Mondo di mezzo/ Dodici dicembre 2012, il giorno della morte di “Mafia Capitale”(prima parte)

di Alessandro Ambrosini

E’ Il 12 dicembre 2012. In edicola esce il numero dell’Espresso con una copertina da prendere e conservare. Un titolo roboante: I quattro re di Roma. La firma dell’articolo è di Lirio Abbate, un giornalista che di mafia se ne intende perché combattuta e subita, poiché vive da anni sotto scorta. I volti di Massimo Carminati, Michele Senese, di Carmine Fasciani, dei Casamonica sono sopra la cartina della Capitale. Ad avvertire, a ricordare, a sottolineare i grandi potentati criminali che si dividono il quadrante romano. Tutto bello e interessante, ma se c’è un momento in cui cade l’inchiesta “Mondo di mezzo”, che ieri ha visto togliere l’aggravante mafiosa a tutti gli imputati, è quello.

Bisogna, infatti, tornare indietro di un paio d’anni per capire la genesi e le relative morte di questa inchiesta che ha creato un sussulto talmente forte che, anche i giorni in cui viviamo sono figli di quei giorni. Non solo dal punto di vista criminale, anzi. L’aspetto criminale è stato forse quello che meno ha sconvolto l’intero stivale. Quello che è cambiato, dopo “Mafia Capitale”, è l’aspetto politico e sociale. Sotto moltissimi punti di vista.

Quando s’inizia a fare un’inchiesta su presunte organizzazioni di stampo mafioso, la logica suggerisce che il primo dogma da seguire è l’invisibilità. E’ diventare fantasmi, lasciando che i soggetti indagati operino normalmente senza avere il benché minimo sentore che l’occhio della giustizia sia puntato su di loro. Quasi banale. A investigare su Massimo Carminati, nello specifico, era il corpo interforze nato appositamente per fare questo: la Dia, direzione investigativa antimafia. Il Centro operativo di Roma aveva in capo quell’inchiesta che mirava a trovare una falla nel sistema criminale che si presumeva essere di Carminati, nell’individuare sodali e modalità operative ed eventualmente risposte alla mattanza che stava avvenendo settimana dopo settimana nella Capitale. Bisogna, infatti, ricordare che, negli anni 2010 e 2011, sono avvenuti omicidi e gambizzazioni “importanti” e frequenti. Con modalità che lasciavano poco alla fantasia, avevano uno stile connotato, mafioso. I luoghi frequentati da Carminati erano disseminati di microspie, i telefoni erano controllati “a strascico” (per cui, se era intercettata una persona s’intercettava quelle con cui parlava, e così via). Fu proprio quell’articolo che ridisegnò l’inchiesta e i suoi protagonisti.

In un palazzo nei pressi di Piazza Cavour, mentre stavo parlando con un magistrato, entrò un funzionario della Dia visibilmente alterato e con l’Espresso in mano. La sua arrabbiatura era proprio verso quelle pagine di giornale che avevano “avvertito” Carminati rendendo inutilizzabile ogni forma di controllo dello stesso. E’ in quel momento che l’inchiesta “Mondo di mezzo” perse la sua efficacia per quanto riguarda l’accusa di mafia. Un cambio di guardia forzato, tra i due gruppi investigativi. Voluto e forse cercato dall’allora Procuratore generale Giuseppe Pignatone.

Con l’avvento del Ros le cose non sono andate meglio, anzi. In quel caso, il reparto operativo e i magistrati, non hanno saputo centrare il bersaglio. Forse perché il bersaglio non c’era o forse perché – chi sapeva di essere sotto controllo – ha ben visto di non superare quei limiti che avrebbero determinato la certezza dell’associazione mafiosa. Il carattere dell’invisibilità, che contraddistingue certe inchieste, era sparito. Lo stesso Carminati, più volte ne ha parlato in udienza e più volte è stato riscontrato da chi, come il sottoscritto, ha seguito le vicende di Mafia Capitale dopo l’arresto. Uomini che riprendevano con telecamere dai palazzi davanti a luoghi d’incontro di alcuni dei protagonisti della vicenda, sono stati riconosciuti e in qualche caso sbeffeggiati dai ristoratori stessi. Errori commessi altre volte dagli uomini dell’Arma, come nel caso Consip. Sfortuna o altro? Non è importante a questo punto.

Quando scrissi per Fanpage l’articolo “ Su Roma sta per scatenarsi la tempesta (giudiziaria) perfetta” era l’11 settembre del 2014, tre mesi prima dell’ondata di arresti che portò Massimo Carminati dietro le sbarre. La mia era una semplice analisi di ciò che mediaticamente stava succedendo e ciò che riscontravo in alcune piazze, dove gli uomini del “cecato” avevano il loro punto di ritrovo. Lì capii che perfettamente che ciò che stava avvenendo era un copione già scritto e quasi interpretato, da tutti. Era un “segreto di pulcinella”. Confermato da Carminati, che in udienza mi citò perché “mi leggeva la notte”. (ascolta qui)

La sentenza di ieri può stupire solo chi non ha vissuto quella storia da vicino. Sin dal primo giorno in cui le ordinanze d’arresto rimbalzarono sui tavoli delle redazioni, era chiaro a tutti che l’associazione mafiosa non era provata. Dai giornalisti d’inchiesta più neutri ai carabinieri stessi, il responso era chiaro: corruzione a livelli altissimi ma senza l’aggravante del metodo mafioso. La mafia a Roma c’era e c’è, ma non in quell’inchiesta. Non in questa narrazione che è durata anni, narrazione che è stata più di supporto che di sostanza a un’inchiesta che ha visto la sua fine all’inizio. Il medico può aver individuato la giusta diagnosi ma ha sbagliato la cura

(segue)

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