Quarant’anni di mala romana sotto il segno del clan Senese

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La macchina di Vincenzo Casillo dopo l’esplosione

Se esistesse una bilancia per pesare la consistenza criminale di un clan a Roma, quello dei Senese, sarebbe senza dubbio il più rilevante. Chi si ferma alla provenienza della famiglia di Michele ‘o pazzo, il boss del clan, non ha capito e osservato attentamente la storia criminale di Roma negli ultimi decenni.

Nato rapinatore, Michele Senese, alla fine degli anni Settanta, decise fosse arrivato il momento del grande salto: sono gli anni della guerra tra la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la Nuova famiglia di Carmine Alfieri. Nel 1982, era già il “delfino” di Angelo Moccia e capozona di Afragola. Si diceva fosse anche il pupillo di Carmine Alfieri, e che proprio il capo dei capi della camorra avesse deciso di inviarlo a Roma: serviva un referente del clan nella Capitale, e poi c’era da cercare Vincenzo Casillo. Costui, braccio destro di Raffaele Cutolo, sospettato di legami con i servizi segreti e di un coinvolgimento nell’omicidio di Roberto Calvi, fu fatto saltare in aria da un’autobomba proprio a Roma, il 29 gennaio 1983.

++ ARRESTATO ENRICO NICOLETTI, EX BOSS BANDA MAGLIANA ++
Enrico Nicoletti

Inutile dire che Michele Senese si era ritagliato, intanto, spazi sempre maggiori di autonomia. E così, mentre intrecciava nuove alleanze in nome dei suoi padrini, si muoveva per conto proprio, giocando su più tavoli. Fino a scegliere il settore della droga: cocaina e hashish gli arrivavano dalla Spagna, prima attraverso il clan di Torre Annunziata capeggiato da Pasquale Gallo, con il quale siglò un accordo tra il 1987 e il 1990, poi tramite gli Abate di San Giorgio a Cremano, con i quali si alleò tra il 1991 e il 1992 per importare anche eroina dalla Turchia. A metà degli anni ’90, il clan Senese è ormai al centro delle dinamiche criminali capitoline, e costituisce un punto di riferimento imprescindibile: gestisce sempre meno gli affari per conto dei clan napoletani e tesse sempre più accordi “personali” con esponenti della banda della Magliana come Enrico Nicoletti e, soprattutto, Massimo Carminati.

In quegli anni, peraltro, come scriverà nel 2008 il pubblico ministero Lucia Lotti, “non c’è un grammo di stupefacente a Roma che non passi per la cosca di Michele Senese”. La droga dei napoletani, nella Capitale, si vende dappertutto: Cinecittà, Tuscolano, Laurentino, Primavalle, Ostia, Torvajanica, Fiumicino, Ciampino. È il business della Nuova camorra romana, che il 18 dicembre 2011 viene colpita da sette condanne emesse dalla Corte d’Appello di Roma per narcotraffico, ma dall’accusa di associazione mafiosa l’imputato viene assolto.

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Michele Senese (primo da sx) con alcuni uomini del clan

Prove di un clan capeggiato da Michele Senese non ce ne sono, ma ciò nonostante a Roma lo chiamano “boss”. In ogni caso, quando venne arrestato, nel 2009, un dossier di 1.500 pagine raccontava la storia criminale di un personaggio dall’elevatissima capacità criminale, capace, peraltro, per la sua “autorevolezza”, di mettere d’accordo tutti, in una Roma devastata dalla violenza sanguinaria di una “guerra” tra consorterie delinquentesche, in lotta fra loro per il controllo del territorio e dei traffici criminali.

Siamo alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. La Banda della Magliana, dopo aver concluso la sua parabola, ha lasciato un “vuoto di potere”. Controllo delle attività sul litorale di Roma, traffico di droga e armi, estorsione, usura ed altre attività illecite cercavano dei padroni. Gli inquirenti non hanno dubbi. L’ordinanza firmata dal gip Simonetta D’Alessandro e le indagini dell’operazione “Alba Nuova”, sostenute dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, hanno delineato il contesto in cui operavano le “nuove” famiglie.

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Vincenzo Triassi

In quel contesto si sono affermati sul territorio di Ostia i Cuntrera-Triassi siciliani di Siculiana (Agrigento) e la famiglia Fasciani, proveniente da Capistrello (Aquila). L’indagine sulla presenza della Banda della Magliana a Ostia aveva condotto a emersione che, quel sodalizio delinquenziale, controllava la maggior parte della spiaggia libera di Ostia Ponente e che aveva sia la gestione diretta dei chioschi, delle concessioni dal Comune di Roma, dei parcheggi antistanti la spiaggia e la gestione di quelli ubicati all’interno del nuovo Porto Turistico.

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Vito Triassi all’inaugurazione del bagno in cui gestiva un chiosco

Così già dai primissimi accertamenti risultavano alcuni dati storici, oggettivi, concernenti le compagini criminali operanti nel territorio di indagine. L’ordinanza del Gip D’Alessandro va oltre e spiega tutti i legami parentali. I fratelli Vincenzo e Vito Triassi, originari di Siculiana ma da tempo residenti ad Ostia, sono rispettivamente coniugati con Felicia e Nunziata Caldarella, figlie di Santo Caldarella condannato per associazione mafiosa con Pasquale Cuntrera e Alfonso Caruana.

La famiglia Triassi, quindi, risultava già legata al clan mafioso dei “Cuntrera-Caruana” la cosca che tra gli anni ’80 e ’90 fu attivissima nel narcotraffico internazionale con il sud e il nord America e nel riciclaggio, tanto da guadagnarsi all’epoca l’appellativo di “Rothschild della Mafia” o “banchieri di Cosa Nostra”. I fratelli Triassi, nel 1998, furono anche coinvolti nel tentativo di fuga del boss Pasquale Cuntrera che, scarcerato per una questione formale, stava tentando di fuggire in Canada.

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Carmine Fasciani

Se da una parte i Triassi stavano mettendo le radici, dall’altra anche i Fasciani non stavano a guardare.

Sono quattro i fratelli di quella famiglia: NazzarenoVincenzoTerenzio e “don” Carmine. La lettura delle pregresse attività investigative rivela l’impostazione criminale della famiglia Fasciani, che figura strutturata in maniera tale da garantire i propri interessi e l’egemonia territoriale attraverso la fattiva azione dei familiari i quali, nel corso del tempo, sono stati sottoposti a indagini patrimoniali e sequestro di consistenti patrimoni. Nelle indagini che hanno portato all’arresto di Carmine, nel dicembre 2009, il traffico internazionale di stupefacenti era davvero ben organizzato tra gli altri anche un esponente di spicco della Banda della Marranella e tre mafiosi di una famiglia di Catania.

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Emidio Salomone

Oltre, infatti, alle famiglie Fasciani e Triassi, un ruolo di rilievo era, come noto alla Polizia Giudiziaria, fino a qualche tempo fa rivestito da alcuni epigoni della Banda della Magliana. Fondamentale fu infatti prima di loro, il ruolo dei defunti Paolo Frau, ex guardaspalle di Enrico “Renatino” De Pedis, ed Emidio Salomone, cresciuto all’ombra di Vittorio Carnovale.

Era un’organizzazione che, come ricordato dalla Squadra Mobile, vedeva nelle sue fila anche Giovanni “Bafficchio” Galleoni e Francesco “Sorcanera” Antonini, che secondo le indagini svolte sempre dalla Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di Roma furono assassinati da un uomo vicino alla famiglia Spada.

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Omicidio Baficchio- Sorcanera

Paolo “Paoletto” Frau venne assassinato il 18 ottobre del 2002, nei pressi della sua abitazione sita in via Francesco Grenet ad Ostia Lido. Mentre si apprestava a salire a bordo della sua auto, un killer con il volto coperto dal casco integrale, lo colpì con tre pallottole a bruciapelo prima di darsi alla fuga in moto. Il suo delitto è, ad oggi, ancora irrisolto.

Da lì partì l’operazione “Anco Marzio”. Una vasta operazione effettuata dalla Squadra Mobile romana: le indagini avevano permesso di individuare sul litorale, un sodalizio criminale dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti e soprattutto di gioco d’azzardo con il monopolio delle macchinette video poker.

In quella circostanza furono diciotto le persone a finire in manette. Il 4 giugno 2009 viene assassinato Emidio Salomone da due killer in moto che gli sparano due colpi di pistola al volto, davanti a una sala giochi di via Cesare Maccari ad Acilia, nella periferia di Roma. Il vuoto andava colmato.

Le indagini svolte, le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia e le significative intercettazioni ambientali effettuate presso l’abitazione di Vincenzo Triassi e presso l’ospedale in cui si trovava ricoverato Vito Triassi, a seguito dell’attentato del 20 settembre 2007, che aveva visto il suo ferimento in pieno giorno a colpi di arma da fuoco sulla pubblica via in Ostia, hanno fatto luce sull’esistenza di accordi tra i vertici delle consorterie operanti nel territorio di Ostia e in parte a Roma. A detta del collaboratore, inoltre, ad Ostia esisteva dal 2006 una “pax mafiosa”, rinegoziata in termini diversi dopo l’attentato del 2007 a Vito Triassi e che vedeva contraenti le famiglie TriassiFasciani e Senese. Il collaboratore Sebastiano Cassia riferì dell’esistenza di un patto finalizzato alla suddivisione concordata dei campi di interesse criminale sul territorio di Ostia allo scopo di evitare di attirare ulteriormente, con eventuali scontri, l’interesse delle forze dell’ordine. Una pace finita nel 2012.

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Casa di cura Sant’Alessandro

Come si è detto, con sentenza 18 dicembre 2011, la Corte d’Appello di Roma, ridimensionò  la pena inflitta a Michele Senese dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma, con sentenza in data 12 luglio 2010. Ciò nonostante, il magistrato OtelloLupacchini , che guidava l’accusa, non ritenne adeguata la misura degli arresti domiciliari, da eseguirsi presso la lussuosa casa di cura psichiatrica “S. Alessandro”, sita in Roma, via Nomentana 1362, applicata dalla stessa Corte d’Appello, in data 28 luglio 2011, a Michele Senese, in sostituzione della custodia cautelare in carcere, sulla scorta di documentazione clinica prodotta dalla difesa; né ritenne accettabile la conferma di tale sostituzione, operata con l’ulteriore ordinanza in data 12 agosto 2011 dalla stessa Corte, all’esito delle conclusioni della perizia commissionata al perito dottor Jecher sull’incompatibilità delle condizioni di salute dell’imputato con il regime carcerario.

Non si poteva, infatti, non tenere nella giusta considerazione che l’imputato era stato condannato, comunque, alla pena severa della reclusione, in 8 anni, per un episodio d’importazione da fornitori colombiani di un quantitativo di cocaina originariamente stimato in 18 kg, poi ridotto dal Giudice per l’udienza preliminare al quantitativo di 1,20 kg sequestrato: il fatto rivestiva profili di obiettiva gravità, oltre che per la rilevanza del dato ponderale dello stupefacente sequestrato, anche per aver concorso con più di tre persone alla realizzazione di esso e per la capacità organizzativa dimostrata da Michele Senese, nella circostanza, deducibile dai suoi collaudati rapporti con fornitori colombiani, da un lato, e con la rete di distribuzione italiana, pronta allo spaccio, dall’altro.

Neppure poteva trascurarsi il fatto che il curriculum criminale di Michele Senese era già particolarmente nutrito: imputato più d’una volta per fatti di sangue e per reati con finalità di lucro, tra i quali l’associazione per delinquere dedita al narcotraffico, egli era stato spesso prosciolto, ma per “vizio totale di mente”, formula implicante l’accertamento dell’autorità in capo al prosciolto, reiteratamente sottoposto, per altro, alla misura di sicurezza del ricovero in  Ospedale Psichiatrico Giudiziario, sul presupposto della sua riconosciuta pericolosità sociale, e anche alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

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Michele Senese

Doveva poi considerarsi che lo stesso prestigio di MicheleSenese nel coté delinquentesco e la posizione dominante da costui acquisita nel corso dello sviluppo della sua carriera criminale dipendevano dal disturbo di personalità diagnosticatogli, connotantesi per “condotta antisociale”, dunque per  incapacità  di conformarsi alle norme sociali per quanto attiene al comportamento legale, per disonestà e per indifferenza o  assenza di colpa: la sua “pazzia”, avevano notato i Periti, in quel coté, “è stata sempre considerata una prova di forza”. A questo si aggiungevano taluni altri fatti, sintomatici della renitenza di Michele Senese a rispettare gli obblighi impostigli: nel 2002/2003, mentre si trovava internato presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, Michele Senese, ammesso al regime di semilibertà, aveva reso impossibile all’Autorità competente il controllo sull’effettivo svolgimento di attività lavorativa, tanto che il Magistrato di Sorveglianza aveva disposto la sospensione provvisoria della misura alternativa in questione; approfittando, per altro, di una licenza oraria, non aveva fatto più rientro al citato Ospedale Psichiatrico Giudiziario, per come si conosceva dalle sommarie informazioni di Cristina Todaro, Assistente sociale presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario.

Di qui un duplice ordine di iniziative: innanzi tutto, Lupacchini impugnò le ordinanze de quibus agitur di fronte al Tribunale della libertà, che ripristinò la misura in carcere, ma il ricorso per cassazione avverso il relativo provvedimento, ne sospese l’efficacia; sempre Lupacchini, richiese, dunque, alla Corte d’Appello una nuova misura cautelare a carico dell’imputato, ottenendola.  Michele Senese tornò in carcere, il 16 febbraio 2012.

 

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Omicidio Giuseppe Carlino

Da evidenziare che, nel giugno 2013, Michele Senese venne tratto in arresto nell’ambito delle indagini preliminari relative all’omicidio di Giuseppe Carlino. Privo ormai dello scudo dell’infermità mentaleè stato condannato, con sentenza definitiva alla pena di trent’anni di reclusione. Lo scenario nel quale l’omicidio “in parola” maturò era quello della camorra napoletana trapiantata a Roma, un patto tra Michele Senese e Domenico Pagnozzi risalente agli anni ’80, che prevedeva mutuo soccorso anche negli omicidi.

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Domenico Pagnozzi

Il delitto, eseguito da Pagnozzi nel 2001 a Torvajanica, era una vendetta per l’uccisione di Gennaro, fratello di Senese, e a commissionarlo fu Michele ‘o pazzo, non più tale, tuttavia, dal 2012,  mentre era detenuto in una clinica psichiatrica (dalla quale poi evase) grazie a un certificato medico falso. Elemento, questo, che secondo i pm Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli ne conferma il potere criminale. Due pentiti raccontano poi che Pagnozzi fu ricompensato simbolicamente con un orologio d’oro a suggello del patto. Occorre aggiungere, peraltro, che Giuseppe Carlino, narcotrafficante della Marranella, venne ucciso anche, per agevolare l’associazione mafiosa e promuovere il traffico di stupefacenti» che avrebbe portato poi all’alleanza del camorrista trapiantato a Roma sud con il cartello Fasciani-Triassi di Ostia. Lo scrivono i giudici di primo grado.

Per rendersi conto, tuttavia, della verosimiglianza di quanto riferisce sedicente “personale in divisa non corrotto e onesto che deve rimanere per vari motivi anonimo…” basterà qui ricordare gli approdi investigativi dell’operazione “Mafia capitale”. Il fatto che, intorno a Michele Senese gravita o gravitava un gruppo “particolarmente agguerrito e pericoloso”,  quello di Ponte Milvio, nel cuore di Roma Nord. Lì si riunivano Orial Kilaj, il pugile, campione italiano dei pesi mediomassimi nel 2012; Riccardino l’albanese, sospettato di essere l’autore delle minacce al giornalista Lirio AbbateFabrizio Piscitelli, uno dei capi degli ultras della Lazio, uno che da quelle parti conoscono meglio con il soprannome di Diabolik, Ucciso con un colpo di pistola il 7 agosto 2019 nel Parco degli Acquedotti. E “la sua (di Diabolikn.d.r.) batteria — scrissero i carabinieri — è al servizio dei napoletani insediati a Roma nord, tra cui i fratelli Genny e Salvatore Esposito, che fanno capo a Michele Senese”.

Oggi, il boss di Afragola è rinchiuso nel carcere di Siano, in provincia di Catanzaro. Non al 41 bis, ma in stato di “alta sicurezza”. Fu trasferito nella città calabra nello stesso periodo in cui arrivò a dirigere la Procura Generale, Otello Lupacchini. Fu un caso o un modo per avvicinare il boss a uno dei suoi peggior nemici, In una terra permeabile dalle grosse organizzazioni criminali ?

 

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