Truffa, ipocrisia, delazione, ricerca della parola più odiosa, dell’oltraggio, dell’umiliazione del sospetto: costante di tutte le campagne moralizzatrici

di Giustiniano Bono ( l’architetto di Begrass)

All’Architetto di Begrass, ormai onusto d’anni, capita, talvolta, d’indulgere alla nostalgia. Eccolo, allora, per alleviare le sofferenze che gli infligge impietosa la canicola ferragostana, immergersi nella lettura del terzo volume di Io e l’architettura di Frank Lloyd Wright (Mondadori, 1955), ripescato nella sua disordinatissima biblioteca. Non si è trattato, badate bene, di una rilettura casuale, visto che cade proprio in questi giorni l’anniversario di quello che rappresenta il momento non iniziale ma certamente topico della politica repressiva che, nella seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso, portò in Unione sovietica alla definitiva liquidazione degli organismi della democrazia rivoluzionaria, soviet e partito bolscevico, dunque del potere dei lavoratori. Il cosiddetto processo “dei sedici”, iniziò il 19 agosto 1936: con i dirigenti storici Lev Borisovič Kamenev e Grigorij Evseevič Zinov’ev, tutti ammisero di aver formato un “centro” per affondare l’economia e assassinare Stalin; condannati a morte, vennero uccisi il 25 dello stesso mese.

L’illustre collega, nel volume citato, scrive, infatti, diffusamente del suo soggiorno a Mosca nel 1937. L’anno dei processi, delle fucilazioni, dei colpi alla nuca, dei vecchi bolscevichi che ammettevano d’essere stati al servizio del Mikado, di Hitler, di Mussolini, dei Rothschild e dell’intelligence inglese e che invocavano la pena di morte, pur dichiarando di essere bolscevichi. L’anno del Grande Terrore, gestito dal Torquemada stalinista Andrej Januar’evič Vyšinskij.

E queste cose Frank Lloyd Wright non poteva non saperle.

Il 1937 fu l’anno del giubileo di Aleksandr Sergeevič Puškin, delle avventure degli aviatori e degli esploratori polari sovietici, delle parate sportive e delle fucilazioni sulla Piazza Rossa, delle manifestazioni di massa a favore della pena di morte per “la feccia trochijsta”. Oltre che l’anno del primo congresso panrusso degli architetti sovietici al quale l’americano Wright partecipò come ospite d’onore, ma a cui non fu neppure invitato Le Corbusier, sebbene questi avesse partecipato, magari perdendo, al concorso internazionale per il Palazzo dei Soviet e realizzato a Mosca il Centrosojuz, proprio in quel 1937. Un mancato invito niente affatto casuale: Corbu aveva insegnato alla scuola del Vchutemas, nata nel 1919 nella facoltà di architettura di Mosca con gli stessi indirizzi d’insegnamento del Bauhaus di Dessau aventi le stessa finalità, ossia l’architettura moderna e l’incontro tra industria e architettura. La scuola di Rodčenko, Tatlin, Vesnin, Stepanova, El Lissitzky, Favorskij, Melnikov era stata chiusa nel 1930 perché non in linea con l’architettura sovietica imposta dal Soviet Supremo: famosa la frase di Stalin “Anche i lavoratori hanno diritto alle colonne”. E i suoi docenti erano stati emarginati e perseguitati; qualcuno finito in Siberia e qualche altro chiuso in manicomio. Wright naturalmente li ignora: nel suo discorso al congresso, riportato alle pp. 827 e seguenti, che inizia con un appassionato “Miei cari compagni”, non cita il Vchutemas e nessuno dei grandi architetti che avevano dato vita al Costruttivismo e realizzato a Mosca alcuni edifici di grande valore. Cita, invece, Alabyan, Collè, Yofan, Nikolshij, Ciusef, oscuri architetti ignorati da tutte le storie dell’architettura moderna: costoro sono quelli che hanno riempito Mosca e le altre città dell’URSS degli orrori dell’architettura sovietica, che, sia pure con qualche riserva, Wright sembra apprezzare. Scrivendo “Io sono un agricoltore e un architetto” arriva addirittura a omologare i kholkos, tanto odiati dai contadini russi, con la comunità di Taliesin. E a p. 836 Wright verga una frase stupefacente: “Se il compagno Stalin, come affermano gli sconcertati osservatori dall’estero, sta tradendo la rivoluzione allora, alla luce di quanto ho veduto a Mosca, affermo che la tradisce nell’interesse del popolo russo”.

Nemmeno Togliatti arrivò mai a tanto!

In occasione dell’ottuagenario dei tremendi fatti che sconvolsero l’Unione sovietica nel triennio 1936-1939, non è mancato, e questo è ancor più sconvolgente, chi ha ribadito che le repressioni staliniane erano giustificate dalla “durezza dei tempi” e dall’accerchiamento dell’imperialismo; dunque, che i processi di Mosca furono giusti, salvo il fatto che Nikolaj Ivanovič Ežov, nel 1937 aveva esagerato, in quanto trochijsta e spia; per fortuna, Stalin l’aveva rimpiazzato con Lavrentij Pavlovič Berija, poi infamato dopo la morte di Stalin da Kruscov. Insomma, prima e dopo Ežov e la sua infelice parentesi, “terribile periodo”, il socialismo avrebbe regnato evidentemente indisturbato, a parte naturalmente i “complotti dei trochijsti”.

Non una sola parola di verità in questa incredibile dissertazione, ma un tentativo temerario: attribuire ai trochijsti persino i crimini di cui furono vittime, con una cinica offesa non solo alla storia, ma addirittura alla logica. Basta porsi alcune domande elementari per vedere crollare il castello di queste menzogne: se Ežov era trochijsta e spia, per quale ragione avrebbe sterminato prima di tutto i trochijsti, in URSS e nel mondo, incluso Sedov, figlio di Trochij? Stalin aveva nominato… un trochijsta a capo della polizia politica? Un esule perseguitato e senza potere poteva addirittura reclutare il capo della Polizia politica di Stalin? Il capo della polizia politica, nel 1937 si badi, era in grado di pianificare 750.000 esecuzioni all’insaputa di Stalin o addirittura contro la sua volontà? In ogni caso, è sufficiente ricordare il senso delle accuse nei processi moscoviti per coglierne la totale assurdità e l’infamia. Il fatto che nei processi l’accusa fosse sostenuta da Andrej Januar’evič Vyšinskij, menscevico e controrivoluzionario dichiarato nel 1917, rende il tutto ancora più grottesco. Non solo. Se quelle accuse avessero un fondamento, si dovrebbe trarne l’unica possibile conclusione logica: la rivoluzione d’Ottobre fu voluta e diretta da potenze straniere attraverso i loro agenti prezzolati. La stessa accusa, insomma, rivolta contro Lenin e i bolscevichi, “agenti dei tedeschi”, sin dalle giornate del luglio 1917, e ancor più dopo l’Ottobre.  Ed è una solenne idiozia giustificare la repressione con la “durezza dei tempi” e “l’accerchiamento delle forze imperialiste”: la condanna a morte di centinaia di migliaia di comunisti innocenti è, in sé, un crimine orrendo contro la rivoluzione, e non a sua difesa. Oltre tutto, tra il 1918 e il 1921 l’URSS di Lenin e di Trochij non visse forse tempi ancora più duri, aggredita da ben quattordici armate straniere, dopo gli anni della Grande guerra e in un dissesto economico pauroso? Eppure erano gli anni in cui il bolscevismo dibatteva liberamente, teneva liberi congressi ogni anno, con piattaforma di maggioranza e minoranze, e così facevano l’Internazionale Comunista e i suoi partiti. Infine, mentre Stalin e i suoi boia sterminavano la vecchia guardia bolscevica accusandola di essere agente dell’imperialismo, i governi e la stampa imperialista applaudivano i processi di Mosca e coprivano le calunnie di Stalin: storici, giuristi, diplomatici occidentali assicuravano all’opinione pubblica europea che i processi si erano tenuti nel rispetto della legalità; se l’ambasciatore americano Joseph Davies informava il proprio governo che “le prove a sostegno del verdetto di colpevolezza vanno oltre ogni ragionevole dubbio”, il grosso della socialdemocrazia internazionale seguiva a ruota; il democratico imperialismo inglese negava l’editore alla Fattoria degli animali di George Orwell, per salvaguardare i buoni rapporti con Stalin; il grande scrittore George Bernard Shaw sentiva il bisogno di rassicurare il mondo sul “buon carattere” di Stalin; larga parte della stampa borghese francese riconosceva ai processi di Mosca la patente di processi antifascisti; e questo mentre a Trochij s’impediva di fare causa ai quotidiani europei che pubblicarono le calunnie enunciate da Vyšinskij nei processi. Insomma, tutte le potenze capitaliste, per ragioni diverse, trovarono un proprio interesse nello sterminio dei comunisti per mano di Stalin.

Per tornare da dove siamo partiti, molto lontano da quello del Maestro statunitense dell’Architettura organica è il punto di vista di Michail Afanas’evič Bulgakov sulla Mosca del 1937, sede di processi politici manovrati, dietro le quinte, dall’Nkvd, precursore del Kgb, nei quali con metodo top-down si decidono le vittime da fucilare; e, al tempo stesso, città in cui si vive in uno stato di esaltazione, tra architetture oniriche, piazze e viali metafisici, futurismo monumentale;  istantanea di un punto nello spazio e nel tempo dove l’idea di essere a un passo dal più radioso dei paradisi terrestri ha coinciso per milioni di persone con la paura di essere svegliati all’alba dalla polizia ed eliminati entro poche ore senza nemmeno sapere il perché.

Per capire a fondo cosa fosse la Mosca in quell’annus horribilis, basterà leggere in controluce alcune pagine de Il Maestro e Margherita (Einaudi, 1967; Mondadori, 1991), scritte proprio nel 1937. Vi trovano posto, innanzitutto, pressoché tutti i luoghi che fungono da palcoscenico per il dramma di Mosca in quel periodo: la città gloriosa e l’orrore delle abitazioni collettive; i luoghi pubblici e il loro vociare isterico; l’ambientazione dei processi farsa; il luogo delle esecuzioni; ma anche i rifugi in cui le persone cercavano un po’ di felicità. Ma anche il caos estremo, il dissolversi di qualsiasi distinzione netta, le onde d’urto create dall’irruzione di forze ignote e innominate nella vita della gente comune, la paura e la disperazione; la morte distribuita con disinvoltura, morbosità e piacere. Quanto a coloro che rimangono vivi, non soltanto non lasciano sperare in alcun ravvedimento, ma non ce n’è uno, non uno in tutta quanta la Mosca bulgakoviana, con il quale ci si fermerebbe a scambiare due chiacchiere: tutta gente spregevole, meschina, feroce.

Poffarbacco, ma non è quest’ultima un’impressionante similitudine tra il nostro traballante, ma per fortuna ancora ampio stato di diritto e il regime sanguinario stalinista? E non la sola, purtroppo!

harakteristika-azazelloImprovvisa un’illuminazione rischiara la mente dell’Architetto di Begrass, mentre gli rimbombano nella memoria le garbatissime esortazioni che il procuratore Andrej Januar’evič Vyšinskij rivolse ai giudici del “processo dei sedici”: “Uccidete questi cani rabbiosi. Morte a questa banda che nasconde al popolo i suoi denti feroci, i suoi artigli d’aquila! Abbasso questi animali immondi! Mettiamo fine per sempre a questi ibridi miserabili di volpi e porci, a questi cadaveri puzzolenti!”. Sono gli stessi toni della campagna moralizzatrice in atto nel nostro Paese a impressionarlo e a ricordargli la Russia degli anni Trenta. La ricerca della parola più odiosa, dell’oltraggio, dell’umiliazione del sospetto; l’idea che solo trovando una filiera di colpevoli infami, non ha importanza colpevoli di cosa, si possa garantire la propria onestà e la stabilità di un potere molto fragile.

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