“Ho preso dieci anni senza che nessuno mi abbia mai domandato niente..”. Mafia Capitale vista da un condannato in attesa di sentenza

di Beatrice Nencha

Alla fine del maxi-processo “Mafia Capitale”, in Appello Claudio Caldarelli si è visto infliggere, come altri suoi ex colleghi della cooperativa sociale “29 Giugno”, il famigerato articolo 416 bis del codice penale. Ovvero il reato di associazione mafiosa, con una condanna pensante a 9 anni e 4 mesi di reclusione. In attesa della pronuncia definitiva della Cassazione, il prossimo 16 ottobre, le sue affermazioni – raccolte in un libro scritto mentre era ancora in carcere – presentano uno sguardo inedito, certo di parte, su come gli imputati “minori” hanno vissuto, dall’altra parte dell’Aula bunker di Rebibbia, la loro condizione di presunti sodali di un’associazione di stampo mafioso. Capeggiata, per la Procura di Roma, proprio dal loro capo Salvatore Buzzi e dall’ex Nar Massimo Carminati, condannati in Appello a 18 anni e 4 mesi il primo e a 14 anni e 6 mesi l’altro.

Caldarelli è stato il presidente della coop “Formula sociale”, inserita nel consorzio “Eriches 29”, ed era l’uomo incaricato da Buzzi per trattare gli appalti legati al Verde e gestire i rapporti con gli ambienti vicini al centro-destra, da sempre sua area politica di appartenenza.

Partiamo dal principio: chi è Claudio Caldarelli e quando incontra Salvatore Buzzi?

“Io ho fatto l’assessore per 12 anni nel centro destra. Ero vice presidente della cooperativa Florovivaistica del Lazio e nel ‘92 siamo noi ad aiutare la “29 Giugno” a crescere, prestando una fidejussione bancaria di circa 100 milioni di lire per avviare l’impresa. Lì conosco Buzzi ed Emanuela Bugitti e per questo, quando resto senza lavoro, Buzzi mi chiama nella sua cooperativa, che nel frattempo si era affermata. Ho fatto l’assessore a Fiumicino, a Cerveteri, al 19 Municipio di Roma (Balduina). Quando ricoprivo questi incarichi, le coop di Buzzi non hanno mai vinto, nonostante gestissi bandi importanti per i servizi sociali. Nel 2010/11 Buzzi mi mette a stipendio e mi dà 1800 euro al mese. Prima ne guadagnavo 5mila. Nel 2012 riesco ad avere lo stipendio da dirigente, 3200 euro al mese. Mi occupavo di 4 tematiche: Bioparco di Roma, 1 Municipio, V Dipartimento e Anguillara per il servizio dei rifiuti urbani. Non mi sono mai occupato di migranti”.

Tuttavia finisce anche lei intercettato durante le indagini di “Mafia Capitale”

“Vengo intercettato dal 15 novembre al 31 dicembre 2012. Purtroppo nessuno mi ha intercettato quando sono stato assessore ai Servizi sociali del 19 Municipio e gestivo gare da 6 milioni di euro in cui partecipava anche “Abc”, una delle coop di Buzzi, che non vinceva mai. Come non vincevano ad Ardea, a Fiumicino e a Cerveteri dove pure ho fatto l’assessore. Io non andavo nemmeno alle riunioni in sede perché Buzzi sul lavoro ti stava sempre col fiato sul collo. Spesso al telefono con lui millantavo di stare al V Dipartimento, mentre magari ero in tutt’altro contesto. Detto questo, ammetto che nella “29 Giugno” si stava bene: c’era la busta paga ogni mese e ti interessavi solo al tuo stipendio e al mantenimento del tuo posto di lavoro”.

001 (2)La Procura le contesta di aver partecipato alle riunioni con il jammer che si sono svolte in presenza anche di Carminati nella sede della coop in via Pomona. Riunioni dove tutti i presenti sapevano chi lui fosse

“Io Carminati l’ho incontrato a novembre o dicembre 2012 ma non lo conoscevo. A dicembre esce l’articolo dell’Espresso, che io non vedo, sui quattro “Re di Roma”. Dopo un paio di giorni viene da me Carlo Guarany, mi mostra l’articolo e io esclamo: “Me cojoni, ma che fa questo da noi?” Guarany mi dice che è un amico di Salvatore. Carminati arrivava in ufficio alle 9, scambiavamo un buongiorno, prendevamo il caffè, parlavamo dei gossip amorosi in cooperativa. Dell’incontro con Riccardo Mancini io non sapevo nulla, l’ho appreso in carcere. Un giorno abbiamo fatto anche una riunione proprio su questa sua presenza in cooperativa ma Buzzi ci rassicurò: “Tutto a posto, garantisco io”.

Perché ritiene che Buzzi si sia “infatuato” all’istante di Carminati? Lui sicuramente il passato criminale del Nero lo conosceva e non poteva ignorare che fosse un passato ancora potenzialmente pericoloso

“Carminati all’inizio era un conoscente di Buzzi, il quale se ne innamora come purtroppo spesso gli accade. Però Carminati non dice mai nulla a Buzzi, non gli anticipa niente riguardo agli affari, non conosce nessuno e non conta nulla da noi. E’ Buzzi che gli racconta tutto e il rapporto si trasforma in una sorta di confessorio. Ma dove è Buzzi che gioca tutti i ruoli. Salvatore io lo conosco da anni e questo fatto di essere stato in galera, per lui era un valore aggiunto, ne faceva quasi un vanto. Ma per me era una sua debolezza, per nascondere un suo complesso, perché il passato in carcere lo aveva segnato. Salvatore, per la sua storia personale, era portato a intrattenere rapporti con questi personaggi, ecco perché io e lui non avevamo rapporti famigliari, perché le nostre storie erano diverse, tanto che un giorno fu lui stesso a dirmi: “Carlo, tu non sei dei nostri”. Ma quando c’era la Coppa dei Campioni, io e lui, soli, andavamo a vederla assieme..”

Perché con tutti gli imprenditori disponibili su Roma, Carminati viene presentato proprio alla “29 Giugno” che è una cooperativa rossa, come se lo è spiegato?

“Perché Carminati aveva trovato la gallina dalle uova d’oro con Buzzi, che in lui aveva la massima fiducia. Inoltre il suo prestigio sociale, grazie all’inchiesta dell’Espresso e a voi giornalisti, lo fa assurgere a Re di Roma autentico. Da quel momento, lui è campato di rendita in quegli ambienti. Salvatore si fidava ciecamente, non è andato nemmeno a controllare l’importo dei lavori che gli aveva affidato. E ribadisco che a noi, come cooperativa già affermata, Carminati non porta alcun valore aggiunto: al Comune non ci presenta nessuno, alla Regione nessuno, al governo non ne parliamo. Ci presenta solo Fabrizio Testa e io, dopo dieci giorni che l’ho conosciuto, mi ricordo che tornai da Buzzi e gli dissi che non ci volevo avere a che fare perché raccontava duemila cazzate, era una persona totalmente inattendibile”.

Ci sono però i soldi investiti dal Nero nella Cooperativa: c’è l’appalto per l’ampliamento del campo nomadi di Castel Romano e quello dei pasti del Misna. Episodi in cui Carminati si offre in veste di imprenditore e socio (occulto) della “29 Giugno”

“Il bello è che Carminati non ha nemmeno portato soldi. Lui è la classica persona sveglia, che trae il suo utile da quello che fanno gli altri. Ha sfruttato al meglio, per se stesso, la situazione. Ma è Salvatore che gli predispone tutto. L’intelligenza di Carminati sta nel fatto che la sua metà di capitale è la metà di niente. Carminati si è rivolto infatti ad Agostino Gaglianone per eseguire i lavori per il campo nomadi di Castel Romano. Fa l’accordo con Gaglianone, spiegando che l’avrebbe pagato a posteriori coi soldi rimborsati dal Comune, quindi una partita di giro. Buzzi invece pensa che Carminati abbia anticipato per quei lavori 500mila euro, e non sa quanto Gaglianone abbia chiesto in realtà a Carminati. La famosa “cresta” che ammetterà poi al processo. E Gaglianone accetta subito la proposta di Carminati: a lui, che è un “burino” di Sacrofano, deve essergli sembrato chissà quale affare prestigioso!. Così gli ha sparato 200mila euro, poi è venuto fuori 160mila, e Carminati non ha fatto una piega. A Buzzi il preventivo di questi lavori glielo ha fatto il tecnico della cooperativa: 500mila euro per fare le casette e 500mila euro per il movimento terra. Ma è Carminati che gli propone di affidare a lui il movimento terra, furbescamente, perché al contrario dell’altro appalto, sa che i container vanno pagati subito. Salvatore gli spiega anche che non ha soldi da anticipargli e Carminati lo rassicura che aspetterà i tempi dei pagamenti del Comune”.

Mentre la vicenda dell’appalto per pasti per i migranti come la spiega?

“La stessa operazione si verifica con la commessa per i pasti realizzata da Giuseppe Ietto (assolto in secondo grado assieme a Stefano Bravo, Pierino Chiaravalle, Sergio Menichelli, Daniele Pulcini, Nadia Cerrito, Rocco Ruotolo e Salvatore Ruggier, ndr). Carminati, amico di Ietto, propone a Buzzi di farlo lavorare, offrendo uno sconto di 0, 50 centesimi a pasto. E gli fa affidare i pasti per un centro immigrati di Anguillara. Anche qui, i debiti accumulati, pari a 500mila euro di pasti, dovevano andare poi a Ietto. Nel totale della contabilità di Buzzi e di Paolo De Ninno, però, figurava che Carminati dovesse avere un milione per i lavori del campo Rom (fatti da Gaglianone) e dei pasti (fatti da Ietto). In realtà, lui non ha mai cacciato una lira e i soldi non erano i suoi, infatti sarebbero dovuti andare a questi altri. Cosi lui guadagnava due volte però:  sul campo nomadi, l’accordo con Buzzi era che avrebbe ripreso i soldi tra due anni, ma con 100mila euro in più di interesse. Quando in realtà è venuto fuori che quel lavoro lui lo pagava meno. Ma questa era un’operazione commerciale, che gli ha sottoposto Buzzi. Per questo poi Carminati dice a Buzzi la famosa frase: “Se mi succede qualcosa, i soldi tienili tu”. Perché risultava che i soldi investiti fossero i suoi, e non voleva che Buzzi andasse a parlare con altri. Per questo dico che gli interventi di Carminati nella cooperativa sono stati nulli”.

In totale lei ha scontato, dal giorno del suo arresto, 32 mesi in carcere, prima a Tolmezzo e poi a Rebibbia. Non era mai entrato in prigione prima di allora, cosa ha provato in quel periodo?

“Io sono stato recluso in regime di massima sicurezza e la cosa brutta è che ti mettono insieme a persone del calibro di Riina, a Tolmezzo stavo con un personaggio che aveva  due ergastoli.. Certo ti rispettano per l’anzianità ma non puoi mettere imprenditori veri insieme a criminali veri, rischi che tiri fuori veramente il peggio da entrambi. A Rebibbia ero con Pucci e Guarany, nel padiglione C. Io stavo meglio a Tolmezzo, si mangiava meglio, era più pulito. La vita del carcere è una routine: la mattina ti alzi alle 8, fai la doccia, poi alle 8.30 fai due ore di camminata. Io difficilmente andavo in cortile, ero uno dei pochi che non socializzava, parlavo solo con Gaglianone perché ero incuriosito di capire com’era andata la vicenda di Castel Romano. Quando stai dentro la cosa brutta è che pensi solo alla famiglia, non sai mai come staranno. Guarany era dimagrito parecchio, si chiudeva in bagno e non usciva più, si graffiava, gli venivano delle infezioni e gli altri detenuti si stranivano. Noi eravamo in 5 nella stessa stanza, con un solo bagno. C’era la macchinetta per il caffè e, in generale, se ti facevi gli affari tuoi, nessuno ti diceva niente”

caldarelli libroChe cosa ha pensato subito dopo il suo arresto e quando ha potuto leggere le prime carte?

“Quando mi sono venuti a prendere a casa ero uscito, stavo in macchina. Noi della “29 Giugno” ci siamo subito dissociati tutti dall’accusa di mafia, ma non capisco – al di là dell’interrogatorio di garanzia effettuato subito dopo l’arresto, in cui è venuta la gip e io solo ho parlato – perché nessuno si sia mai più interessato a me. Ma se sono cosi importante, porca miseria, come mai nessuno ha sentito l’esigenza di ascoltarmi più accuratamente? Altra cosa strana è che Il 1 agosto 2014 c’è l’iscrizione di tutti al 416 bis e io non ci sto, mi danno solo due reati fine. Ma al termine del processo d’Appello sono stato condannato a quasi a 10 anni di reclusione, senza nemmeno le attenuanti generiche, anche se sono incensurato. In primo grado la presidente del Tribunale Rosanna Ianniello ci aveva tolto ha la mafia ma ha tenuto sempre alte le pene. A me non ha levato nulla, nemmeno un reato fine.. Con l’Appello, mi hanno dato il 416 bis con l’aggravante mafiosa del’articolo 7. Sono uscito con sei capi di imputazione, in uno dei quali risulto solo “moralmente” coinvolto, la vicenda del “Deposito Locomotive”, eppure mi hanno dato degli anni anche per quella. Il procuratore generale Pietro Catalani, in Appello, era favorevole a proporre per tutti noi della coop il patteggiamento, ma poi è stato stoppato dalla Procura di Roma.. E pensare che nel 2012 avevo deciso di andarmene ma proprio allora mia figlia e mio genero, che lavorano in ospedale, per 6 mesi non hanno percepito stipendio e così ho scelto di rimanere per sostenerli. Altrimenti sarei andato via, mi mancava poco alla pensione”.

Sulla sua esperienza, dei mesi in carcere e del maxi-processo, lei ha scritto anche un libro. “Mafia capitale. La verità raccontata da un protagonista” (Ps Edizioni). Che messaggio ha affidato alla scrittura?

“Che il 416 bis non può essere fatto sulla pelle di persone che non c ‘entrano nulla. Ho iniziato a scrivere il libro in carcere, poi  l’ho portato in giro ovunque fossero interessati a un dibattito senza preconcetti, difendendo il mio pensiero anche grazie a Radio Radicale, ma nessuno della grande stampa  lo ha recensito né ha avuto interesse a leggerlo”.

 

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