Editoriale/ Uomini-ratto o deratizzatori pavidi

di Giustiniano Bono

Dies irae: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Luca XXI, 6).

È così evidente, da non sfuggire neppure a un Architetto di Begrass, che la credibilità della magistratura non soltanto appare, ma, purtroppo, è in caduta libera. E non soltanto per il marciume, più che fatto emergere, semplicemente certificato dal troyan, funzionante misteriosamente a intermittenza, inoculato nel cellulare del dottor Luca Palamara, sino a un anno fa imprescindibile punto di riferimento di tutti i magistrati rampanti impegnati allo spasimo nelle più invereconde partite di potere per l’accaparramento, spesso in barba al merito e anche alla decenza, delle poltrone dirigenziali nella geografia giudiziaria nazionale, oggi, invece, ingenerosamente additato, magari da quegli stessi petulanti e irriconoscenti clientes, come causa unica di tutti i mali che travagliano il Terzo Potere. Ma anche, e forse soprattutto, almeno per chi abbia a cuore la civiltà del diritto, dalla inarrestabile e intollerabile deriva inquisitoria del processo penale, sempre più luogo di frode, se non addirittura di violenza, naturalmente entrambi sante.

Regna un’efferata delinquenza e la giustizia penale, impotente, ottusa, corrotta, ogni tanto inscena riti guignoleschi; i funzionari dell’accusa, impegnati in partite capitali dove soltanto occasionalmente può dirsi sia in gioco l’accertamento della verità, filano tele quasi sempre intese esclusivamente alla condanna; e, convinti che ogni altro esito li umilierebbe nell’onore professionale, ritengono di tradire la propria missione se non usassero qualche sordido espediente. E questo, a prescindere dal fatto che l’opinione pubblica è invelenita, su un versante, dal calcolo politico e, sull’altro, dagli umori corporativi.

Imbarazzante l’entusiastica, acritica accoglienza riservata alle reiterate e compulsive esternazioni di raffinata rozzezza, di un eminente esponente della nuova aristocrazia togata, prodotta dal sistema Palamara, secondo la fredda chirurgia del relativo manuale spartitorio. Esternazioni che, diciamocelo francamente, avrebbero fatto inorridire financo Vincenzo Manzini, fabbro dalla mano pesante del codice di procedura penale del 1930, le quali oggi catalizzano, invece, il consenso complice di moralisti insediati nell’organo di autogoverno, alieni a grammatica e sintassi oltre che sordi ai canoni della logica; di colleghi viscidi, servili e vigliacchissimi, vagamente educati al diritto, se educati, forti con i deboli ma sempre pronti a chinare il capo e a correre in soccorso del presunto “vincitore”; di politicanti truffaldini, accolita di gente mediocre e miserabile che splende per ridicola incompetenza, la cui scelta, se non al capriccio è dovuta all’omertà, alla mancia data al delitto; di gerarchie poliziesche infellonite, che tanto ricordano le “società corali” descritte da Piero Calamandrei, i cui membri, in occasione delle autocelebrazioni del conducator di turno, gli si assiepano intorno ad arculas come “lugubri bandisti da funerale”. Subturpicula del tipo: “il nostro compito”, inteso come compito delle procure della Repubblica, “è quello di derattizzare, non con il colpo di spillo ma con la scimitarra, che è un’arma diversa dal fioretto, perché solo la scimitarra si capisce; il colpo di spillo non si sente perché ci si è assuefatti, a furia di reiterare i comportamenti di faccendieri, di ingordi che non si saziano di nulla”; situazione che “noi … stiamo cambiando e la cambieremo, alla grande, abbiamo la cartucciera piena” avendo “la possibilità e l’onore di dirigere pezzi della migliore polizia giudiziaria italiana”; ovvero,  del tipo, “I centri di potere si sono accorti in ritardo, ma ormai il gioco è fatto: i centri di potere non mi hanno preso sul serio … e li ho fregati. Oggi è tardi, oggi la macchina non si ferma più, nessun centro di potere massonico, ’ndranghetistico, massonico e ’ndranghetistico messi insieme, la può fermare. Siamo una macchina da guerra. Quindi invito faccendieri e gente borderline a stare chiusi in casa la sera, e invito a non frequentare ’ndranghetisti e massoni deviati perché non conviene, non è la stagione per l’illegalità, non c’è spazio”. O, ancora, mentre gli impianti accusatori delle ecatombali “operazioni” contro fantomatici “sistemi masso-mafiosi”, seconde solo, quanto a spiegamento di forze sul campo, allo sbarco in Normandia, vengono irrimediabilmente demoliti sotto i colpi dell’impietoso maglio della Cassazione: “Finché indaghi su nomi e cognomi noti della ’ndrangheta tutti ti dicono che sei bravo, che hai coraggio. Ma se vai a toccare i centri di potere oliati che si interfacciano con la ’ndrangheta e la massoneria deviata allora diventi scomodo. E cominci a dare fastidio”. Ovviamente, questo eroe soi disant ben si guarda dal precisare a cosa e a chi si riferisce quando parla di “centri di potere oliati”; né fa nomi e cognomi di chi “ostacola” il suo lavoro; neppure indica in quali zone grigie delle istituzioni si nascondano quelli a cui le sue inchieste danno fastidio. E, quel che forse è peggio, nessuno gli pone queste domande, appagandosi, piuttosto, di amplificare il roboante grido di dolore, ammissione, non si sa quanto voluta, della vacuità delle proprie mirabolanti inchieste e collaudato topos lamentoso della pubblicità ingannevole che le accompagna.

Rat-catchers-1900s-smallAgghiacciante è, d’altro canto, il consenso mediatico di cui godono simili energumeni. Essi possono dichiarare che gli oltre mille innocenti certificati che ogni anno finiscono in prigione sono una cifra «fisiologica». Che le vite distrutte e gli indennizzi milionari che lo Stato deve elargire alle vittime della malagiustizia sono il prezzo da pagare se si vogliono avere dei giudici in grado di contrastare la dilagante «impunità di chi comanda»; tradotto: meglio un innocente in galera che un presunto colpevole in libertà. Che, in Italia, “non c’è alcun giustizialismo, ma solo l’applicazione rigorosa delle sentenze”, dando mostra così di ignorare che la somministrazione della pena in virtù di una sentenza di condanna, atto terminativo del processo, non potrà mai dare luogo a indennizzo per ingiusta detenzione, diversamente dall’errore che inficia, invece, l’atto genetico della privazione della libertà personale, come il provvedimento di fermo o l’ordinanza di custodia cautelare, che non sono “sentenze”, anche se qualcuno lo voglia far credere o lo desideri ardentemente. Che le “critiche” alle loro inchieste, provenienti magari da diversi esponenti della magistratura, sarebbero la dimostrazione del loro aver ragione e del loro lavorare bene, per il principio “tanti nemici, tanto onore”. E nessuno fiata.

Quando poi le “critiche” provengono dalla Corte di cassazione, che annullando “senza rinvio” le ordinanze cautelari alla base delle “catture” di massa, sottolinea l’evanescenza dei relativi “impianti accusatori”, pronto è il ricorso agli avvertimenti ingiuriosi veicolanti neppure troppo velate minacce, del tipo: sono le “mele marce” che tentano di ostacolare il loro “lavoro”.

Per nulla colpiti da queste esternazioni che tradiscono mancanza di lucidità argomentativa e pesanti deficienze teoriche, paludati maître-à-penser del giornalismo nazionale commuovono per come scodinzolano estasiati e guaiscono solidali di fronte al dilettantismo parolaio, querimonioso, incolto, traffichino, ammiccante, ingordo, intellettualmente opaco. Ma si sa, alle botteghe, anche a quelle istituzionali, giovano gli affari confusi e la teoria esige un lavoro faticoso illuminato da qualche talento, perciò una pratica ingaglioffita la vomita.

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