Banda della Magliana mafia NOTTE CRIMINALE Roma

“La strage continua”. Una risposta alle domande di una morte certa: l’omicidio Pecorelli

di Alessandro Ambrosini

Gli omicidi, molte volte, sono l’epilogo di una storia. Sono la chiusura di un cerchio. L’ultima pagina di un libro. Altre volte, come nel caso dell’assassinio di Mino Pecorelli, raccontano qualcosa che va oltre le sfere personali dell’atto: raccontano l’Italia di quel periodo. L’omicidio Pecorelli è una foto di ciò che bolliva, come magma incandescente, sotto ciò che umanamente era visibile a tutti. Un intrigo invisibile e rarefatto di volti sconosciuti, di poteri inaccessibili, di trame dove mandanti ed esecutori si sono mischiati in un balletto macabro.

Cercare e dare un volto alla verità dei fatti, non è semplice. Dietro l’omicidio del direttore di Op, non c’è stato un solo movente, ce ne sono stati molti. Dietro l’omicidio del direttore di Op, non c’è stato un mandante ma, potenzialmente ce ne sono stati molti. Dietro l’omicidio del direttore di Op, c’è però stato un esecutore, e una pistola. Certa, una Beretta 7,65 con proiettili Gevelot . Il libro di cui vi sto parlando, che racchiude un’inchiesta durata anni, ha proprio nella pistola che uccise il giornalista molisano il suo fulcro. E’ un’inchiesta diventata libro o un libro che racconta un’inchiesta: “ La strage continua”, di Raffaella Fanelli.

Perché riprender in mano i fili della storia di Mino Pecorelli, quarant’anni dopo il suo omicidio avvenuto il 20 marzo 1979? Semplice, il motivo evidente è che non c’è un nome per chi lo assassinò. E non c’è un mandante certo. Non c’è un movente certo, che sia uscito dalle sentenze dei vari processi istruiti. Nulla. Pecorelli, come molti altri casi avvenuti nella storia repubblicana, è uno dei morti senza una risposta. Ed è in questa frattura giudiziaria che la Fanelli si è inserita. Talmente a fondo, da far sì che il processo fosse riaperto nel 2019. Si chiuse nel dicembre dello stesso anno. Si scoprì, tra stupore e delusione, che la pistola fu distrutta nel 2013. Un fattore importante ma non determinante per perseguire quella verità che non ha ancora trovato prove certe. Un freno che sembra essere stato costruito ad hoc per seppellire ciò che è successo quella notte. Per dare un nome a chi sparò a sangue freddo contro un giornalista abituato a cercare tra le pieghe di un mondo di mezzo. A metà tra le “facce sporche di strada” e quelle presentabili, ben rasate e con frequentazioni di alto lignaggio.

E’ un libro da leggere attentamente, perché dopo quarant’anni anche i muri più spessi accusano qualche crepa. Perché non tutti vogliono morire con dei pesi sulla coscienza. Perché non tutti pensano che la via dell’onore passi dall’omertà su morti ammazzati, condannati da chi non si è mai sporcato le mani.

Raffaella Fanelli, giornalista, ha scritto e collaborato con numerose testate, tra le quali Repubblica, Sette- Corriere della Sera, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Quarto grado a Verissimo a Chi l’ha visto?. Da anni svolge un lavoro d’inchiesta il cui obiettivo è raccontare i tanti misteri e le troppe ombre della nostra storia recente. Ha realizzato interviste a Salvatore Riina, Angelo Provenzano, Vincenzo Vinciguerra, Valerio Fioravanti, personaggi le cui testimonianze possono aiutarci a comprendere alcuni aspetti della storia italiana. Fra i suoi libri ricordiamo: Al di là di ogni ragionevole dubbio. Il racconto di Via Poma (Aliberti, 2011) e Intervista a Cosa Nostra (Anordest, 2013). Nel 2018 ha pubblicato La verità del Freddo (Chiarelettere), libro-intervista all’ultimo capo in vita della banda della Magliana, Maurizio Abbatino

La strage continua – di Raffaella Fanelli

Editore: Ponte delle Grazie

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