Fenomenologia di Luca Palamara

di Beatrice Nencha

Cos’altro si può aggiungere sul “caso Palamara” che non sia stato già detto e già “captato”? Probabilmente ancora molto, soprattutto se spostiamo il punto di vista. E lo deviamo dall’agenda di Luca Palamara a un contesto più ampio di legami e correnti che, se analizzati nel loro insieme, vanno a comporre degli schieramenti che appaiono, talvolta, tutt’altro che casuali. Legami che sembrano funzionali unicamente a un disegno machiavellico: l’accaparramento brutale del potere. Come quando si entra in fallo, a gamba tesa, sull’avversario pronto a segnare in porta.

Innegabilmente, questa seconda ondata di chat telefoniche sta ricomponendo l’altra metà del cerchio, quella che la scorsa estate era rimasta “in sonno”. Ma che Palamara aveva preadombrato in alcune dichiarazioni alla stampa dai toni a volte espliciti, altre volte criptici. Le amicizie del capocorrente di Unicost, forse il magistrato più influente a Roma per conoscenze e “agganci” politici, ogni giorno continuano a distillare (amare) sorprese per tutti, o quasi. Soprattutto a chi aveva, temporaneamente, smarrito la memoria di tali amichevoli colloqui o delle richieste avanzate (di ogni tipo) all’ex presidente dell’Anm: dalla ricerca di alloggi, alle alleanze trasversali tra correnti per spartirsi i posti di peso, fino alle raccomandazioni per se stessi o per i propri figli, per passare test di selezione universitari a numero chiuso (non alla Bocconi ma a Tirana) o alla ricerca di contatti per biglietti gratuiti per le tribune calcistiche.

 

Tutti gli amici (di chat) del Presidente, dai “vip” al capo del Viminale

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David Ermini

Dal pozzo dell’agenda telefonica di Palamara spuntano contatti a tutto campo nel mondo “di mezzo”, in quello “di sopra” e – per fortuna – almeno, sino ad oggi, non in quello “di sotto”. Anche perché le ambizioni dell’ex consigliere del Csm sono selettive. Le sue frequentazioni sono esclusivamente di alto livello, e rigorosamente opportunistiche. Lo spaccato della sua rubrica è quindi trasversale, purché i nomi siano vip. Dal suo smartphone “infettato” passano tutti quelli che contano nella Roma dei palazzi e dei circoli privati: dal vicepresidente del Csm David Ermini, al suo predecessore Giovanni Legnini, dall’ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati a quello di Perugia Luigi De Ficchy, dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, passando per centinaia di pubblici misteri, magistrati e giudici di ogni settore, città, corrente e tifoseria calcistica. Scorrendo la sua rubrica telefonica, i contatti vanno dal mondo dello show-business  (Gigi Marzullo, Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Raul Bova, Anna Kanakis) a quello della politica nazionale, in particolare del Pd, con in testa Cosimo il magistrato prestato alla politica Cosimo Ferri, gli ex ministri del “giglio magico” Luca Lotti e Maria Elena Boschi, l’ex premier Matteo Renzi (per occasionali promesse di incontri), il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, fino all’ex titolare del Viminale, Marco Minniti, molto interessato pare alle carriere dei magistrati (in particolare a quella del procuratore Cafiero De Raho), l’ex comandante generale dell’Arma Tullio del Sette a quello attuale Giovanni Nistri.

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Giovanni Bianconi

Non possono poi mancare, tra i contatti di Palamara (finiti anch’essi nel tritacarne), i principali giornalisti della cronaca giudiziaria. In rapporti più o meno amicali ed espressione di ogni testata: per la Rai, molto amichevole il legame con Giovanni Minoli, con cui il pm sembra consultarsi per l’adozione delle sue strategie mediatiche. Rapporti stretti e frequenti spuntano anche con i cronisti Liliana Milella (Repubblica), Giovanni Bianconi (Corriere), Giacomo Amadori (La Verità), Gigi Marzullo (Rai, “il tenore delle intercettazione permetteva di rilevare l esistenza di plurimi incontri”, annota a margine la Gdf, che registra vari appuntamenti tra i due legati anche a uno scambio di carte) e tanti altri ancora. Tutti questi contatti, in particolare quelli con i giornalisti, non presentano per la Procura di Perugia risvolti penali. E rispecchiano dinamiche note per chi opera nel settore della cronaca giudiziaria, dove non esistono uffici stampa a cui rivolgersi per avere (nei tempi adatti ai giornali) atti o notizie di inchieste. Quindi sarebbe inutile, e anche ipocrita, stracciarsi oggi le vesti per il fenomeno.

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Luigi Spina

Ma diventano pericolosi, questi variegati rapporti, nei casi in cui paiono interferire inappropriatamente con inchieste giudiziarie in corso. Tra cui quella per un’ipotesi di corruzione che ha travolto lo stesso Palamara, indagato dalla Procura di Perugia, dove rischia di finire a processo insieme a Luigi Spina, ex consigliere di Unicost dimissionario dal Csm all’indomani dello scandalo, e all’imprenditore lobbista legato al Pd, Fabrizio Centofanti. Esemplare questo dialogo, captato dal trojan durante una conversazione avvenuta la notte del 16 maggio 2019, tra Palamara e Spina (indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento): “M’ha detto una cazzata Alberto…», inveisce (Palamara) in relazione alla – evidentemente – fallace comunicazione di un collega che gli avrebbe fatto capire che l’indagine era stata archiviata. Spina ribatte: «Non lo so, non ce l’hanno mandata… può essere pure che qualcuno che se ne sta per andare in pensione (l’ex procuratore Luigi De Ficchy, ndr) te la vuole far pagare ed intanto ti manda questa cosa… eh… e poi la richiesta di archiviazione ». Palamara: «Sì… però almeno questo glielo può chiedere Riccardo, mò invece».

 

Palamara: regista o cavallo di Troia della “fronda” per espugnare Piazzale Clodio?

img800-clan-spada-giornata-cruciale-a-piazzale-clodio-132393Del “caso Palamara” ci colpisce invece un aspetto “collaterale”, che sembra non interessare nessuno, nella generale e comprensibile frenesia di decifrare gli opposti schieramenti che si fronteggiano, sopra questa scacchiera avvelenata, per assicurarsi le nomine “giuste” nelle Procure, dentro al Csm, nei Tribunali e  – in particolare – per assicurare quella voglia di “discontinuità” dentro piazzale Clodio, che sembra essere il refrain fisso, quasi un pensiero costante, di Palamara e di altri suoi “alleati”. Più per eterogenesi dei fini, da come appare, che non per un preciso disegno alternativo al “metodo Pignatone”. Almeno apparentemente, il fine sembra essere abbattere l’imperante assetto della Procura, ma non si capisce per sostituirlo con cosa. Quale sia l’alternativa messa in campo dal piccolo o grande schieramento di toghe, politici, forse anche giornali e imprenditori/faccendieri, che hanno visto in Palamara un possibile “cavallo di troia” per espugnare, a colpi di dossier, la fortezza giudiziaria di Piazzale Clodio.

Eloquente lo scambio di opinioni tra  Palamara e il suo collega Stefano Fava – riportato nell’annotazione di pg del Gico della Guardia di Finanza e destinato alla Procura della Repubblica di Perugia – mentre commentano, il 15 maggio 2019, l’articolo appena pubblicato sul quotidiano La Stampa a firma del giornalista Giuseppe Salvaggiulo, dal titolo “A Roma una fronda contro Pignatone nella guerra di successione in Procura”.

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Paolo Ielo

E il cuore di questo pezzo sta proprio nel riferimento al “team Pignatone”: “Elemento decisivo il ruolo della squadra di pm che più intensamente lo hanno condiviso e attuato: Michele Prestipino (antimafia, braccio destro di Pignatone anche a Reggio); Rodolfo Sabelli (reati economici); Maria Monteleone (reati contro donne e minori); Giuseppe Cascini (ora al Csm). Ma soprattutto Paolo Ielo, che ha coordinato le più delicate inchieste di corruzione (tra cui ora quella su Siri), additato dalla fronda anti Pignatone come simbolo della necessità di discontinuità”. Ed ecco il commento tra i due magistrati, dopo averne letto questo e altri passaggi:

Stefano FAVA: che il motivo principale è IELO quello è proprio azzeccato!

PALAMARA: (ride)

Stefano FAVA: che i suoi seguaci sono PIGNATONE, SABELLI e IELO.. però la discontinuità.. la causa della discontinuità.. è proprio IELO! quello è proprio il passaggio pazzesco no?

PALAMARA: è certo

Stefano Fava: quello là quello là

PALAMARA: legge un pezzo dell articolo di cui discutono. “…che ha coordinato le piu

delicate inchieste di corruzione.. additato dalla fronda anti PIGNATONE a singolo (inc/le)

Stefano FAVA:  della necessità della discontinuità quello è  il passaggio cl.. che poi è  vero

PALAMARA: ( ride) è questo

 

La questione centrale ai tempi del trojan è l’assassinio della meritocrazia

Consentiteci una parentesi, che può apparire marginale perché non si tratta di un fatto bensì di una considerazione. Quello che in ogni colloquio Luca Palamara non considera mai, perché è totalmente fuori dalla traiettoria dei suoi obiettivi, è il merito di chi gli sta accanto. Non c’è mai, in nessuna delle centinaia di intercettazioni che lo coinvolgono, un riferimento autentico alla professionalità, un apprezzamento delle capacità altrui, un fermarsi a ragionare su chi, per il suo lavoro, meriterebbe “a ragione” di essere candidato a uno scatto di carriera. Palamara, a dispetto di tutta la sua lunga esperienza, appare un annoiato burocrate: uno “smistatore” di curricula, un “facilitatore” di nomine e progressioni verticali, un giocatore di poker più scaltro che abile. Un uomo che aspira al potere per il potere, senza fare nulla per dissimularlo, formando e sciogliendo alleanze, in ogni settore della vita sociale e relazionale, per pianificare le condizioni più favorevoli alla sua egemonia.

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Luca Tescaroli

Il merito, le capacità, la qualità umana dei suoi colleghi non sono una variabile contemplata nella sua traiettoria. Se non quando, come si registra da un’altra intercettazione, viene sollecitato da un collega a perorare la causa di un valido e integerrimo pubblico ministero, Luca Tescaroli. Un pm con una storia professionale che parla da sola ma che, essendo fuori dai giochi di potere correntizi, nessuno ha mai preso in considerazione per alcuna nomina. Da cui è uscito puntualmente sconfitto ai segreti tavoli del Csm. Ecco, nelle sue chat, il modo in cui Palamara liquida la promozione di Tescaroli, che pure è un suo collega d’ufficio a Roma (oggi è procuratore aggiunto a Firenze), e di cui doveva conoscere, almeno per sentito dire, le doti e il merito: “Faccio in tempo a far vincere Tescaroli sia chiaro… Se passa è solo per me”.  Ottenuto lo scopo, sistemata una “pratica”, quello che conta per Palamara è solo intestarsi il “copyright” dell’operazione. Un sigillo che ne decreta la potenza agli occhi degli altri. Una contabilità che ne aumenta il suo prestigio di king-maker, di nomine e avanzamenti di carriera, ma anche la lista dei favori a buon rendere. La natura volgare nel modo di gestire il potere nemmeno lo sfiora, perché lui non è concentrato sugli attori della partita, che considera mere pedine, ma sull’unico aspetto che davvero lo esalta: la vincita al gioco.

Di Palamara, del suo cellulare rovente, del suo linguaggio diretto o dei suoi silenzi altrettanto eloquenti (riservati a chi non è degno di risposta o ad argomenti non di interesse), non ci colpisce la spregiudicatezza. Ci colpisce la resistenza tenace alla meritocrazia. Sino ad oggi sono emersi (e sono tanti) tutti coloro che da lui sono stati beneficati, in tutto o in parte. Ma dietro ogni beneficato, c’è un altro magistrato che magari avrebbe avuto più meriti, più competenze, più diritto a una promozione o a un incarico, che gli sono stati sottratti e che nessuno mai gli restituirà. Forse è per questo che il regno di Palamara non poteva che essere l’aureo Palazzo dei Marescialli, con i suoi corridoi inaccessibili, piuttosto che ben più affollati e grigi corridoi della Procura di Roma. Dove è tornato a malvoglia e dove ancora in tanti sono passati (fino all’ultimo) dalla sua porta. Ma dove, a pochi metri di distanza, si trovava a convivere con altri magistrati, diversi da lui come gli esseri umani stanno agli alieni. Perché mentre  Palamara sembra trascorrere le sue giornate tra le risposte a centinaia di messaggini quotidiani, meeting di corrente, inviti a pranzi e cene “riservati”, con poche altre divagazioni, la maggior parte dei magistrati romani passano il loro tempo chini sugli atti, hanno uffici invasi da faldoni di migliaia di pagine, imbastiscono processi, li trovi in Aula ogni giorno, anche quando non ci sono le telecamere accese, e li puoi incontrare nei corridoi e capire, parlando con loro, quale sia la loro visione del mondo, e con essa della giustizia, deducendolo (anche) dall’impegno quotidiano profuso nelle vicende giudiziarie che li vedono protagonisti. Talvolta vincenti, talvolta soccombenti.

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Giusuè Naso

Del procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tecaroli, possiamo per esempio dire che, durante il maxi processo “Mondo di Mezzo”, persino l’allora difensore di Massimo Carminati, il mai tenero avvocato Giosuè Bruno Naso, ne ha riconosciuto più volte l’onestà intellettuale e la non comunque capacità di reggere sulle proprie spalle, persino quando era ammalato, l’intero peso di un processo abnorme, composto da migliaia di atti e di intercettazioni e con centinaia tra imputati, legali e testimoni, certo non facili da gestire per quasi cinque anni di udienze a cadenza quasi ininterrotta.

 

Il “nodo” Ielo per arrivare alla “discontinuità” nella Procura di Roma

Sulla figura del procuratore aggiunto Paolo Ielo, considerato l’avversario più duro da abbattere – tanto che per Palamara l’unico disposto a denunciarlo a Perugia sarebbe il collega (per altro dello stesso pool di Ielo) Stefano Fava, da lui non a caso ribattezzato “un matto” –  quello che, insieme a Sabelli, Prestipino e a Cascini ha spedito a Perugia il fascicolo su Palamara, bisogna soffermarsi per metterne a fuoco il profilo. Soprattutto per individuarne la “discontinuità” di pensiero, prima ancora che di azione, rispetto all’ex leader di Unicost, Palamara. Una delle rare interviste di Ielo, rilasciata nel 2016 a Repubblica, nel pieno del processo al “Mondo di Mezzo” di Buzzi e Carminati, non è stata sul tema della mafia ma sull’importanza della meritocrazia. Il titolo era “Il rischio dell’Italia: una classe dirigente selezionata dalla corruzione”  (https://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/26/news/paolo_ielo_il_rischio_dell_italia_una_classe_dirigente_selezionata_dalla_corruzione_-150617200/). Chiunque abbia mai parlato col procuratore aggiunto Ielo, o l’abbia ascoltato parlare con gli avvocati o i giornalisti nelle pause di qualche processo, sa quanto questo tema sia al centro della riflessione del magistrato di Messina, già “enfant prodige” del pool “Mani Pulite” di Saverio Borrelli quando era di stanza a Milano. Un pubblico ministero, con esperienza anche di giudice, temuto da molti colleghi proprio per la sua intransigenza applicata, senza distinzione, nei confronti di chiunque. Un’intransigenza praticata senza clamori, non sbandierata come fanno, ad ogni intervista,  colleghi altrettanto noti come il procuratore Nicola Gratteri o il consigliere del Csm Pier Camillo Davigo, che a forza di rivendicarla l’hanno trasformata in un “claim”. Per averne contezza, basta leggere quello che scrive di lui l’ex procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo nel libro-inchiesta  di Riccardo Iacona “Palazzo d’ingiustizia. Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura. Viaggio nelle procure italiane”. Che il bersaglio di Palamara fosse Ielo, una volta tolto di mezzo causa pensionamento il suo “capo” Pignatone, pare ormai evidente da tutte le mosse, e dalle intercettazioni, rivelate sin dalla scorsa estate dai media. A partire dal famoso esposto di Fava sui presunti conflitti di interesse dei fratelli avvocati di Ielo e Pignatone. Due vicende che, per quello che emerso fino ad oggi, sono state considerate non penalmente rilevanti dalla Procura di Perugia, ma a cui era stata riservata la prima pagina, contemporaneamente, sia dal Fatto Quotidiano che da La Verità il 29 maggio 2019. Proprio mentre Repubblica e Corriere della Sera uscivano con lo scandalo Csm.

In questo percorso accidentato, e forse ancora non concluso, bisognerebbe investigare più a fondo su un aspetto: il “nodo” Ielo. Ovvero se il tentativo di affondare la credibilità del pm sicialiano fosse un fine solo di Palamara o, piuttosto, non fosse un obiettivo condiviso, per motivi meno trasparenti e non ancora emersi, da un’altra e più ampia cordata di soggetti. Se dietro le spalle e la toga di Palamara non ci fosse un team pronto a tutto per eliminare Ielo e mettere fuorigioco anche il procuratore più legato a Pignatone, ovvero Prestipino, giocando una partita nell’ombra e a carte coperte. Dove il cerino è rimasto in mano al solo Palamara, e ai colleghi i cui contatti telefonici sono già emersi, ma è passato anche per altri mani in precedenza. Della famosa frase pronunciata dall’ex ministro Luca Lotti: “Si vira su Viola, ragazzi“, riferito al procuratore generale di Firenze, uno dei tre pretendenti alla successione di Giuseppe Pignatone (gli altri pretendenti erano Francesco Lo Voi e Giuseppe Creazzo, rispettivamente procuratore capo a Palermo e a Firenze, ndr) qualcuno ci ha riferito che potrebbe mancare un pezzo. E che l’intercettazione completa, che non possediamo, sarebbe invece questa: “Da Catanzaro è arrivato l’ok, si vira su Viola ragazzi”. Il cui senso, se così fosse, aprirebbe altri scenari e compagini, non fosse altro che per ricostruire come mai, nella trascrizione della frase di Lotti, se ne sia perso eventualmente un pezzo. Prendere il controllo della prima Procura d’Italia, quella che vale un paio di ministeri, assume infine un altro valore e un potere ancora maggiore. Significa, per chi ne avesse avuto l’intenzione, se mai fosse questo un obiettivo, il potere di azzoppare o deviare il corso di fascicoli importantissimi. Che, in caso di procedimento disciplinare contro il procuratore aggiunto Ielo, potevano essere sottratti dalle sue mani (Consip in primo luogo, ma anche tutte le inchieste su personaggi politici di primo piano, come su imprenditori di spicco quali Luca Parnasi o sull’avvocato esterno di Eni, il faccendiere Pietro Amara, finiti nei procedimenti coordinati da Ielo, capo del pool per i reati nella Pubblica amministrazione).

 

La “pista nera” che riporta a Carminati (che non ci sembra credibile)

MASSIMO_CARMINATIUna settimana prima di questa seconda ondata di intercettazioni, fonti di Notte Criminale ci hanno segnalato, “a dimostrazione del potere di influenza ancora esercitato da Massimo Carminati”, la sua abilità nell’essere riuscito a modificare, anche dal carcere, gli assetti di potere dentro piazzale Clodio e all’interno del Csm”. La fonte, un soggetto che ha avuto rapporti in passato con quello che è stato definito dai media uno dei quattro “re di Roma”, non ha voluto o saputo fornirci alcuna prova concreta che possa suffragare questa tesi. Per questo motivo la riportiamo come mero dato “di colore”, senza attribuirle alcuna ipotesi di fondamento. Anche perché Carminati è recluso dal 2 dicembre 2014 e ha scontato la maggior parte della pena in regime di carcere duro, nonostante la sentenza della VI Sezione penale della Cassazione abbia fatto decadere, un anno fa, l’aggravante mafiosa e revocato la misura del 41 bis per tutti gli imputati. Consentendo ad alcuni di loro, tutti tranne Carminati, gli arresti domiciliari.

Riportiamo questa tesi solo per meglio illustrare un dettaglio, che ci ha colpito durante una delle prime udienze del processo al “Mondo di Mezzo”. Allorché, per la prima volta nell’aula bunker di Rebibbia,  l’imputato Massimo Carminati e il pm Paolo Ielo si sono ritrovati protagonisti di un duro botta e risposta che non ha, visibilmente, fatto piacere al pm. Ed è stato quando Carminati ha preso la parola in Aula, dopo che il procuratore aggiunto aveva appena terminato la sua requisitoria, e lo ha apostrofato con queste parole: “Buongiorno dottor Ielo, noi ci conosciamo da tanto tempo”. Mentre il magistrato, voltatosi di scatto verso il monitor, aveva replicato seccamente a Carminati, videocollegato dal carcere di Parma: “Guardi Carminati si sbaglia, noi non ci conosciamo affatto”. Che l’allusione del Nero fosse rivolta alle indagini svolte in precedenza, sempre da Ielo, sulle maxi tangenti di Finmeccanica, passando per i procedimenti collegati di Breda Menarini e Arc Trade, vicende che hanno fatto emergere un vasto apparato corruttivo, con legami strettissimi tra politica, imprenditori, servizi segreti, criminalità organizzata e colletti bianchi, per un giro di milioni di euro legati a tangenti, ricatti e corruzioni, questo è altamente probabile. E ci fa venire un secondo retropensiero: se anche qualcuno, tra questi soggetti che abbiamo appena citato di varia natura, potesse tifare (nell’ombra) per la sbandierata “discontinuità” dentro alla Procura di Roma. Regalando qualche assist – incluso qualche dossier – per inuaugrare un’era per loro migliore.

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