L’omicidio di Diabolik è la bomba o l’innesco? In autunno a Roma non cadranno solo foglie

di Alessandro Ambrosini

Roma non sanguina. Roma “butta” sangue, quando i corpi senza vita rimangono sul selciato o sul terriccio di un parco. E il sangue, questa volta, non è solo quello di un uomo ma è quello del capo curva più famoso in Italia e all’estero: Fabrizio Piscitelli, per tutti gli ultras solo Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio. Cinquantatré anni da poco più di un mese, romano doc.

Ieri, verso le 19, Fabrizio era seduto su una delle panchine del Parco dell’Acquedotto, zona Cinecittà. Probabilmente aveva appuntamento con qualcuno, qualcuno che conosceva ma che non si è mai presentato. Nel sentiero antistante alla panchina la gente scorre correndo, è una prassi consolidata da molto tempo ormai. Non si fa caso a chi passa. Sono uomini, donne, ombre.  E non ci si accorge di chi, vestito da runner e forse a volto coperto con un copricollo al naso, ti spara alle spalle un colpo di pistola calibro 7,65. Arma difficilmente letale se usata sulla distanza, ma definitiva quando ti colpisce dietro l’orecchio sinistro, da pochi metri o centimetri. Un colpo chirurgico così è morto Fabrizio Piscitelli. Senza sapere chi l’ha ucciso, senza poter fare un’ultima rapida connessione tra l’azione e il movente. E questo è un dato importante.

LE DUE VITE

Ci sono due vite da analizzare quando si parla dell’ex capo degli Irriducibili: da una parte il suo mondo di ultras laziale e dall’altra il suo essere legato alla criminalità organizzata. A volte due linee parallele e distanti, a volte due linee che s’intersecavano pericolosamente. Non è apologia dire che una parte del suo potere in curva era determinato dal suo pedigree criminale, è una realtà. Come sarebbe falso dire che il suo carisma era dato solo da quello. Piscitelli aveva amicizie pericolose, aveva business illegali pericolosi, aveva una “batteria” pericolosa. Era vicino a un clan potente ma oggi non inattaccabile: il clan Senese. Camorra di Afragola, da decenni a Roma. Dove il capo è e rimane Michele Senese, detto ‘o pazzo. Uno dei “cinque re di Roma”.  Un clan che controlla la zona sud-est della Capitale in ogni traffico illecito. Soprattutto di stupefacenti.

0106-Orial-Kolaj-Vs-Dario-CichelloPiscitelli aveva legami con i Senese dai primi anni ’90, esattamente con Angelo Senese, il fratello del boss. La formazione di una sua “batteria di albanesi” lo pose subito in evidenza come soggetto fondamentale per l’espansione dei “napoletani” fino a Ponte Milvio. Nella Roma di Carminati avere buoni “soldati” era un passaporto fondamentale. Comandava personaggi quali KOLAJ Orial alias “il puglie, ZOGU Arben alias “Riccardino” e SHELEVER Yuri. Una “batteria” alle dipendenze dei fratelli Esposito, rappresentanti a Roma Nord del clan di Afragola e anche del clan Pagnozzi. Tutti nomi che hanno fatto la storia criminale di Roma negli ultimi decenni. La prova evidente di una piovra che non ha confini e tempo. Esistono ovunque, esistono da “sempre”.

E’ solo nel 2013 che per Fabrizio Piscitelli viene spiccato un mandato di cattura che la Guardia di finanza non riuscirà a portare a termine per la fuga dello stesso. Un mese di latitanza con una carta d’identità falsa non lo salveranno dall’arresto durante una partita della sua Lazio, a Casalotti. L’accusa fu di aver promosso e organizzato un traffico di hashish tramite un suo corriere dalla Spagna. Centottantacinque chili di stupefacente dentro il fondo di un camion. Hashish che doveva essere smerciato nella zona sud di Roma. Sicuramente con il beneplacito di chi “governa” quella parte di Roma (Senese-Pagnozzi).

Una storia, quella di Piscitelli, che racconta la storia di Roma criminale negli ultimi decenni. Storie che s’intersecano con le pagine più nere della cronaca romana, dai “napoletani del Tuscolano” a Mafia Capitale. Come protagonista o “di striscio”, il suo nome è sempre stato presente e legato a figure per cui vivere o morire è sempre stata una questione da pesare o da contare.

I MOVENTI 

Dare un perché alla morte di Fabrizio Piscitelli non è semplice, ma è possibile. Tra i moventi plausibili, l’unico che si potrebbe escludere è proprio quello dello stadio. Le due gambizzazioni avvenute nel 2007 e nel 2013 al predecessore di “Diabolik”, quel Fabrizio Toffolo che insieme a Piscitelli governò la curva Nord dell’Olimpico, non sono mai state addebitate alla vittima di oggi e probabilmente nascono da due situazioni diverse. Anche se le voci maligne hanno sempre imposto un nome e un cognome a questi due fatti. Ma sulle voci nessun ultras emetterebbe mai una condanna a morte e non la emetterebbe in ogni caso. Chi conosce anche marginalmente quel mondo sa benissimo che non è mai contemplata una “sentenza” di questo tipo. Oltretutto, se di vendetta si volesse pensare non collimerebbe con il fatto di sparargli alle spalle. Non facendo sapere alla vittima chi è stato il suo carnefice. Una mancanza inaccettabile per una punizione definitiva.

4400898_2073716B-EAD9-4501-BC72-C75B97345959In realtà, i due moventi più forti sono entrambi legati alla criminalità organizzata e al traffico di stupefacenti. Ovviamente queste sono congetture che possono essere estrapolate da fatti e circostanze della vita di Piscitelli e da una certa “attività tellurica” nella stessa zona dove è avvenuto l’omicidio di oggi. Forse non è un caso che, nello stesso quartiere, ad aprile, è avvenuta una sparatoria con due gambizzati, fuori da un bar. Entrambi con precedenti per droga, alla luce del sole e con il pericolo di colpire i passanti. Azione fatta o da elementi fuori controllo o da professionisti.

Sapendo che Cinecittà, come piazza criminale è una zona sotto l’influenza dei Senese e dei Pagnozzi (il boss ha ottenuto l’annullamento dell’ergastolo in Cassazione il 13 giugno…), due clan che Piscitelli conosceva bene, si spiegherebbe il fatto che a quell’appuntamento ci sia andato da solo. Magari per incontrare qualcuno con cui non voleva farsi vedere, da nessuno. Si può pensare che i rapporti con i “sodali di vecchia data” si siano deteriorati nel tempo e che non fossero più accettabili da parte sua le parole: errore, ritardo o autonomia d’azione.

Altro scenario, forse peggiore del precedente, è che nel gioco di potere di Roma qualcuno cerchi di sovrastare l’altro. E che Piscitelli sia stato considerato un buon bersaglio da colpire, in una guerra sotterranea che fa emergere solo morti o gambizzati. E non parlo solo dei Senese o dei “napoletani del Tuscolano”, a livello di faida interna. Roma ha equilibri delicati a livello criminale e nuove leve che cercano di sfruttare i vuoti di potere.

In entrambi i casi, l’autunno non prometterà niente di buono. L’omicidio di oggi non rimarrà impunito e questa è quasi una pericolosissima certezza. Ciò che succederà sarà forse una riproposizione delle annate terribili del 2011 e del 2012, dove i morti si contavano settimanalmente per le strade. Dove il sangue si “buttava” sulle strade di Roma.

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