Esclusiva/ L’ultimo caffè di Diabolik

di Beatrice Nencha

Il suo ultimo caffè Fabrizio Piscitelli l’ha sorseggiato in via Tiburtina, in un moderno open space che è oggi la sede aziendale di un personaggio molto noto alle cronache (giudiziarie e non) capitoline. Ma che, soprattutto negli ultimi due anni, è stato anche uno dei pochi a potersi fregiare, autenticamente come provano anche le immagini sul suo profilo social, del titolo di suo “amico” .

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Gianluca Ius e Fabrizio Piscitelli

Nella didascalia di una foto che li ritrae insieme sorridenti, postata il 21 agosto, si legge un commento emblematico: “Quando festeggiavamo le nostre piccole vittorie”. In comune sicuramente la passione per il mondo del calcio (inteso sia come squadre che come tifoseria); l’appartenenza alla stessa ideologia politica neofascista e, infine, la condivisione di vecchie amicizie e lucrosi business legati al mondo del pallone. Perché la Capitale è una città grande ma dove certi incarichi, in certi settori, si possono affidare solo a determinate persone. Esclusivamente di fiducia, meglio ancora se cementata da radici politiche comuni. Persone che nella Città eterna si conoscono tutte, si annusano e infine stringono più facilmente intese di quanto non (si) dichiarino guerra.

E’ quella “pax” criminale romana a lungo garantita proprio dal carisma (e dal passato) di Massimo Carminati. Una pax clamorosamente andata in pezzi lo scorso 7 agosto , davanti a una panchina di legno del Parco degli Acquedotti. Dove la morte ha sorpreso, alle spalle e a passo di jogging, un altro storico leader trasformatosi in “boss”: Diabolik.

L’uomo che lo scorso 7 agosto ha aperto la porta al capo degli Irriducibili della Lazio, e che lo ha spesso assistito nella gestione di aziende e brand legati anche al redditizio mondo delle radio sportive romane, non è una persona qualunque. Si tratta dell’imprenditore ed ex presidente del Foligno Calcio, Gianluca Ius,  che dal 2013 è stato ritenuto dalla Procura di Roma al centro dei maggiori scandali finanziari italiani: a partire dai fondi neri di Finmeccanica, ArcTrade, Breda Menarini fino a sfiorare la maxi inchiesta Mafia Capitale (dove nonostante ci fossero tracce di suoi legami con il Nero, la Procura ne ha dovuto chiedere nel 2017 l’archiviazione, ndr). Piscitelli si è intrattenuto prima nell’ufficio privato di Ius, al riparo da telecamere, e poi lungo i corridoi della sua start-up, dove la conversazione potrebbe invece essere stata carpita, almeno nelle speranze degli inquirenti che ne hanno già sequestrato i filmati, dall’impianto di videosorveglianza a circuito chiuso.

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Curva Nord della Lazio

Da giorni il filmato è nelle mani degli agenti della Squadra Mobile, diretti da Luigi Silipo e coordinati dal pm titolare dell’inchiesta, Nadia Plastina. Si tenta di ricostruire nel dettaglio l’ultima fatidica giornata dell’ex trascinatore e leader della Curva Nord. Certamente non un personaggio facile da gestire, tanto per i suoi trascorsi giudiziari – basti ricordare l’arresto per traffico di droga del 2013 dopo settimane di latitanza e il sequestro di beni per oltre due milioni di euro (in seguito dissequestrati), o l’altra condanna a tre anni e due mesi per la fallita scalata alla Lazio e le minacce al patron biancoceleste Claudio Lotito, – che per le sue note intemperanze caratteriali. Proprio a causa di questo mix esplosivo, c’è chi sostiene che Piscitelli fosse diventato ormai un personaggio troppo ingombrante anche per una metropoli slabbrata e da tempo privata dei suoi “Re” e dei suoi proconsoli come la Capitale.

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Omicidio Andrea Gioacchini

“Negli ultimi tempi Fabri era cresciuto troppo  e a un certo punto – in certi ambienti a cui nulla sfugge  – questo può aver costituito un problema” si dice nella cerchia di chi lo ha frequentato assiduamente. Dove oggi sono in molti a sentirsi allo sbando, dato che colpire un capo riconosciuto come Diabolik significa mandare un messaggio coram populo dal sapore inequivocabile: dal 7 agosto nessuno può considerarsi un “intoccabile”. La stessa dinamica volutamente eclatante dell’agguato, un unico colpo alla nuca sparato a bruciapelo in un parco pubblico e in pieno giorno, è quella di un esecuzione brutale, ma “è soprattutto una esecuzione chirurgica, un lavoro che a Roma nessuno può fare: non sembra nemmeno la mano di un killer, piuttosto quella di un cecchino”. Perché c’è una differenza tra l’omicidio di Piscitelli e quello, altrettanto brutale, avvenuto lo scorso 10 gennaio, alla Magliana, ai danni di un altro pregiudicato, Andrea Gioacchini. Freddato con più colpi di pistola alla testa dopo aver lasciato la figlia in un asilo nido.

Entrambi i delitti potrebbero subito essere schedati come efferati regolamenti di conti all’interno delle diverse batterie criminali che, su una piazza romana dove i vecchi equilibri criminali sono saltati (e con essi, le storiche alleanze), si affrontano sanguinosamente per imporre nuove gerarchie di potere. Ma per spiegare la morte del “Diablo”, c’è chi avanza un’ombra ancora più inquietante. Un’ombra che si allargherebbe al di fuori e oltre la pista oggi più accreditata. Ovvero quella di un conflitto per uno “sgarro” con ambienti legati alla criminalità albanese e alla ‘ndrangheta.

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La Las Vegas di Roma

L’ascesa irrefrenabile di Piscitelli e dei suoi fedelissimi, dopo aver riconquistato l’egemonia sulla Curva Nord, si era incentrata, almeno fino al 2012, sul controllo di parte dello spaccio e della movida notturna di Ponte Milvio insieme alla batteria degli albanesi di Arben Zogu detto Riccardino e ai napoletani facenti capo al boss Michele Senese. Ma poi le mire del gruppo, complice il vuoto di potere, pare si stessero allungando su altri territori e settori economici più redditizi. Ci riferiscono di un’attenzione, “ma non di Fabrizio direttamente”, verso le insegne scintillanti dei Casino e degli Slot-palace lungo via Tiburtina, la Las Vegas de ‘noantri già utilizzata come location centrale di “Suburra”. Una lunga arteria stradale divenuta terra di conquista della Camorra e oggi, dopo le raffiche di sequestri e  di amministrazioni controllate, tornata al centro degli appetiti della criminalità indigena.

IUSDIABOLIK2E ancora. Sono in molti a non essersi lasciati convincere dalle dichiarazioni rilasciate, prima in video e poi davanti ai pm Nadia Plastina e Giovanni Musarò, del “fascista di Roma Nord”, legato a Carminati  (ma sicuramente non uomo di spicco del gruppo del Nero) e già condannato per usura in uno stralcio di Mafia capitale: Fabio Gaudenzi. “Chi ha ucciso Fabrizio, a mio avviso voleva perseguire anche un altro obiettivo più sottile: rafforzare la percezione di caos sul territorio e l’idea che Roma è allo sbando e necessiti di un nuovo “sceriffo” dopo la gestione di ferro del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Magari per indirizzare la nomina verso un profilo gradito allo Stato” – commentano scorrendo il video di “Rommel”  e alcuni what’s up di commenti ricevuti a caldo dopo la sua scioccante video-confessione – “Così si potrebbe interpretare il suo recitare malamente un testo, forse scritto da altri, dove lui si dichiara sodale di Carminati e di Piscitelli, a un mese dalla sentenza definitiva della Cassazione, quando Diabolik non l’ha mai nominato, almeno negli ultimi anni”.

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Il pm Giovanni Musarò

Regolamento di conti o “strategia della tensione” per tentare di pilotare, ancora una volta dopo lo scandalo “toghe sporche” del Csm, la nomina del capo della Procura più importante d’Italia? Per ora, il movente dell’agguato resta ancora un rebus. Ad aiutare a scioglierlo potrebbe forse essere l’ultimo uomo che aveva un appuntamento, quel fatidico 7 agosto, con il capo degli ultras laziali.

Secondo una nostra fonte, Diabolik avrebbe dovuto incontrare, in serata, uno dei suoi amici più intimi di nome Manuel, presente anche ai funerali, in parte ripresi dalle telecamere di “Report”. Un ultimo appuntamento, non con un ultras, a cui Diabolik  non si è potuto presentare.

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