Paradossi del Mondo Di Mezzo: Niente più “mafiosi”, solo “semplici” criminali. Chi torna a dormire a casa, mentre i politici vanno in galera

di Beatrice Nencha

Non (c’)era “Mafia” (nella) Capitale. E per chi è stato all’epoca protagonista – nomi del calibro di Massimo Carminati, Riccardo Brugia, Salvatore Buzzi, Roberto Lacopo, Matteo Calvio e altri 17 imputati riconosciuti “sodali” a vario titolo dell’associazione – della maxi-inchiesta che nel dicembre 2014 terremotò la Capitale, non si potrà più usare l’aggettivo “mafioso”. A spazzare via anche la “presunzione” del reato (il famigerato 416 bis) è stato il verdetto emesso lo scorso 22 ottobre dalla VI Sezione penale della Cassazione, che ha tirato una riga rossa, definitiva e senza rinvio, sulla sentenza (di mafia) emessa dalla Corte di Appello di Roma a settembre 2018. Riportando le lancette indietro e confermando – in attesa delle motivazioni – lo scenario delineato il 20 luglio 2017 dalla X Sezione penale del Tribunale di Roma: gli imputati non sono mai stati sodali di un’organica associazione di stampo mafioso bensì hanno fatto parte di due distinte associazioni a delinquere semplici. Eliminare il “bis” dalla sentenza si traduce immediatamente, nel mondo reale, nella cancellazione dell’epiteto di “mafioso”.

palazzo-giustizia-roma-rapina-carminatiPer la Suprema Corte non c’erano quindi mafiosi, né sodali di mafiosi, che si sarebbero avvalsi della cosiddetta “riserva di violenza”, ma c’erano due autonomi gruppi criminali. E nel mondo reale questo verdetto si traduce anche, in termini di riqualificazione della pena, in un sostanziale ridimensionamento degli anni di carcere. In parte già scontati da molti dei 32 imputati del processo. Si traduce, inoltre, nella immediata rimozione dal 41 bis, cioè dal carcere duro, per i tre a cui era stato applicato (o riapplicato) all’indomani della sentenza d’Appello: Carminati, Brugia e Calvio. Senza la qualificazione mafiosa, e grazie alla cancellazione di vari reati-fine, per molti dei principali imputati le pene si accorciano drasticamente.

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Incendio alla sede elettorale di Mirko Coratti

Risultato: mentre per quelli che dalla Procura di Roma sono stati considerati “boss” e promotori dell’associazione come Carminati a Buzzi, che hanno già scontato cinque anni dietro le sbarre, si potrebbero riaprire presto le porte del carcere grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali e ad altri istituti premiali (non più ostativi grazie all’annullamento del 416 bis), la sentenza della Cassazione ha invece spedito subito in prigione, per effetto della “Spazzacorrotti” (approvata lo scorso 31 gennaio e su cui pende un ricorso davanti alla Consulta), alcuni tra politici e colletti bianchi del Maxi-processo: l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, l’ex dirigente del Dipartimento Ambiente Claudio Turella, Sandro Coltellacci, il dirigente comunale Franco Figurelli, Guido Magrini, Mario Schina, l’ex presidente del X Municipio  Andrea Tassone e il consigliere comunale Giordano Tredicine.

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Claudio Caldarelli

Chi la sera del 22 ottobre ha aspettato trepidante davanti all’ingresso di Rebibbia con la valigia in auto, come l’ex presidente della coop Formula Sociale Claudio Caldarelli, è potuto tornare a dormire nel proprio letto, in attesa del nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte di Appello chiamata a rideterminare la pena.

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Il distributore di benzina in Corso Francia

Assolti in via definitiva e senza rinvio Cristiano Guarnera e Agostino Gaglianone dal reato di associazione a delinquere “per non aver commesso il fatto”. Mentre per Roberto Lacopo, il titolare del distributore Eni di Corso Francia, la procura generale aveva chiesto (senza poi ottenerlo) l’annullamento del reato di associazione mafiosa poiché non ne sarebbe stata provata la consapevolezza.

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Sintesi dispositivo ( a cura dell’Avv. Cataldo Intrieri)

Sono i paradossi del “Mondo di Mezzo”, dove il Bene e il Male, il Buono e il Cattivo, il Colpevole e l’Innocente si sono spesso clamorosamente scambiati di casacca e hanno giocato a rimpiattino con le sentenze. Sovvertendo sia il ruolo degli imputati che i giudizi degli inquirenti, che ne hanno determinato i destini.

 

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