di Alessandro Ambrosini

Le luci dei neon della “pagoda” rendono i corridoi più simili a quelli di un ospedale che non a quelli di un tribunale. Ma forse servono anche a questo. Servono a ricordarti che anche lì sei sospeso. Tra la libertà e la galera, tra la condanna e l’assoluzione.

E’ così che ricordo la corte d’Appello di Roma nel dicembre del 2011. E’ così che mi sono imbattuto per la prima volta nel clan più forte di Roma, in quello che rappresenta senza ombre di dubbio, uno degli esempi non riconosciuti di una camorra napoletana che si è fatta nel tempo “mafia romana”. Quella “mafia” che, da decenni, si cerca di provare a Piazzale Clodio senza successo. Le porte aperte dell’aula erano per il clan di Michele Senese.

Corte d’Appello di Roma

Alla sbarra, in quei giorni di udienza, c’erano il boss (mai presente) e alcuni sodali di mezza età. Personaggi di una caratura criminale che potevi leggere tra le rughe del loro viso. Davanti a loro il magistrato Otello Lupacchini, chiamato tra gli addetti ai lavori “Lupo”. Un po’ per il cognome e molto per essere un magistrato che non fa scappare la preda quando la addenta. Senese era una sua vecchia conoscenza. Lo aveva incrociato nella sua inchiesta sulla Banda della Magliana, quando il camorrista dei Moccia era ancora uno dei tanti. Pericoloso e letale, ma ancora mimetizzato nel caos di una storia criminale romana da riscrivere, dopo la fine della Banda. Dall’altra parte gli avvocati, agguerriti e sicuri di portare a casa il risultato. A tratti irriverenti e innervositi da alcuni articoli che avevo pubblicato. Tanto da leggerli in aula.

Imputati processo clan Senese

Non erano udienze a porte chiuse, erano aperte al pubblico e alla stampa. Senza particolari vincoli, tranne il fatto di non poter scattare foto agli imputati. Se da una parte c’erano gli uomini della scorta di Lupacchini, dall’altra in modo compatto erano schierati gli uomini e le donne del clan Senese. Una rappresentanza cospicua, tra indagati e sostenitori del boss di Afragola. Si muovevano ordinati, quasi silenziosi, tra l’aula e il corridoio. Li osservavo bene, per non dimenticare niente di quei volti, di quei tagli di capelli a metà tra un mohicano e un “taglio a scodella”. Con le donne o troppo magre, ossute e consumate o appesantite e con il trucco esageratamente segnato. C’era Angelo Senese, il fratello minore. Quello che regge i fili sulla strada. C’erano quelli che sembravano usciti da una palestra, tute acetate e sguardi che non manifestavano l’abitudine a pensare. Sono addestrati ad agire. Come soldati. Ed è questo uno degli aspetti interessanti che osservai dalla mia sedia: nonostante fossero degni rappresentanti del caos, della violenza, del degrado umano, erano ordinati e silenziosi. Il contrario di ciò che rappresentano sulla strada. Solo i vestiti e il modo di portarli, tradivano la loro vera natura. Esagerati, ingombranti, pacchiani.

Uomini e donne del clan Senese

Dall’altra parte c’ero io e il vuoto che solitamente era riempito da cronisti e operatori tv. Ma non era un processo che interessava i media. Era solo “uno dei tanti clan che infesta la capitale”, “è solo una delle tante forme di criminalità che coesistono tra i quartieri romani. Poi i Senese stanno sul quadrante sud-est della Capitale…i grossi sono altri”. Queste furono le risposte che mi diede chi avrebbe dovuto informare Roma e il resto del Paese. Nonostante che a Roma fosse in corso una guerra sotterranea, che mieteva cadaveri e gambizzati ogni settimana.

Non si era capito, non si era voluto capire la portata di chi stava per essere giudicato. E non si era focalizzato il vero motivo del processo stesso: togliere l’alibi della pazzia a chi pazzo non era. Togliere la possibilità di gestire il potente clan al loro boss, mentre scontava anni di carcere, comodamente alloggiato alla clinica S. Alessandro. Un posto talmente “impermeabile” che, successivamente, un cronista di Rai news, Alfredo Di Giovampaolo arrivò senza trovare ostacoli fino alla stanza del boss di Afragola.

Non erano i chili di cocaina, lo spaccio capillare nei quartieri, il togliere dalla strada una parte dell’immenso esercito che componeva il clan, il target di Lupacchini. L’obbiettivo dell’accusa era togliere l’armatura a questo boss fantasma. Togliere ciò che gli aveva permesso, per anni, di tenere i fili della sua organizzazione. Smascherare la sua abilità e gli occhi di riguardo che lo avevano periziato nel tempo, dando il vero volto a un fantasma che si nascondeva tra Opg e telecamere spente. Che si era preso Roma, le sue strade, la sua paura.

Il 9 dicembre del 2011, in un pomeriggio piovoso e freddo, la sentenza diede ragione al pubblico ministero. Non importa se l’impianto accusatorio non resse per i suoi sodali, non importa se la pena a Senese diminuì da diciassette a otto anni. La cosa fondamentale è che in quell’aula si fissò il fatto che Michele Senese era capace di intendere e volere, che il giusto luogo di detenzione era in un carcere e non in cliniche e Opg. Che gli otto anni di galera da scontare non li avrebbe passati a ricevere parenti e amici, gestendo da un letto i suoi affari. Li avrebbe passati in una cella, magari con altre persone. Come lui odiava.

Inizia da questo punto fondamentale l’inchiesta su Michele Senese. Non bastano gli arresti, la storia scritta e riscritta mille volte per spiegare il vero re di Roma. Da molti conosciuto solo dopo i fatti di Mafia Capitale, in quelle immagini dove l’incontro-scontro senza audio con Massimo Carminati è e resteranno una pagina nera nelle investigazioni del Ros . ‘O pazzo è da tempo sulla cresta dell’onda. E’ un boss della “vecchia scuola”. Silenzioso, letale, furbo. Ha passato le tempeste delle guerre di camorra a Napoli, ha “lavorato” con la Banda della Magliana, è stato socio e boia dei Carlino e della Banda della Marranella. Ha comandato a Roma sud-est per anni, nella scomodità di avere dei vicini ingombranti come i Casamonica. E’ resistito al tempo, agli arresti, alla storia del crimine romano, ai nuovi clan emergenti. E’ riuscito a federare il crimine di strada intorno a lui. E’ entrato nei meccanismi dei colletti bianchi romani con la cocaina. Ma lì si è fermato. E’ e rimane un predatore, al servizio di altri quando serve. Anche involontariamente. E’ il Re di una Roma dove a comandare sono sempre le solite parole: soldi, cocaina e armi.

Michele Senese è ‘o pazzo, per la cronaca e per la strada. E’ M22 per Notte Criminale, l’acronimo del suo nome e della pazzia nella smorfia napoletana.

Prossime puntate:

lunedì 7 dicembre “Faccia a faccia con il Re”

giovedì 10 dicembre “L’esercito infinito”

lunedì 14 dicembre “I rumori della strada”

giovedì 17 dicembre “Da re a marionetta. Il nemico impossibile di M22”

0 commenti su “M22 / Michele Senese, il Re fantasma

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