Il quinto re di Roma -prima parte-

di Alessandro Ambrosini

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Salvatore Nicitra

A volte si pensa che i capelli grigi, una storia romanzata e finita in pasto alla cinematografia, il trascorrere del tempo e l’avanzata impetuosa di nuove forme di criminalità siano la tomba ideale per i “vecchi arnesi” della Banda della Magliana. Niente di più sbagliato. L’arresto di Salvatore Nicitra, avvenuto giorni fa alle prime luci dell’alba, è l’ennesima dimostrazione che nell’ambito criminale, “di spessore”, l’unica vera pensione è la morte.

Ciò che risulta evidente è che la legge della strada, a Roma, è più forte del tempo. Una concezione che non trova riscontri in tutta Italia. In Veneto o in Lombardia, per esempio, quelle che furono le associazioni criminali e mafiose tra la fine degli anni ’70 e i primi ’90, non hanno lo stesso appeal oggi. Per essere chiari, non si chiede a un Maniero o a un Vallanzasca o a un luogotenente della mala di Turatello di fare da giudice in diatribe tra clan. A Roma si. Bisogna partire da questo particolare per capire perché la Banda della Magliana, o per meglio dire i suoi attori principali, è ancora sulla cresta dell’onda.

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Marcello Colafigli

Basterebbe citare nomi come Massimo Carminati, Marcello Colafigli, Enrico Nicoletti, Salvatore Nicitra, Manlio Vitale, Ernesto Diotallevi per capire, come e quanto, hanno un peso i resti di quella banda oggi. E nel loro presente che si può capire quanto il loro passato sia stato imponente a Roma. Un passato di omicidi, fatti e “comandati”, non ancora del tutto quantificabili visti i cold case risolti con l’arresto di Nicitra.

La strada a Roma risponde a regole antiche, incomprensibili per una persona normale, ma ferree. A Roma si “prendono le parti” e chi può farlo, non sono molti. Loro si. Prendere le parti è una garanzia, una certezza che la persona per cui ci si espone è nel giusto e chi “le può prendere” è qualcuno che ha una nomea importante, che non si è venduto, che mette il suo “onore” in gioco. Così, chi può fare questo, si può anche rendere disponibile ad avere un ruolo di paciere, come lo era Salvatore Nicitra. Lo può fare tra clan, anche di alto profilo. Perché conta la storia, lo spessore criminale che si è conquistato sulla strada e in carcere, nel tempo. Lo fece più volte anche Massimo Carminati, in più occasioni con i Casamonica. Lo fece Nicoletti, o almeno (questo da fonti anonime) lo chiesero per salvare la vita di Flavio Simmi. Ma era già troppo tardi per fermare il treno della morte.

Basterebbe questa particolare forma di garanzia per capire che i sopravvissuti della Magliana, non li trovi davanti ai cantieri a dare suggerimenti non richiesti. E Salvatore Nicitra è molto di più. E’ uno “serio”, uno che non ha smesso di delinquere su larga scala. Perché nel gergo, uno “serio” è uno che non ha appeso la pistola al chiodo e non si è ridotto al piccolo spaccio o ai furti, per campare.

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Otello Lupacchini

La storia di Nicitra è cristallizzata in quella che fu, ancora oggi, una delle ordinanze più granitiche e attuali mai scritte. A rendere reale e visibile quell’intreccio malavitoso che strozzò Roma per più di un decennio fu Otello Lupacchini, al tempo giudice istruttore di quel processo. L’inabitudine a vedere la mafia a Roma come qualcosa di concreto, gli interessi molteplici che rappresentavano quegli uomini per alcun spaccati delle Istituzioni, la mancanza di visione d’insieme di tanti piccoli fenomeni avevano lasciato campo libero a questa holding del crimine. Liberi di crescere nel loro potere ma, soprattutto, di seguire le evoluzioni del tempo. Insinuarsi nei nuovi business “borderline”, prima e con maggior forza, rispetto agli imprenditori di settore.

arance drogateNicitra non è mai stato considerato dai giornali un componente di spicco della Bandaccia. La sua provenienza siciliana, i suoi rapporti con gli ambienti mafiosi isolani l’hanno sempre mantenuto un po’ fuori, mediaticamente, dai personaggi di spicco romani. Ma non è così. Da molti ritenuto un “testaccino” agli ordini di De Pedis, era invece un battitore libero tra le due fazioni d’origine. Lavorava dove si poteva guadagnare, anche con alcuni del gruppo storico della Magliana. Era il trasporto a Roma di carichi di arance, il legame. Carichi più volte fermati e macerati dalle forze dell’ordine per capire se trasportavano droga o no. Una domanda inevasa nel tempo.

-segue-

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