Appello bis, l’abbraccio (plateale) dei due ex “Re” del Mondo di Mezzo e lo sfogo del legale Diddi: “Condizionato dall’esposto contro di me”

di Beatrice Nencha

Se ci fosse un’immagine iconica della prima udienza, meramente “tecnica” (si entrerà nel vivo solo dal 3 novembre, con le richieste di patteggiamento), del nuovo processo in Corte di Appello agli imputati del “Mondo di Mezzo”, sarebbe la foto dell’abbraccio tra l’ex “Re di Roma” Massimo Carminati, ormai scagionato dall’accusa di mafiosità dalla Cassazione e ridimensionato alla qualifica di “delinquente abituale” che scaturiva dalla sentenza di primo grado, e l’ex “Re delle cooperative sociali” Salvatore Buzzi, anch’egli declassato a capo di un’associazione a delinquere semplice. Un abbraccio così plateale e caloroso da sfidare non solo le regole del distanziamento sociale ma da lasciar supporre che fosse ad uso e consumo della platea, composta in larga parte da avvocati e imputati (molto meno i giornalisti) che ieri mattina alle 10 si è radunata davanti alla sala Europa dell’edificio di piazzale Clodio. Come fossero i sopravvissuti a un naufragio. Quello del processo più spettacolare che la Città Eterna abbia mai celebrato: oltre 300 udienze celebrate in circa quattro anni, alla presenza di oltre un centinaio tra imputati (tra cui vari politici e un ex sindaco di Roma giudicato in un processo stralcio) e legali, con produzione di migliaia di atti derivanti in larga parte dalle intercettazioni.

Massimo e Salvatore, scarcerati a giugno per decorrenza dei termini di custodia cautelare, si sono ritrovati oggi, per la prima volta dal vivo, in mezzo ai 24 imputati nel nuovo processo di secondo grado, chiamato a rideterminare le pene, in relazione all’accusa di associazione a delinquere semplice. Un faccia a faccia che sarebbe da copertina, e che smentisce (non si sa se ad arte o casualmente) le voci di un loro dissidio in fase dibattimentale, a causa delle divergenti strategie difensive. Buzzi si presenta abbronzato, in giacca a quadretti blu, forse l’unico ad esibire nel vestiario una sorta di adeguatezza al contesto. Carminati spavaldo in jeans e camicia bianca. Entrambi protagonisti della scena e mai a disagio, scherzano tra di loro e con pochi altri, tra cui Roberto Calvio e Riccardo Brugia, nel lungo corridoio bianco antistante l’Aula, dove è impossibile non attirare l’attenzione di tutti. Tanto da farsi fotografare col cellulare di Buzzi da un altro coimputato, Claudio Bolla, sopraggiunto poco dopo. Anche se la foto li ritrae in ruoli ribaltati rispetto a quando, il 5 novembre 2015, prese il via nell’Aula bunker di Rebibbia, in un clima molto più teso, il maxi-dibattimento subito ribattezzato “Mafia capitale”. All’epoca, il Nero veniva considerato dalla Procura come il capo assoluto di un’associazione mafiosa “a bassa intensità” di violenza ma con potenti ramificazioni territoriali, estese da Roma alla Calabria. Tuttavia dal processo di Appello, che a differenza del primo grado ha confermato l’associazione mafiosa, Carminati ha beneficiato di un significativo sconto di pena: 14 anni e sei mesi. E oggi è Buzzi ad avere sulle spalle la condanna più dura: 18 anni e 4 mesi. Nonostante per entrambi sia caduta in Cassazione, il 22 ottobre 2019, l’imputazione di 416 bis insieme all’aggravante mafiosa.

Al di là degli abbracci, più fraterni che camerateschi, ad accendere questa prima udienza meramente tecnica è stata una dichiarazione rivolta alla Corte e ai suoi colleghi dallo storico avvocato di Buzzi, Alessandro Diddi, che ha preso la parola in aula per denunciare, da parte dell’allora Collegio di Appello, il suo deferimento al Consiglio disciplinare dell’Ordine degli Avvocati per alcune dichiarazioni rese, nel corso di quel dibattimento e all’indomani della pronuncia della Cassazione, in favore di Carminati. “Presidente, di me posso spendere un lungo elenco di difetti ma quello che è accaduto in questo lungo lasso di tempo, non riesco a razionalizzarlo. Il 3 agosto ho ricevuto dal mio Consiglio dell’Ordine la segnalazione, da parte del presidente facente funzione della Corte di Appello di Roma, con la quale mi si denuncia per “espressioni sconvenienti” che ho pronunciato durante la mia arringa nel processo Mondo di Mezzo, perché di Mafia Capitale non ne voglio più sentir parlare. Così ho chiesto di conoscere l’iter che ha determinato questa mozione nei miei confronti. Mi sono riletto le 480 pagine della mia arringa, in cui ho chiesto più volte scusa perché nel corso della mia discussione ho effettivamente trasceso. Alla fine ho scoperto che l’atto sarebbe stato avviato dai magistrati del collegio della III Sezione, quella presieduta da Claudio Tortora, che hanno deciso il processo di Appello. Quindi a due anni di distanza dal fatto, e dopo aver letto la sentenza della Cassazione che ha scritto che la loro sentenza era gravemente censurabile con riferimento al 416 bis, quel collegio ha trovato nella lettura della sentenza elementi a mio carico”. Nel silenzio generale, il legale di Buzzi ha poi aggiunto : “Ho riletto quel verbale e le mie parole, giudicate “sconvenienti e offensive”, nascono dal fatto che la mia difesa era impostata a combattere quella sentenza della V sezione della Corte di Cassazione, la quale, come è stato riconosciuto dagli ermellini, era fondata sulla distorsione dei fatti processuali. Uno in particolare, sul quale ho espresso “parole sconvenienti”. In quella sentenza venne scritto che Carminati e il clan Mancuso erano da anni in associazione mafiosa. Una circostanza che, se fosse riscontrata, consentirebbe di riscrivere le pagine della storia di questo Paese. Questo è un autentico falso storico ed è la prova che quella sentenza si è basata sulla distorsione dei fatti processuali. La Corte di Cassazione ha dato atto che quella, come altre circostanze, non sono risultate confermate dall’istruttoria dibattimentale. Per aver sostenuto questa linea difensiva, poi accolta dalla Suprema Corte, devo intraprendere un procedimento disciplinare. Questo è il disagio che sto provando, e che si rispecchia nella mia incapacità di essere sereno, in questo segmento processuale che non è il meno importante, perché determinerà se per i nostri assistiti si apriranno le porte del carcere. Questa iniziativa si è voluta fare poco prima della fissazione di questa udienza. E non riesco ad allontanare da me l’idea che questa sia stata un’iniziativa fatta contro di me, proprio perché bisognava iniziare l’ultimo segmento di questo procedimento. Come la chiamereste voi: una forma di condizionamento? Non uso la parola che ho usato con me stesso quando ho letto il provvedimento. Però adesso sono profondamente condizionato e per questo la mia richiesta, oggi, è per un rinvio del processo a dopo la decisione che sarà espressa da parte del mio Consiglio dell’Ordine”. Rinvio non condiviso da uno dei legali del Cecato, l’avvocato Cesare Placanica, che ha espresso al collega la solidarietà degli avvocati delle Camere penali, e che è stato respinto anche dal presidente del nuovo collegio, nonostante la sua dichiarazione di stima personale verso l’avvocato Diddi e la sua forte assicurazione: “Non farò sconti a nessuno e vi assicuro che non mi lascerò condizionare da nulla, siano inchieste stampa o plastici di Bruno Vespa”. Appuntamento al 3 novembre per la prossima udienza che si occuperà anche della valutazione delle numerose richieste di patteggiamento già annunciate. Le prime due (per le posizioni di Carlo Guarany e di Calvio, ndr) sono già state accolte, come annunnciato oggi, dalla Procura generale. Si prevedono già una decina di richieste almeno, tra cui quella per le posizioni degli imputati Carlo Pucci, Claudio Caldarelli, Alessandra Garrone, Paolo Di Ninno, Emanuela Bugitti, Lacopo, Brugia. La posizione più delicata, in materia di concordati, resta quella relativa proprio a Carminati per il permanere nei suoi confronti della definizione di “delinquente abituale”, non rimossa dalla Cassazione.

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