, sta viaggiando verso Roma. E’ partito da Cosenza per tornare a casa qualche giorno. Alle loro spalle c’è un’auto che li segue. Forse è solo qualcuno che fa lo stesso tratto autostradale, o forse no. La sagoma che si vede dallo specchietto retrovisore non passa inosservata, soprattutto quando la stessa auto si ferma negli stessi autogrill della “blindata”. Una. Due volte. E questa macchina sempre dietro, sia all’entrata e sia all’uscita dai punti di ristoro. Senza neanche curarsi di non essere vista.

È forse in quel momento che il caposcorta decide di controllare il numero della targa nel database della motorizzazione: nulla, quella targa non esiste. E’ una macchina fantasma. Sia che si tratti di un mezzo con targa “protetta” o, piuttosto, con targa contraffatta, ipotesi entrambi possibili e altrettanto ragionevoli, il protocollo, in questo caso, è chiaro: chiamare la centrale operativa in contatto con la scorta o avvertire la polizia stradale per fare “controllare” la macchina, al fine di accertarne la proprietà, chi fosse alla guida e a bordo di essa, sapere perché fosse su quel tratto di strada e perché pedinasse l’autovettura a bordo della quale viaggiava il procuratore generale di Catanzaro.

Nulla di tutto ciò è avvenuto: la macchina finirà di seguirli all’altezza di Santa Maria Capua Vetere, senza che nessuno la controlli. E come comparve, sparì. Nel nulla.  Solo dopo l’iscrizione di Lupacchini nel registro degli indagati (su denuncia di chi?) si seppe che l’auto era, come ha scritto il Fatto, “governativa o di forze della polizia”. A oggi, non si sa ancora però chi la guidasse e soprattutto perché abbia seguito la vettura del magistrato per 300 chilometri. Paradosso dei paradossi: la mancata osservanza del protocollo da parte del caposcorta, l’obiettiva sottovalutazione di un pericolo, la superficialità con cui il prefetto ha trattato il caso, questi i motivi per i quali oggi, Lupacchini, si trova a doversi difendere da accuse strumentali e chiaramente suggestive più che fattuali.

Un commento su “Veline,teoremi e misteri su un magistrato al di sopra di ogni sospetto

  1. Franco Dragone

    Egregio dottore Ambrosini…
    È davvero ingrato addossare la colpa di quanto avvenuto al caposcorta del Magistrato.
    Il protocollo di sicurezza non prevede di controllare il veicolo o di attendere che ciò avvenga. Ma bensì di allontanarsi dal luogo della verosimile minaccia e portare in sicurezza il VIP.
    Resta che il Comitato Provinciale di Ordine e Sicurezza Pubblica, aveva tutti gli strumenti per verificare la provenienza e l’intestazione dell’auto inseguitrice per poi valutare l’eventuale inalzamento delle misure tutorie.
    Ma comprendo che è più semplice crocifiggere un piccolo operatore di Polizia

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