Terra bruciata intorno al Freddo. Con proiettili e lettere, la vendetta della Banda della Magliana, annuncia il suo arrivo

di Alessandro Ambrosini

Alcune verità, in Italia, sembrano essere un fardello più che una medaglia da appendere al petto di chi combatte per farla emergere. Quelle di Maurizio Abbatino sono una condanna a morte, latente. Ed è quello che lui ha detto e controfirmato il motivo per cui, il suo avvocato Alessandro Capograssi e la giornalista-scrittrice Raffaella Fanelli, sono finiti nel mirino di chi aspetta da anni la vendetta contro il “Freddo”.

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Dott. Otello Lupacchini

LA SCORTA RIMOSSA

E’ il luglio del 2018 quando il Tar conferma la decisione della Commissione Centrale di togliere la scorta a uno dei capi della Banda della Magliana. A quello che nel 1994 iniziò a collaborare con l’allora magistrato Otello Lupacchini (ora Procuratore generale della corte di Appello a Catanzaro), dando il via all’abbattimento sostanziale di ciò che rimaneva in vita dell’holding criminale romana, dei misteri riguardanti alcuni omicidi eccellenti e della nebbia che per decenni ha avvolto i rapporti con una parte delle istituzioni.

E’ stato “coperto” e protetto Maurizio Abbatino, il “Freddo di Romanzo Criminale”. Lo è stato fino a sedici mesi fa, come se una condanna a morte avesse una scadenza. Come se i personaggi che hanno scontato la pena, quelli che sono rimasti nascosti nell’ombra, quelli di cui nemmeno possiamo immaginarne lo spessore criminale si fossero dimenticati di chi ha “rotto il giocattolo”, di chi ribadendo la sua storia su un libro, ha lanciato tra le righe un avvertimento chiaro: ciò che sembrava morto e sepolto, così non è.

E’ sempre la verità, il leit motiv di questa storia. C’è chi la svela, chi la usa per sradicare l’aspetto criminale dalla società, chi la racconta portandola al grande pubblico e chi la difende nelle aule di tribunale. Tutti protagonisti allo stesso modo e tutti a rischio di ritorsioni da parte di chi non vuole che si squarci il velo di silenzio, su quel periodo. Non sempre, però, il rischio è qualcosa d’impalpabile e vago.

laveritàdel-freddoAVVERTIMENTO CALIBRO 38 

Raffaella Fanelli non è solo una giornalista d’inchiesta, è colei che ha raccolto e pubblicato in un libro l’intervista a Maurizio Abbatino, detto “Crispino”: La verità del Freddo. Un libro dove si ripercorrono le vicende che l’hanno visto come uno dei leader della “Bandaccia”. Tra i focus della pubblicazione, l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Un’esecuzione senza una verità processuale, con una testimonianza de relato di Abbatino, che ha visto in Massimo Carminati il killer. Un’accusa che non ha retto in tribunale ma che è rimasta sospesa nell’aria, come le parole che disse Franco Giuseppucci al Freddo, parlando di quell’omicidio “conto terzi”. E’ forse per questo intricatissimo giallo, su cui la Fanelli sta indagando, che a fine maggio di quest’anno, a Milano, è stata trovata una busta bianca con un proiettile calibro 38 sul tergicristallo della sua auto. Intonso e luccicante. Un messaggio, neanche troppo velato, per dire che la giornalista sta battendo delle piste pericolose. Che certi argomenti è bene lasciarli senza un chi o un perchè.

UNA LETTERA DI TROPPO

Se consideriamo questo fatto come un indizio, che porta dritti a Pecorelli e di conseguenza ad Abbatino, la prova si ha con un secondo “avvertimento” avvenuto a inizio maggio. Protagonista è l’avvocato Alessandro Capograssi, lo storico legale del Freddo e anche di Roberto Grilli, il grande accusatore di Carminati su quella che fu conosciuta, per quattro anni, come Mafia Capitale. Tra Capograssi e qualcuno che voleva fermare la testimonianza di Abbatino sulla Banda della Magliana e sul “suicidio” Calvi, la partita è aperta da anni. Minacce, proiettili, il tentato rapimento del figlio, lo squarcio delle gomme dell’auto poco prima dell’udienza in cui doveva testimoniare l’ex boss della “Bandaccia” e una tutela durata fino al 2006, sono una sequenza di eventi che certifica nel tempo l’importanza avuta dal pentimento del Freddo. E racconta, se ce ne fosse bisogno, della pericolosità di chi si muove nel buio da sempre. Prima Abbatino e dopo Grilli, due “clienti” che hanno un comun denominatore: Massimo Carminati. E’ un fatto.

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Massimo Carminati

In questo contesto giudiziario, l’avvocato Capograssi (citato e attaccato più volte da Carminati durante le udienze del procedimento “mondo di mezzo”), ha sporto denuncia verso ignoti per due volte, in una escalation di preoccupanti avvenimenti che si sono succeduti negli ultimi due anni. La prima, a maggio 2018, raccontava di “telefonate silenziose” e due persone che lo controllavano nei suoi spostamenti, senza preoccuparsi troppo di farsi notare. Cosa che ha spinto il legale e i suoi familiari, a cambiare città. Da Roma a una località vicina.

writing-a-letter-653x367La seconda denuncia, quella che ha fatto alzare il grado di attenzione verso tutto il mondo che circonda Abbatino, è stata presentata il 9 maggio scorso. Qualche giorno prima, tornato da una giornata di lavoro nella Capitale, l’avvocato ha notato una busta nella cassetta delle lettere con la dicitura del destinatario in stampatello, caratteri grandi e incerti. All’interno una lettera, con le stesse caratteristiche, che lasciava poco alla fantasia: HAI ROTTO IL CAZZO TU E GLI AMICI TUOI LURIDO PEZZO DI MERDA. FARAI UNA BRUTTA FINE A RAGGIUNGERE I VERMI COME TE. INFAME DEL CAZZO. CON UNA PALLA IN FRONTE. SONO SOLO GIORNI.

L’aspetto più preoccupante è il fatto che l’avvocato fosse solo da un anno nella sua nuova residenza e che da pochi mesi, il Consiglio Nazionale Forense, avesse aggiornato l’indirizzo di Capograssi. Le ricerche erano state quindi fatte recentemente. Probabilmente insieme a quelle su Raffaella Fanelli.

Non ci possono essere dubbi su quello che è l’obiettivo della minaccia, toccare tutto ciò che riguarda la “gola profonda” di un ventennio criminale che ha insanguinato Roma e non solo. Fare terra bruciata intorno alla preda prima di colpirla.

Infatti, ogni dubbio sul lavoro svolto dall’avvocato con Roberto Grilli dentro l’ex “Mafia Capitale”, è da escludere perché lo stesso ha ritrattato ogni accusa a Carminati, finendo inquisito per falsa testimonianza e calunnia.

DIETRO LE FINESTRE COVA LA VENDETTA

Il “mondo” da cui viene la lettera è abbastanza chiaro. E’ quel tessuto criminale, talmente fluido, che puoi trovarlo dai Parioli a San Basilio. E’ lo stesso che ha messo e pagato anticipatamente una taglia di cinquecento milioni di lire sulla testa del procuratore Otello Lupacchini, lo stesso mondo che ha mandato un proiettile a Raffaella Fanelli, lo stesso che ha ucciso con trentacinque coltellate il fratello di Maurizio Abbatino, Roberto.

E’ un “mondo” che però ha aspetti poco chiari e definiti. A distanza di anni, non si può sapere esattamente, dove inizia e dove finisce, ancora oggi, la zona di “influenza” della Banda della Magliana. Non si conoscono ancora tutti i volti nascosti nelle stanze dei palazzi romani o nelle case popolari della periferia. Volti giovani o consumati dal tempo e dalla galera che aspettano pazientemente il momento della vendetta. Tutti quelli che hanno dei conti aperti con “gli infami” o con chi ha scelto una fronda della Bandaccia al posto dell’altra.

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Omicidio Angelo Angelotti

Su questo punto deve essere citata la stranissima morte (avvenuta nel 2012 per mano di un gioielliere. Leggi il mio articolo e il video esclusivo su Fanpage qui) di Angelo Angelotti detto “er caprotto” ma per tutti “Il giuda”. Colui che fissò l’appuntamento a Enrico De Pedis per un rendez vous con la morte, nella centralissima via del Pellegrino. Allora le mani dei killer furono armate da Marcello Colafigli, il Bufalo di Romanzo Criminale.

LE CAMPANE DI ROMA

Di “campane a morto”, ne sono suonate tante nella storia della Bandaccia. La vendetta è una cosa seria a Roma, non è mai da sottovalutare ogni più piccolo segnale che si riesce a cogliere. Sottovalutarlo è il modo più veloce per subirne e far subire le peggiori conseguenze. La mala romana, storicamente, ha la memoria lunga e sa aspettare il momento propizio. Non conta che i vecchi componenti della Banda della Magliana siano alle soglie della terza età, non conta se molti sono morti. La vendetta è qualcosa che si tramanda, generazione dopo generazione.

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Maurizio Abbatino ed Edoardo Toscano

Oggi, che l’impatto di un nome legato a quel mondo criminale è, e rimane, rispettato e mitizzato in ogni quartiere. Oggi, che il “bersaglio grosso”, quel Maurizio Abbatino che decise di collaborare con la giustizia, è colpevolmente senza scorta e senza nessun tipo di protezione. Oggi, che ogni persona vicina a lui è sotto minaccia. Oggi, i rintocchi per quella campana potrebbe suonare per lui.

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