Il caso Lupacchini. La sentenza del Csm regala fiato al crimine organizzato. Si stappa champagne e si medita vendetta tra i vecchi e i nuovi clan / Seconda parte

di Alessandro Ambrosini

C’è un antico proverbio arabo che recita: “Sui cadaveri dei leoni festeggiano i cani credendo di aver vinto. Ma i leoni rimangono leoni e i cani rimangono cani”. E’ quello che, metaforicamente e senza puntare il dito su nessuno in particolare, sta succedendo dopo il trasferimento dell’ex procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini.

Piercamillo-Davigo-chi-è-il-magistrato-eletto-al-Csm-vicino-al-M5SUn procedimento e una sentenza del Csm che rappresenta uno schiaffo alla ragione, ai diritti, alla verità e alla trasparenza. Un danno d’immagine non solo per chi ha svolto una vita al servizio dello Stato, ma alla giustizia nella sua accezione più alta. Una condanna al diritto di critica e di parola, concessa e difesa dal Csm per Piercamillo Davigo a Milano e negata a Lupacchini a Catanzaro.

Ma la velocità, interessata e voluta per questo procedimento, non ha fatto cogliere le controindicazioni di questo “affaire” costruito dal Csm e da un pool che rappresenta il governo giallorosso, con il grillino Bonafede come Ministro della Giustizia e il Presidente della Cassazione Salvi, della corrente di Magistratura Democratica. Tanta era la necessità di non far parlare all’inaugurazione dell’anno giudiziario Lupacchini, che non si è tenuto conto di ciò che si è prodotto in termini d’indebolimento del contrasto alla criminalità organizzata e della sicurezza del magistrato marchigiano. Non è, infatti, esclusiva del procuratore Nicola Gratteri vivere sotto scorta. Un particolare che la stampa non cita mai, per comodo o per ignoranza. E’ dal 1989 che l’ex Procuratore generale di Catanzaro e la sua famiglia vivono con carabinieri o poliziotti di scorta. Non certo per vezzo o per dimostrazione di potere. Ma solo per sicurezza, visto che sulla testa del magistrato, da anni, c’è una condanna a morte “già pagata”. Dai tempi della Banda della Magliana, che lui fece emergere e sconfisse. Non parliamo di un “passacarte”, parliamo di chi ha lavorato sui casi più spinosi e misteriosi avvenuti in Italia. Dal banchiere Calvi alla strage di Bologna, dall’omicidio del giudice Amato a quello di Massimo D’Antona. Un magistrato ligio alle regole ma sempre con una visione libera da condizionamenti, tanto da non temere di portare il reato di associazione mafiosa nei confronti della Banda della Magliana, in tempi in cui, anche solo parlarne a Roma, era un reato di lesa maestà.

Banda della Magliana_ notte criminaleGioisce la famiglia Nicoletti (il padre Enrico era il cassiere della Banda) cui Lupacchini sequestrò più volte beni per mille miliardi di vecchie lire, “Marcellone” Colafigli (il bufalo di Romanzo Criminale), il personaggio più pericoloso della Banda della Magliana, che cercò più volte di accorciare la sua condanna ma che trovò sempre nel magistrato un muro di cemento. Michele Senese (il boss dell’omonimo clan camorrista-romano che comanda gran parte di Roma e che ha pesanti influenze in tutte le organizzazioni criminali italiane), che senza Lupacchini avrebbe continuato a fare i suoi affari e i suoi incontri con il clan in cliniche psichiatriche compiacenti, con perizie compiacenti e senza essere pazzo. Questi sono solo alcuni dei nomi che hanno sicuramente stappato lo spumante davanti a quest’orrore togato, nomi che da oggi avranno meno problemi nel continuare o ricominciare a pensare “agli affari” e alla vendetta. E gli indicatori a Roma, per chi conosce l’argomento, ci sono.

Gioiscono anche personaggi minori, ma che hanno un loro peso in qualche ambiente, come Carla Di Giovanni, la vedova di Renatino De Pedis (il Dandy di Romanzo Criminale), che esulta su Facebook, forse con la speranza di far passare la favola del marito innocente, incensurato e perseguitato da Lupacchini. Vedova che è in buona compagnia con il primo sostenitore delle sue fumose teorie, Pino Nicotri, quello de “La Banda della Magliana non esiste”. Un giornalista (Ex Espresso e Repubblica) e scrittore “controcorrente a prescindere”, che sul social schernisce il magistrato. Uno dei rari casi in cui un togato ha messo in luce la questione delle ingiuste detenzioni. Ingiusta detenzione che Nicotri conosce per averla subita negli anni ’70, essendo stato incarcerato novanta giorni con l’accusa di essere il telefonista del rapimento Moro. In realtà era solo uno dei leader locali del Movimento studentesco con frequentazioni vicine agli sprangatori dell’Autonomia Operaia di Toni Negri. Uno dei tanti, piccoli, cortocircuiti tra la stampa patinata.

Ed è proprio nei palazzi del potere della magistratura, che molti “sciabolano” bottiglie costose, mentre altri sono annichiliti dalla paura e non osano proferire parole che vadano contro la decisione dell’area “calabrese” dominante. Una paura che corre da Roma a Catanzaro. Un terrore silenzioso nelle aule di tribunale, che contrasta con il ghigno soddisfatto di chi oggi ha ripreso il controllo e può continuare a costruire nuovi modelli di giustizia personalizzati. E una giustizia ricamata su misura, che trascenda il diritto e le regole, non è giustizia. E’ altro. Ha i tratti, le parvenze, le risoluzioni di un golpe giudiziario.

Quindi, chi sono i cani, o per meglio dire le iene, del proverbio arabo?  Sono i criminali, che hanno avuto il via libera per la vendetta, per “lavorare” meglio? Sono quelli che calpestano le regole a loro discrezione, che seguono o perseguono dei fini non ancora chiari? O forse troppo chiari per una dimostrazione di potere e intoccabilità quasi divina? Forse nessuno è cane ma sicuramente c’è un solo leone in questa storia. Un leone che rimane ferito, ma vivo rispetto agli insulti, al dileggio e alle minacce latenti, di cui si può solo sentire il bisbiglio lontano. Parole che il comitato per la sicurezza, chi decide su scorte e forme di protezione, dovrebbero cogliere senza entrare nella sciarada di questo raffazzonato “golpe bianco”. (SEGUE)

 

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