Giurò la morte di Maniero. Esce oggi il suo ex “braccio armato”, Antonio Pandolfo

di Alessandro Ambrosini

E’ entrato in carcere a trentanove anni, con una sfilza di reati e una condanna a venticinque anni di prigione con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Oggi, dopo aver scontato la pena, torna a essere un libero cittadino, il “braccio armato” di Felice Maniero: Antonio Pandolfo. Una vita vissuta tra rapine, droga, gioco d’azzardo, sangue e polvere da sparo, prima di essere rinchiusa dietro le sbarre. Ma chi era, chi è stato il pericoloso bandito che, a detta di molti, è ancora legato a una promessa di morte rivolta all’ex boss della Mala del Brenta per il suo pentimento?

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Gilberto Sorgato

Pandolfo, a differenza di Maniero, è un prodotto della sua terra, delle condizioni sociali ed economiche in cui è nato. E’ figlio di quel nordest, povero e affamato, dove è cresciuto il potere della Mala del Brenta allo stesso ritmo dei capannoni e delle villette a due o tre piani. Se i suoi coetanei andavano a lavorare 10-12 ore al giorno in fabbrica o nei campi, lui era invece un frequentatore del bar Tre Spade a Campolongo Maggiore insieme a Costante Carraro detto “Chessman” e a Gilberto Sorgato detto “Caruso”. E’ lì, come per molti altri, che iniziò l’epopea della Banda del piovese, che divenne nel tempo la Mafia del Brenta.

Maniero, che aveva più testa che muscoli, lo tenne sempre vicino sia per la sua forza intimidatoria e il coraggio, sia per controllare che da “luogotenente” non volesse occupare il posto del boss. Una costante nella narrazione di quest’organizzazione criminale, che dimenticò in fretta i vincoli d’amicizia quando i “schei” non si riuscivano più a contare, ma a pesare.

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Mario Pandolfo

Ha partecipato ad alcuni dei fatti salienti che hanno caratterizzato la Mala: dalla cosiddetta “notte dei cambisti” con Gaetano Fidanzati (uno dei boss mafiosi più influenti nel nord Italia), Antonino Duca, il cognato del boss siciliano, Ottavio Andrioli e Alessandro Radetich detto “il guapo”, alla seconda rapina miliardaria all’aeroporto di Tessera dove, prima che s’imbarcassero valori e contanti per cinque miliardi, Felicetto e i suoi lasciarono solo la polvere. Dalla fuga dal supercarcere Due Palazzi di Padova all’omicidio di Giancarlo Ortes, il confidente della Dia padovana. Poi le croci. Le tombe che ha riempito, quelle che ha aiutato a riempire e quelle che ha riempito ma di cui non si trova nemmeno il corpo. La nomea del killer, dell’irriducibile, di quello che non si è mai pentito e che ha troppi conti da far pagare. Un luogotenente che ha vissuto sempre nella sua terra, che quando si è spostato all’estero l’ha fatto solo due volte dopo la fuga da Padova. Una di queste in Turchia, per prendere un carico di eroina che il padre di uno degli evasi (Lihan Hepguler) aveva promesso a Maniero per ringraziarlo della fuga del figlio. Un cavallo da tiro per certi versi, con i paraocchi ben fissi per non perdere l’obiettivo. Che poi era quello di tutti: denaro e potere. E forse quell’orizzonte, sempre dietro l’ombra del boss iniziava a stargli stretto, visto che sembra si stesse aprendo a mercati della droga fuori dal controllo di Felicetto.

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Giancarlo Ortes

Ipotesi, spifferi come quello che gli intesta la morte di Alessandro Radetich, il cui corpo non è mai stato trovato, ma che alcuni pensano sia sepolto in uno degli orti a Campolongo o nelle frazioni vicine. Come il duplice omicidio di Giancarlo Ortes e la sua compagna Naza Sabic, prima colpiti entrambi con una mazza da baseball alla testa e poi finiti con colpi di pistola alla nuca. Stile esecuzione.

Quando venne catturato dagli uomini della Mobile a Prozzolo di Camponogara, insieme ad Andrea Zamattio e a Delfino Fincato, uscì con le mani in alto urlando “Fermi, non sparate”. Lui lo sapeva che chi lo stava cercando lo stava facendo con il colpo in canna e pronta allo scontro a fuoco. Lui non era come gli altri. Era letale e quindi nessuno avrebbe mai aspettato la prima mossa per premere il grilletto. Insieme alle armi e agli scanner per ascoltare le radio delle forze dell’ordine, gli agenti trovarono parte della valuta frutto di due rapine a Treviso e Venezia. La sua via di fuga fatta di banconote straniere, soprattutto croate.

Venticinque anni di carcere da mafioso non sono pochi, anche se li passi cercando di rimanere in forma. Il tam tam mediatico, aperto già a settembre, che lo vede raffigurato come un pitbull a cui si è tolta la museruola dopo un lungo digiuno, è figlio più di una narrazione interessata che altro. Dietro al mito della Mala del Brenta, e al suo capo, esiste la necessità di non far morire una storia che ha regalato, giustamente o meno, migliaia di pagine d’inchiostro, carriere e potere. Ha nascosto i veri misteri di ciò che è stato il rapporto tra una parte minimale, ma potente, dello Stato e quella Mala che gestiva i confini a nordest del Belpaese. Un corridoio con l’est che continua a far gola a molti. Giornalisti, magistrati, funzionari di polizia e altre strutture antimafia sono vissuti per più di un ventennio sulla costruzione del mito. A volte nascondendo verità indicibili. Ora che Maniero è scivolato sulla buccia di banana ed è tornato in carcere, anche la libertà di Pandolfo assume un ruolo più leggero rispetto ai titoli preoccupanti dei giornali.

A sessantaquattro anni, dopo oltre venti di prigione, è facile presumere che l’ex luogotenente non abbia tutta questa voglia di rischiare di finire in prigione fino alla fine dei suoi giorni. Sebbene i sequestri, avvenuti da parte della Guardia di Finanza nel 2001, gli abbia tolto parte o gran parte del suo tesoretto accumulato nel tempo, “Marietto” Pandolfo ha ancora ciò che il suo silenzio può aver nascosto alla legge. Dopo venticinque anni, molto probabilmente, se vorrà vendicarsi, lo farà con la penna. Con un libro dove potrà raccontare ciò che non è emerso o non si è voluto far emergere nel processo alla Mafia del Brenta.

Buon ritorno in superficie “Marietto” Pandolfo, non troverai niente di ciò che hai lasciato nel 1994. Non ci sono neanche più le pallottole incise con le iniziali del tuo “nemico”. C’è la normalità dei giorni che scorrono, e sono tutte medaglie vere. Non le stelle di latta che rincorrevi in un cielo nero come la morte.