Il quinto re di Roma -seconda parte-

di Alessandro Ambrosini

E’ dicembre 2012, quando uscì in edicola l’articolo-copertina dell’Espresso: “I quattro re di Roma”, a firma di Lirio Abbate. Un titolo inesatto, che il sottoscritto ribadì su Fanpage, dopo l’arresto di Massimo Carminati, due anni dopo in un’intervista “coperta”, ancora oggi attuale. Allora, a Nicitra, diedi lo scettro di “Quinto re di Roma”, quasi otto anni fa. Un re che avevo cercato di seguire nella sua roccaforte a Primavalle, non per il gioco d’azzardo legato alle bische o al mondo delle scommesse online. Ma per una forma di racket che esercitava in zona Cassia. Nel suo storico quadrante d’influenza. Una ricerca che aveva dato buoni frutti, che parlava di concessionari d’auto esautorati con la forza e supermercati bruciati a scapito dei nuovi che dovevano nascere in zona.

Frutti che raccontavano di un dedalo di società con due fratelli come teste di legno. Da norcini (macellai) a detentori diretti e indiretti di almeno quarantadue società che sfociavano in una holding in Lussemburgo. Era il 2012 e la catena di nomi che ero riuscito a creare, tramite fonti anonime ma fidate, raccontavano di giudici fallimentari, avvocati, polizia locale nel ramo edilizia e personaggi dalla grana criminale certa. Un nome su tutti quel Riccardo Brugia, braccio destro di Massimo Carminati. Era un filo che legava tutto e tutti, ancora anni fa, e che sicuramente non era mai stato spezzato dai tempi d’oro della Banda.

Il XX Municipio era il terreno fertile per Nicitra e i suoi sodali, dove poteva contare ottimi rapporti tra colletti bianchi e chi avrebbe dovuto vigilare sulla legalità del territorio. Una storia vista e rivissuta, due anni dopo, con l’inchiesta “Mondo di Mezzo”. Perché non scrissi niente? Perché non ero il solo a essere sulle sue tracce e mi si chiese di non parlarne. Buona regola impone, che alla soddisfazione personale si antepongano le necessità investigative. Una regola non sempre valida, soprattutto quando a distanza di anni nulla si è mosso su questo filone. 

I supermercati

Se un supermercato subiva un incendio doloso, e a poche centinaia di metri nasceva un piccolo polo commerciale intorno a un colosso della grande distribuzione, qualche cattivo pensiero si doveva e si poteva fare. Ed è proprio nella storia che lega la malavita organizzata al commercio alimentare, la risposta. Si è visto in Sicilia con la catena di negozi legata a Matteo Messina Denaro e lo abbiamo visto in ogni grande accentramento mafioso nel nord dell’Italia. Dai mercati generali ai negozi che vendono prodotti tipici del meridione, la presenza mafiosa è una certezza.

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Franco Giuseppucci

A Roma è quasi tradizione legare il cibo alla mala organizzata. E’ un dato di fatto che molti boss avessero i forni del pane: da uno dei due grandi boss della Banda della Magliana, Franco Giuseppucci detto “Er fornaretto” a quelli gestiti dal clan Fasciani a Ostia. Mondi scomparsi con l’avvento delle grandi catene industriali del pane.

Con l’avvento di supermercati e discount il discorso non è cambiato, anzi. Molti personaggi di primo piano nell’ambito della Bandaccia si sono tuffati in questo business, tramite prestanomi e familiari. Il perché è semplice: da una parte le grandi catene hanno bisogno di garanti per l’apertura di punti vendita in quartieri particolarmente “caldi”, persone che assicurino la sicurezza di incassi e clientela. Dall’altra parte i supermercati garantiscono un flusso di denaro contante, soprattutto per riconvertirli nell’usura o per riciclare denaro sporco, senza dimenticare la possibilità di crearsi una rete di protezione e omertà nel quartiere.

shutterstock_456788344E’ all’inizio dei primi anni ’90 che, nell’ambito dei cosiddetti giochi d’intrattenimento, entrarono in scena le famigerate “slot da bar”. Dei giochi molto simili a quelli che potevi trovare nei casinò, dal poker alla roulette. Non dispensavano denaro ma ticket colorati che, secondo legge dovevano essere cambiati alla cassa con premi di basso valore. Una forma di gioco mutuata dalla Spagna. La sottile linea che divideva l’intrattenimento dall’azzardo, era tutta nelle mani di chi gestiva queste slot. Il 99% degli esercenti che aveva delle “macchinette” nel proprio bar o nella propria sala giochi, cambiava i ticket vinti in denaro. Era gioco d’azzardo a cielo aperto.

Se Milano è sempre stata l’hub delle nuove tendenze europee o mondiali in settori come la moda o il design, Roma lo è stata per questi giochi borderline. I primi a capirne l’assoluto valore economico furono Enrico De Pedis, con alcuni dei suoi fidati come Marcello Neroni e Salvatore Nicitra. Furono i primi a inondare Roma e a prendere il controllo dei maggiori distributori di queste macchine “mangiasoldi”. Se di Nicitra si conoscevano le spiccate caratteristiche criminali, che garantivano il controllo di esercenti in tutto il quadrante di Roma Nord-Est, di Neroni sono sempre stati evidenziati i rapporti con una parte dei servizi segreti. Quella malata e deviata. Un rapporto talmente profondo che, a volte, portò alcuni di loro a gestire la sala giochi che l’uomo della Banda aveva in zona Cola di Rienzo. Tra una delle sedi dei servizi segreti e quella del centro operativo della Dia di Roma.

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Totonero 1985

Dal 1990 al 2000, la criminalità organizzata, in tutta Italia, ha avuto nel gioco il più grande bancomat legalizzato a disposizione. Un buco legislativo ha riempito i forzieri della mala da nord a sud, con il minimo rischio. Nicitra, in questo “buco” si è infilato subito e ha capito e mutuato nel tempo anche i metodi per “aggredire il mercato” di oggi, nell’ambito dei giochi virtuali e delle scommesse online. Quando nei primissimi anni 2000, lo Stato entrò a gestire il gioco d’azzardo, dalle slot, alle Vlt, alle scommesse sportive, creò anche i presupposti per la nascita di un mercato parallelo illegale. Una fotografia già vista decenni prima. Cambiavano le forme. Tutto diventava virtuale, ma i campi d’azione erano quelli: calcio e poker, se vogliamo generalizzare. Con lo stesso concetto di quello che fu il “totonero”. Il “segreto di Pulcinella” era quello di garantire maggiori entrate agli esercenti che offrivano ai giocatori possibilità di vincita con percentuali superiori. Una tentazione molto forte per chi, legalmente, riceve percentuali molto risicate dai Monopoli di Stato rispetto a un volume di gioco importante. E Nicitra ha sempre conosciuto bene le “debolezze” umane, e quanto può valere sia il fatto di “comprarsi” l’esercente con una “buona entrata” (dando a fondo perduto dai 3000 ai 15.000 euro per ogni esercizio), sia usando modi meno eleganti ma molto convincenti. Anche solo con una mezza parola detta all’orecchio. Perché il passato criminale di Nicitra, a Roma, è un valore aggiunto importante. Tanto e forse più di una calibro 9 messa sul tavolo.

Questi sono gli uomini della Banda della Magliana oggi. Quelli che hanno un valore reale nello scacchiere criminale e nella strada. Le pistole non ci sono più nelle loro mani. Solo perché le usano altri, i sottoposti. Tutti i nomi che contavano, e che contano oggi, sono “imprenditori del crimine”. I capelli sono bianchi, le camicie inamidate e la rasatura è fatta giornalmente. Con un dopobarba di ottima qualità. Creano, riscrivono i business di oggi mischiandoli con le modalità criminali di ieri. Meno rischi, più potere economico e sociale. I “testaccini” come Nicitra, sono gli eredi di Enrico De Pedis, il primo che capì come il crimine poteva essere un virus ad alta trasmissibilità dentro ogni strato sociale. Anche nei più alti.

Il denaro è la livella. Salvatore Nicitra, la sua corona non l’ha mai tolta, l’ha solo nascosta in questi anni. “Il Quinto Re”, oggi, è nudo

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