La Cassazione polverizza il “Mondo di Mezzo” di Buzzi & Carminati: in tanti nel “Palazzo” si sono consegnati

di Beatrice Nencha

Dalle 379 pagine delle “motivazioni” appena depositate della Sesta sezione penale della Corte di Cassazione relative al processo “Mondo di Mezzo” (ex “Mafia capitale”), quella che esce a pezzi non è tanto la caparbietà della Procura di Roma nel voler sostenere, a dispetto di una sentenza contraria di primo grado, l’imputazione di associazione mafiosa nei confronti del teorizzato sodalizio capeggiato da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Quanto quella che gli ermellini definiscono, a pagina 300 delle loro argomentazioni, “la peculiarità” dell’impianto della sentenza emessa l’11 settembre 2018 dalla Corte di Appello di Roma, che aveva ribaltato in peius – ovvero ripristinando l’esistenza dell’articolo 416 bis e l’aggravante del metodo mafioso – il verdetto emesso dalla X Sezione penale del Tribunale di Roma, dove si escludeva l’esistenza dell’unica associazione mafiosa e si riconosceva l’eistenza, in sua vece, di due ben distinte associazioni a delinquere “semplici”, con ambiti di operatività autonomi e senza un organico collegamento: un’associazione dedita a reati di strada come l’usura e l’estorsione; l’altra ai reati da “colletti bianchi” come la corruzione e la turbativa d’asta.  La Cassazione, nelle sue Motivazioni, elogia a più riprese una “assoluta inconsistenza delle argomentazioni di contrasto alla ricostruzione del primo giudice”. E sottolinea come sia “costante la contraddittorietà intrinseca della Corte di Appello con le sue stesse premesse” (pag 323). Critica riferita, anche, alla “palese irrilevanza della individualità di Carminati per poter costruire sulla sua sola fama criminale una associazione mafiosa”. Cui è peraltro riconosciuto un passato che non era “di tipo mafioso” (pag 316).

unnamedSecondo la Cassazione, dunque, il punto non è affatto che la mafia a Roma non esista. Piuttosto,  è che per provare l’esistenza di un’organizzazione di stampo mafioso, con tutti i crismi imposti dal famigerato 416 bis, non ci si può fidare (e affidare) a ipotesi “potenziali”. In particolare quando queste ipotesi non siano state comprovate in sede dibattimentale. Insomma, hanno scritto in modo fulminante i giudici della Suprema Corte, non si può dare la patente di mafia “a cuor leggero”. Nemmeno qualora i magistrati intentando rifarsi ad un giudizio cautelare in cui, prima dell’apertura del dibattimento, la Cassazione aveva recepito in toto l’impostazione della Procura. E soprattutto quando, in presenza di una sentenza “argomentata” di primo grado, l’accusa di mafia è stata smontata, all’esito di un’ampia istruttoria durata ben due anni e con oltre un centinaio di testimoni escussi in Aula. “Le risultanze probatorie del processo non consentono affatto di affermare, sul piano generale ed astratto, che sul territorio del Comune di Roma non possano esistere fenomeni criminali mafiosi – si legge a pagina 327 delle Motivazioni – quanto, piuttosto, che con specifico riguardo al caso in esame, si è indebitamente piegata la tipicità della fattispecie prevista dall’articolo 416 bis per farvi confluire fenomeni ad essa estranei”.

giuseppe-pignatoneLa prima bacchettata (in punta di diritto) non è rivolta quindi al lavoro istruttorio svolto sin dal 2010 dalla Procura di Roma – quindi ben prima dell’arrivo di Giuseppe Pignatone a piazzale Clodio – anche se quest’ultimo lo erediterà e ne farà il suo biglietto da visita, non appena messo piede nella capitale. A nostro avviso la Procura di Roma – e su Notte Criminale siamo stati tra i pochissimi ad avere, all’epoca, una posizione nettamente fuori dal coro e a sollevare dubbi riguardo all’imputazione di 416 bis, come contestata in Aula dai pm – ha fatto, nel bene o nel male, quello che è il suo mestiere. L’ufficio, rappresentato dai pubblici ministeri Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, è rimasto sino all’ultimo convinto della graniticità della tesi accusatoria, sulla scia delle migliaia di intercettazioni depositate, delle perquisizioni e degli altri atti istruttori raccolti nelle due corpose Ordinanze di custodia cautealare che portarono alla sbarra, tra il 2 dicembre 2014 (37 arresti) e il 4 giugno 2015 (44 arresti) quasi un centinaio di imputati, tra cui vari politici e amministratori locali.

 Un teorema accusatorio, quello elaborato dalla Procura di Roma, fondato sull’esistenza di un’unica associazione mafiosa in grado sia di assoggettare tutta l’area di Roma Nord (feudo storico del Nero e dei neofascisti romani), che di accaparrarsi gli appalti nella Pubblica amministrazione capitolina e nella Regione Lazio, grazie soprattutto a quella “riserva di violenza”, derivante dal consolidato prestigio criminale del sodalizio. A partire dal prestigio individuale del “capo” dell’associazione: Massimo Carminati. Tornato in libertà dallo scorso 16 giugno per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Ovvero perché, dopo 5 anni e 7 mesi trascorsi quasi interamente in regime di carcere duro (41 bis), non si è riusciti a fissare nemmeno la data del nuovo procedimento di Appello, che sarà chiamato solo a rideterminare le pene relative ai cosiddetti “reati fine”. Visto che il reato di mafia è stato spazzato via, senza rinvio, assieme all’aggravante dell’articolo 7 D.L. 152/1991, ovvero la contestazione di aver agito utilizzando il metodo mafioso (con relativo aggravamento della pena).

1Quali sono le principali motivazioni che hanno spinto i giudici del Palazzaccio a demolire la sentenza emessa dai magistrati del secondo grado? La prima contestazione può sembrare così banale da trasformarsi in una accusa di presunzione ab origine: quando si riforma una sentenza in peius, occorre una “motivazione rafforzata”. Ovvero dotata “di una forza persuasiva superiore” – così argomentano i giudici a pagina 297 – in grado di “conferire alla decisione la maggiore solidità possibile”. Soprattutto qualora “all’assoluzione si sostituisca la decisione di colpevolezza dell’imputato”.

CODICE-PENALEUn’ulteriore bacchettata (sempre in punta di codice) della Corte arriva però già a pagina 295, quando si sottolinea: “Anche per le c.d. “nuove mafie”, è necessario che il gruppo manifesti la propria capacità d’intimidazione, la propria – non quella del singolo associato – fama criminale, e che detta capacità produca assoggettamento omertoso, seppure nel senso in precedenza indicato. La tipicità della fattispecie associativa mafiosa è sempre la stessa, anche per le c.d “nuove mafie, di cui all’articolo 416.bis, ultimo comma, cod.pen, piccole o grandi che siano”. Insomma, pare di leggere tra le righe, non basta la presenza in un sodalizio di un singolo personaggio dalla fama criminale per rendere l’associazione tout court “mafiosa”. Così come non è probante per l’esistenza del metodo mafioso il ricorso al concetto di “riserva di violenza” – dettagliatamente argomentato dalla Procura in fase di dibattimento – ovvero il riconosciuto prestigio criminale del gruppo, in grado di incutere “in nuce”, e quindi in astratto e potenzialmente, il terrore e di imporre l’omertà nel contesto sociale di riferimento, senza far ricorso esplicito alla violenza.

Un “principio di diritto fondante”, quello della “riserva di violenza”, che tuttavia, secondo la Cassazione, “è stato declinato dalla Corte di Appello in modo giuridicamente errato” e “in presenza di una chiara anemia probatoria”. Avendo la Corte costruito “la fattispecie facendo riferimento a nozioni quali quelle di riserva di violenza, ovvero di capacità potenziale d’intimidazione, senza considerare che l’associazione mafiosa esiste solo se il sodalizio abbia conseguito nel contesto – anche ridotto – di riferimento, una capacità intimidatrice effettiva, manifestata e obiettivamente riscontrabile, che può certo esteriorizzari anche con atti e comportamenti non connotati necessariamente da violenza o minaccia, ma che devono essere evocativi del prestigio criminale del gruppo e come tali percepiti”. Mentre per la Cassazione “non si è tuttavia considerato, come si è osservato in dottrina, che la criminalità organizzata mafiosa si fonda sostanzialmente sul “metus”, che deriva dalla violenza, dall’intimidazione, laddove invece la corruzione è un reato che si fonda sull’accordo illecito e paritario tra due persone”. E qui la Suprema Corte pone un fondamentale distinguo, quasi lasciando intuire che l’Appello non abbia saputo discernere correttamente tra mafia e corruzione. Ovvero tra “un sistema gravemente inquinato, non dalla paura ma dal mercimonio della pubblica funzione”. Tanto che i giudici dell’ultimo grado insistono nel precisare che “l’omertà che deriva dalla manifestazione della capacità di intimidazione e che caratterizza l’associazione mafiosa è fondata sul timore; nella corruzione l’omertà è invece fondata, come nel caso di specie, sulla convenienza reciproca”.  Una tesi non molto distante, per chi ha seguito la fase dibattimentale dall’origine, dalla linea difensiva sempre espressa dagli avvocati Alessandro Diddi e Piergerardo Santoro, in favore di Buzzi e dei vertici della ex Coop rossa.

CERIMONIA DI APERTURA DELL'ANNO GIUDIZIARIO PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE.

Ma il nodo cruciale che ha portato gli ermellini a rigettare l’impianto della sentenza di Appello è definito più chiaramente a pagina 300 delle Motivazioni, dove ai giudici di seconda istanza si contesta una sorta di “strabismo” nel giudicato: “La Corte di Appello non ha articolato il proprio ragionamento probatorio prendendo spunto dal contenuto della sentenza di segno contrario di primo grado, rispetto alla quale avrebbe dovuto motivare in termini “rafforzati”, ma da quello della sentenza della Corte di Cassazione emessa nella fase cautelare, che aveva confermato le tesi dell’accusa, cui la Corte aderisce, ritenendo rispetto alla stessa non persuasiva la decisione di merito del Tribunale”. Tuttavia, “persino se fosse corretto tale metodo, è di massima evidenza che la decisione di questa Corte in fase cautelare era intervenuta sulla scorta di fatti ben diversi, quanto alla consistenza della presunta banda mafiosa, essendo state prospettate circostanze di fatto che, nel processo, non sono state dimostrate”.

carminati-michele-senese-947737E proprio su quest punto la Cassazione va giù duro parlando di “un immotivato recepimento delle decisioni riguardanti la fase cautelare” e definendo la ricostruzione operata dalla Corte di Appello “gravemente erronea”. In quanto non si sarebbero trovati i riscontri, in particolare “le armi in dotazione al sodalizio” (al di là della famosa katana rinvenuta a casa di Carminati e di alcuni bossoli nel giardino di casa di Brugia), all’esito del procedimento. E non si sarebbero dimostrate, nel giudizio, nemmeno quelle “strette relazioni con altri gruppi mafiosi”, che nella prospettata ipotesi accusatoria dovevano essere i legami comprovati con esponenti di altre organizzazioni criminali o mafiose: il gruppo dei campani legato a Michele Senese, il “clan Casamonica”, le connessioni col vecchio boss Ernesto Diotallevi piuttosto che con l’organizzazione dei fratelli Esposito o con l’astro emergente Giovanni De Carlo, “a sua volta in rapporti con gli esponenti della criminalità organizzata romana”. Tutti personaggi confluiti inizialmente negli atti dell’indagine, quando ancora l’inchiesta si chiamava Catena, proprio per via dei legami a matrice partiti addirittura da Luigi Ciavardini,ma poi finiti tutti quanti stralciati o archiviati. Senza dimenticare la prospettata esistenza “di una relazione diretta con l’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta”. Nella fattispecie, il clan Mancuso di Limbadi, radicato nel territorio vibonese e con saldi collegamenti con le altre cosche, attraverso la figura di Giovanni Campennì (che però non verrà mai indagato), legato a sua volta a due dipendenti della cooperativa 29 Giugno, tali Rotolo e Ruggiero, ritenuti dall’accusa i referenti a Roma della cosca dei Piromalli. Ma che verranno assolti  (e senza impugnazione dalla Procura) sin dal primo grado di giudizio, dopo aver trascorso quasi due anni nel carcere di Rebibbia.

“Senonché – prosegue la disamina della Cassazione – i fatti posti alla base della decisione cautelare di questa Corte non sono affatto i medesimi emersi in dibattimento ed accertati dal primo giudice ovvero diversamente accertati dalla Corte di Appello”. Mentre da alcuni passaggi della stessa sentenza di secondo grado “non risulta affatto il ruolo di Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi” (Capo 1 dell’imputazione originaria), come nessun ruolo era da lui gestito “con settori finanziari, servizi segreti o altro” . E infine dalla stessa sintesi finale tracciata dall’Appello, dove avviene la descrizione dell’associazione mafiosa emersa dal dibattimento, arriverebbe già la smentita dell’intera impostazione accusatoria: “ (..) con tale sintesi si smentisce testualmente che vi sia identità fattuale con la “consistenza dell’associazione giudicata in fase cautelare come descritta”.

MAFIA CAPITALE, COMUNE E REGIONE TRA LE 23 COSTITUZIONI PARTI CIVILI - FOTO 4Dopo aver chiarito “questo errore di impostazione” della Corte di Appello, la Cassazione rileva anche la non coincidenza del “dato temporale” tra la partecipazione di Carminati “all’organizzazione dedita agli appalti, con il primo incontro tra Buzzi e Carminati avvenuto a fine 2011” all’Eur, “cioè prima dell’operatività criminale del gruppo di Corso Francia, la cui prima estorsione fu compiuta nel novembre 2012”. In quanto il Tribunale aveva fissato il preciso momento iniziale dell’attività criminale presso il distributore durante “un momento di impedimento fisico” di Roberto Lacopo, titolare della pompa di benzina (“La riscossione dei crediti insoluti nell’interesse di Lacopo Roberto costituì l’occasione per l’avvio delle attività di recupero poste in essere da Carminati, Brugia e Calvio”). In forza di questo scarto temporale, “non poteva ritenersi che l’associazione che operava in Corso Francia avesse conferito la propria carica di violenza ed intimidazione nella neo associazione, nata a seguito della fusione con quella di Buzzi”. Anche se, si potrebbe obiettare, in astratto sarebbe potuta bastare la semplice forza derivante dallo spendere il nome di un personaggio come Carminati – per sua stessa ammissione e come accertato in atti, episodi accaduti anche a sua insaputa – per agevolare l’associazione di Buzzi, indipendentemente dalle dinamiche sviluppatesi presso il distributore di Roma Nord.

A pagina 307 viene analizzato proprio questo fattore: “Si era accertato, all’esito del processo, che le uniche sistematiche attività intimidatorie da parte di Carminati erano state solo quelle finalizzate alle attività del gruppo di Corso Francia (peraltro “non mafiose”), il Tribunale aveva rilevato che “nessuna risultanza istruttoria dimostra, però, che Buzzi ed i suoi sodali, nelle attività illecite riguardanti la pubblica amministrazione, conoscessero ed intendessero avvalersi dei metodi e dei comportamenti utilizzati dal gruppo costituitosi presso il benzinaio di corso Francia. Era Carminati e solo Carminati – e non l’altro gruppo in cui lo stesso operava – a conferire nell’accordo economico con Buzzi le sue caratteristiche soggettive”.

Così la sentenza di Appello, in numerosi passaggi delle Motivazioni – dove si parla di “assoluta inconsistenza delle argomentazioni di contrasto alla ricostruzione del primo giudice”, “contraddittorietà intrinseca della Corte di Appello con le sue stesse premesse”, “motivazione gravemente carente”, “presenza di una chiara anemia probatoria”, etc – viene demolita di giudici dell’ultima istanza assieme all’intero impianto accusatorio che, anche per la sua imponente carica mediatica, ancora prima dell’avvio del processo aveva fatto cambiare addirittura il nome dell’inchiesta da “Terra di Mezzo” a “Mafia Capitale”: “Una sentenza, soprattutto – chiosa la Cassazione nelle pagine finali –  in cui non si è fatta corretta applicazione dei principi di diritto, in precedenza enunciati, che riguardano gli elementi strutturali del delitto di associazione di stampo mafioso”. Una frase che pesa come un macigno. Così, volendo riassumere l’intero processo in una metafora, la Cassazione ne sceglie una eloquente: “Può dirsi che una parte del “palazzo” non è stata conquistata dall’esterno, dalla criminalità mafiosa, ma si è consapevolmente “consegnata” agli interessi del gruppo che faceva capo a Buzzi e Carminati; un gruppo criminale che ha trovato un terreno fertile da coltivare”. Ora toccherà a una nuova Corte fissare le pene, ma nel frattempo quel che resta di “Mafia Capitale” sembra appartenere a un mondo, pre Covid, ormai del tutto tramontato. E dove anche Carminati, secondo alcuni, faticherà a trovare le antiche coordinate.

Un pensiero riguardo “La Cassazione polverizza il “Mondo di Mezzo” di Buzzi & Carminati: in tanti nel “Palazzo” si sono consegnati

  1. Articolo perfetto nella ricostruzione, evidenzia la cassazione evidenzia gli errori dell’apppello, che a mio avviso sono gli stessi della procura che ne aveva fatto richiesta, in quanto c’era stato un De Lellis come test.
    La vera domanda è: Buzzi aveva corrotto o era stato costretto per lavorare?

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