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Calabria/ Dietro il neo commissario Longo, la sconfitta dello Stato

di Alessandro Ambrosini

La Calabria è sempre rimasta una regione chiusa fra tre stereotipi: il mare, la nduja e la ‘ndrangheta. Una terra semi sconosciuta a molti. Incastonata tra l’Aspromonte “dei sequestri” e la Salerno-Reggio Calabria, il tratto autostradale con i “lavori in corso” più lunghi della storia repubblicana. Da qualche anno, però, questa regione così illeggibile, per molti versi, ha assunto un ruolo centrale nella narrazione mediatica del Paese. E quasi mai per risvolti positivi o per essere esempio di riscatto sociale o economico.

Sembra, e i fatti ci danno ragione, che esista quasi una volontà nel far rimanere questa regione solo un serbatoio, senza speranza, per le cosche mafiose che la abitano. La nomina come commissario alla sanità ne è stata la prova lampante. Dopo l’imbarazzante e vergognoso teatrino regalato dal generale dei carabinieri, Saverio Cotticelli, lo show si è spostato nei palazzi romani.

Saverio Cotticelli

In una strana sequenza temporale, i nomi dei candidati sono stati dati alla stampa per essere sistematicamente “bruciati”. Come se ci fosse una volontà di dare in pasto all’opinione pubblica la chimera di una vasta scelta, di una rigida selezione (dopo la barzelletta vivente di Cotticelli) e una visione politica condivisa. Candidati e“bruciati”. Candidati e messi nelle condizioni di rifiutare. Fattore importante, nessuno di questi nomi era legato all’assioma Calabria-illegalità, Calabria-’ndrangheta. Da Eugenio Gaudio ad Agostino Miozzo, da Narciso Mostarda al fantasioso Giuseppe Zuccatelli, una pletora di nomi fuori dal circuito delle forze dell’ordine o della magistratura. Una condizione normale per qualsiasi regione italiana, non per la Calabria.

A supportare questo gioco al massacro di candidati, la politica nazionale. A volte con veti e contro veti, a volte appoggiandosi ai social. Quindi, alla volontà “popolare”, come nel caso Zuccatelli. Nessuno vuole negare che la terra dei bronzi sia l’isola felice. L’evidenza della presenza ‘ndranghetista è solida nei fatti. Nella storia. Ma nulla rimane immutato come in una fotografia, e deve valere anche per la Calabria.

A centralizzare il ruolo di questa regione a livello nazionale, nei giorni della “confusione” circa la scelta del commissario, sono arrivati anche gli arresti di ventinove presunti ‘ndranghetisti. Un fatto che sarebbe scivolato nel taglio basso della cronaca nazionale se, tra questi nomi, non ci fosse stato il presidente del consiglio regionale calabrese: Domenico Tallini, agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa. Accusa grave ma da dimostrare, visto che ci sono poche e fumose prove a riguardo. Ma la prassi è ormai consolidata nel tempo, l’arresto è già una mezza sentenza. Anche se poi l’accusato è scagionato in uno dei tre gradi di giudizio e la notizia trova spazio, forse, nelle brevi di qualche giornale.

Domenico Tallini

A dirigere quest’operazione, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Il calabrese più intervistato di sempre, il pluripresenzialista in ogni talk show televisivo, colui che può parlare di tutto e che di tutto se ne intende, dando sempre una chiave di lettura che arriva alla ‘ndrangheta. Il magistrato che dirige il distretto con più risarcimenti per ingiusta detenzione, il magistrato più temuto dalla politica nazionale e regionale. Il magistrato sotto scorta strettissima, tanto da avere in affitto per pochi euro l’anno, ben ottomila metri quadrati di terreno, inutili per la sua protezione. Ma confinanti con il suo uliveto. Il magistrato degli “arresti a strascico” e dei “maxiprocessi che faranno la storia”, anche se centinaia d’imputati sono stati scarcerati e il processo deve ancora entrare nel vivo. Il magistrato che non può essere, giustamente, criticato dal proprio superiore, pena l’allontanamento di quest’ultimo. Il caso dell’ex procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, grida ancora vendetta a Dio.

Nicola Morra

Il potere è Nicola Gratteri, in Calabria. E’ nei fatti che si determina questo. E’ nelle sue parole, quando ospitato dalla Gruber, ha disegnato il profilo di chi doveva essere il nuovo commissario sanitario in Calabria. E’ nella sua scaltrezza, quando commenta anche le indegne parole del presidente della Commissione antimafia, Nicola Morra. Il suo potere è nel telecomando, dove appena fai zapping tra i canali lo vedi comparire dentro lo schermo, seduto a rispondere di qualsiasi cosa. Il suo potere è nel nome di Guido Longo, il nuovo commissario calabrese. Uomo a lui vicino. Nome degnissimo e con un pedigree antimafia di valore. Meno, presumiamo, in campo sanitario.

La Calabria è di Nicola Gratteri. La Calabria è ‘ndrangheta e malaffare. E così deve rimanere. Confinata negli stereotipi, senza possibilità di riemergere. Anche se generazioni di ‘ndranghetisti hanno scelto il mondo intero come campo d’azione.  Anche se le montagne di soldi, frutto del narcotraffico, circolano in tutte le banche del mondo. Anche se le locali di ‘ndrangheta ci sono in ogni regione italiana, in ogni paese europeo e oltre. Non importa, se la prima resa dello Stato alle mafie, è il riconoscimento che un territorio può, e deve, essere gestito solo dalle e con le forze dell’ordine. Anche se il pericolo militare mafioso ha un coefficiente basso. Anche quando basterebbe scegliere dalle eccellenze di questo paese. Dimostrando, che la qualità della parte sana del Paese, vince contro la corruzione criminale.

Guido Longo è una buona scelta. Una scelta per mettere l’ennesimo tutor dentro la vita sociale di un popolo, quello calabrese. L’ennesima scelta per perdere la partita più grande: quella della riscossa, della crescita sociale e morale di una regione. Una regione che ha bisogno di vivere, senza paura di re o banditi. Una regione che ha bisogno di essere parte dello Stato, non un feudo di chi disegna “l’altro Stato”. Non deve essere campo di battaglia tra le varie anime dei servizi segreti, non deve rimanere dentro la scacchiera di massoneria e personalismi, non deve essere esempio di un fallimento che rappresenterebbe il fallimento dello Stato stesso. Si può, si deve alzare un muro contro chi vuole “l’altro Stato”, sempre meno idea e sempre più materia.

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