Una querela, la “guerra di Calabria” e il paradigma della giustizia in Italia

di Alessandro Ambrosini

Ci sono storie che sfuggono, molte volte, alla grande stampa. Storie che danno l’esatto metro di valutazione dello stato di salute del nostro Paese. Mentre prosegue, senza troppi clamori mediatici, il processo al “sistema Palamara”, la giustizia italiana si sta misurando su un terreno di “guerra” tra i più complessi e oscuri: la Calabria. In questa regione, presieduta in pianta stabile dalla ‘ndrangheta, una piovra più insidiosa, viscida e subdola sta cercando di imbalsamare la giustizia con bende sempre più strette. Se il “sistema” Palamara è stato concepito per “mettere al posto giusto” i magistrati di corrente, gli “yesman” togati o gli amici degli amici, il sistema “del Leviatano” (mostro biblico che rappresenta un potere malvagio) serve a raggiungere scopi ben più profondi e pericolosi per la democrazia italiana. Lo fa nell’ombra. Nei processi meno pubblicizzati, nelle modalità più oscure, con il supporto di servitori dello Stato che hanno lasciato, da tempo, la via del loro giuramento e si sono messi a disposizione di un deep state che alcune volte va a braccetto anche con la grande criminalità organizzata. Quella con lauree e status imprenditoriali di rilievo, per intenderci. Quelle che, se inizi a indagare su di loro, rischi di essere trascinato in una macchina di fango e diffamazioni di ogni genere.

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Eugenio Facciolla

Questo prologo era necessario per scrivere di una querela che è stata presentata al Procuratore di Cosenza dal dottor Eugenio Facciolla, ex Procuratore della Repubblica di Castrovillari, in virtù di una presunta diffamazione a mezzo stampa nei confronti del Fatto di Calabria, del suo direttore e del giornalista che ha redatto un articolo particolarmente “preciso”, quasi “tecnico”. Ma con fatti disgiunti nel tempo e nell’oggetto stesso dell’argomento. Il tutto per indirizzare il lettore a prendere una posizione, senza dare realmente contezza dei fatti.

Ci sono due tipi di giornalismo: quello fatto per servire la comunità e quello fatto per servire ciò che si definisce “potere”.  L’abbiamo visto più volte nella storia d’Italia, soprattutto quando era necessario creare una sorta di depistaggio per coprire la realtà dei fatti. In questa “guerra di Calabria”, dove “il sistema del Leviatano” è una morsa che stritola, la verità non è plasmata dai fatti ma dall’opinione e dalla costruzione della notizia che è editata sui giornali locali. Quasi tutta l’informazione in Calabria, come in altre parti d’Italia, è direttamente sotto il controllo di piovre locali o meno, che rispondono a interessi specifici. Volete distruggere un nemico troppo scomodo? Unite la carta stampata, dei rappresentanti delle forze dell’ordine poco limpidi, servizi segreti, dei magistrati che rispondono prima a determinati giochi di potere che alla giustizia, e il gioco è fatto. E’ ciò che sta succedendo da anni in Calabria, in quella terra bellissima e dannata, per volere di uomini che non hanno certo a cuore legalità e senso del dovere.

La storia di Eugenio Facciolla è quella di un magistrato giovane e bravo che, per meriti sul campo, si era guadagnato la Procura di Castrovillari a suon d’inchieste andate tutte a buon fine. Nessuna costruzione di show mirabolanti, con centinaia di arresti inutili. Solo professionalità e precisione nelle accuse. Solo ciò che serve alla magistratura italiana per essere credibile: risultati certi e inattaccabili. E’ su questa scia che il magistrato cosentino iniziò un’inchiesta che doveva togliere il velo a una serie di rapporti tra personaggi legati all’imprenditoria e alla politica calabrese. Rapporti che toccavano uomini legati all’ala renziana del Pd a imprenditori fin troppo chiacchierati: i Greco di Cariati. Da quel momento, la vita professionale del Procuratore Eugenio Facciolla, ebbe una svolta drammatica. La macchina “del Leviatano” iniziò a stritolare mese dopo mese il Procuratore cosentino con inchieste sul suo operato professionale. Inchieste che servirono solo per appuntare sulla sua persona medaglie infamanti, con accuse gravi e diffamanti.

Molte volte, questo genere di operazioni, non sono fatte per portare a una condanna. Sono fatte per lasciare, per anni, un marchio. Qualcosa che impedisca alla vittima di quest’ordito, di continuare a svolgere il suo lavoro.  E l’evidenza di questo fatto, emerge chiaramente nelle indagini svolte sulla sua persona. Accuse basate su prove inesistenti, a volte su tabulati “scomparsi”, su rapporti economici limpidi, provati e comprovati, ma presentati come fonte di corruzione. Non è un mistero che la macchina giudiziaria italiana è farraginosa, lunga e facilmente manipolabile dall’interno ( e quindi perfetta per fini diffamatori ). Probabilmente da quello stesso “clan” di personaggi che hanno costruito a tavolino una delle tante pagine oscure di questa “guerra calabra”.

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Saverio Greco di Cariati

A fare da megafono a questa “architettura del male”, i giornali locali. Alcuni direttamente o indirettamente sorretti dalla famiglia Greco di Cariati. Un “gruppo” imprenditoriale che è emerso più per il fallimento milionario  della ditta Novelli di Terni, che altro. E’ nella storia del giornale querelato, “il Fatto di Calabria”, l’evidenza di certi rapporti. Questo giornale nacque dalle ceneri della “Provincia di Cosenza”, dove l’editore era il gruppo della famiglia Greco e il direttore tale Domenico Martelli, in carica oggi con lo stesso ruolo. Martelli che da tutti, a Cosenza, è considerato l’addetto stampa del gruppo imprenditoriale. E’ sotto la sua responsabilità, l’articolo querelato dal procuratore Eugenio Facciolla. Un “pezzo” poco giornalistico e molto tecnico. Troppo tecnico per non essere una velina, fatta scivolare da qualche mano amica, direttamente  da qualche Procura calabrese o salernitana (Salerno è la procura che si occupa delle indagini su tutti i magistrati calabresi). Atti che dovrebbero essere coperti da segreto d’ufficio e non fatti recapitare alla stampa. Atti che nascono distorti per indagini fatte da personaggi, come abbiamo già detto ma che vedremo in seguito, che di limpido hanno ben poco.

E’ una “guerra” senza esclusione di colpi, quella che sta avvenendo in Calabria. Tra chi, senza interessi, cerca legalità e giustizia e chi, senza ritegno, gioca a mantenere o aumentare il proprio potere a livello nazionale. Perché, anche se può sembrare un fatto “calabrese”, questa “guerra” non ha confini. Parte dalla punta d’Italia ma arriva alla Capitale e sale. Chi cerca di interrompere questo flusso mefistofelico, deve morire. Solo professionalmente, si spera. Deve “morire” Facciolla, che ha indagato dove non doveva indagare. Deve “morire” Lupacchini, che ha esposto delle anomalie procedurali e di forma nell’operato di un sistema. Un sistema “Leviatano”, che scopriremo giorno per giorno.

Un pensiero riguardo “Una querela, la “guerra di Calabria” e il paradigma della giustizia in Italia

  1. Il Dott. Facciolla doveva essere messo in condizioni di non nuocere, e così è stato. Quello che sconvolge è che Gratteri sia caduto anch’egli nella rete.

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