“L’antimafia di potere” e la sua paura per la verità

di Alessandro Ambrosini

E venne il giorno in cui la cosiddetta “antimafia”, quella fatta di associazioni più o meno utili, più o meno asservite a logiche di potere o politiche sbarcò in Veneto.

Era l’inizio di Gennaio 2019 (sembra passato un secolo), quando a seguito di arresti e sequestri, le forze dell’ordine, riuscirono a chiudere il cerchio su alcune “colonie “di affiliati al clan dei Casalesi e della ‘ndrangheta di Cutro. Batterie di uomini residenti da anni in Veneto, che fecero il bello e cattivo tempo alla luce del sole. A braccetto, a supporto delle nuove generazioni d’imprenditori e di colletti bianchi che, della professionalità dei padri, tennero solo la voglia di emergere e di far moltiplicare il capitale. Anche in modo illecito.  Il tutto nel mezzo di una crisi economica che dura da più di un decennio e in una società veneta ferita a morte dal suicidio volontario delle banche “di paese”, o per meglio dire delle banche che cercarono di diventare “banche di sistema” senza averne le possibilità. Un potere mafioso inclusivo, radicato, conosciuto e molte volte evitato da chi poteva e doveva denunciarlo.  Prima non c’erano antidoti o deterrenti all’avanzare delle mafie nel nostro territorio?

A dire il vero, l’”antimafia di potere”, era già presente in Veneto. In forma sparuta, senza mordente, impalpabile. Arroccata su quella mafia del Brenta che ormai aveva poco da regalare poiché tutti erano stati arrestati e che il loro boss era diventato un “collaboratore in pensione”, coperto da chissà chi e per chissà quale motivo. Questo non è mai interessato troppo. L’antimafia di potere, in genere, non si fa molte domande scomode, non le ha mai fatte, non ha mai cercato di capire oltre a ciò che altri volevano che si sapesse. Ha seguito e continua a seguire le inchieste già chiuse della magistratura senza battere ciglio. Una totale apatia che ha creato l’oasi perfetta per “aggiustamenti” e “macchinazioni” di vario genere.

In Veneto, questa entità astratta, è sempre rimasta molto lontana dai fatti, molto staccata.  Usata più che altro in chiave politico-propagandistica come certificato di legalità. Una legalità da sfoggiare, da usare come patente di credibilità, da avere e da dare. Basta ricordare il caso S.e.s.a, fatto emergere dall’inchiesta di Fanpage. Pochi mesi prima, proprio Lega ambiente, aveva  insignito l’azienda di un premio e Don Ciotti, presidente e fondatore di Libera, l’aveva visitata incensandola di belle parole, per poi scoprire che riversavano sul territorio veneto del compost mischiato a rifiuti come idrocarburi, vetro, metalli, plastica. Metodi degni di Gomorra.

“L’antimafia di potere” veneta non vide, non sentì, non parlò. Non fece quello che idealmente avrebbe dovuto fare: la sentinella, l’avamposto d’ascolto del territorio, l’antenna dove recepire ciò che le forze dell’ordine non riescono a captare.

“L’antimafia di potere”, quella che fa business e rende poco o niente alla società, è solo un megafono. Un pappagallo utile per raccontare mille volte ciò che le procure producono. Un “lavoro” retribuito bene in termini di visibilità e sotto forma di finanziamenti che i vari enti, e lo Stato, elargiscono per quest’opera meritoria. Meritoria ma parzialmente inutile. Ed essendo “strumento consapevole”, molte volte, sono usati come “sigillanti” di verità scomode. Di quelle verità che è meglio non cercare, che è meglio non dire.

Quando si leggono articoli sui giornali del “problema mafioso in Veneto”, l’impressione è che questi professionisti della penna, e dell’antimafia, siano stati catapultati nel territorio da Marte. Non hanno coscienza e conoscenza di un passato prossimo fatto di parole mai dette, inchieste mai fatte, arresti mai avvenuti che, al netto dei risultati, ridisegnerebbe la storia di un territorio e forse dello Stato in cui viviamo. Neoscrittori, neotuttologi del fenomeno mafioso in Veneto si moltiplicano sotto l’avanzare dell’antimafia di potere, uomini e donne che s’impegnano in copia e incolla di storie sapute e risapute. Non dagli “addetti ai lavori”, ma da chiunque abbia la facoltà di leggere un giornale o ascoltare un telegiornale. Fiumi d’inchiostro su atti di processi, ordinanze e semestrali della Dia. Cose che reputo estremamente importanti ma certamente riduttive al fine di creare una barriera all’incedere del malaffare nel territorio. Sembra quasi un sacrilegio andare oltre ciò che ci vogliono far sapere le procure, che in Veneto non hanno certo un passato adamantino. Anzi. Per questo, accendere le sinapsi e usare i carteggi per andare oltre è quasi blasfemo

“L’antimafia di potere” ha i suoi soldati, i suoi nomi, i suoi argomenti. Blindati nella coscienza di essere detentori di verità conto terzi, inoppugnabili. Personaggi che si ritrovano a essere figuranti di un gioco il cui fine è più legato al controllo che alla soluzione di un problema. Nomi e volti al servizio di magistrati che non sempre hanno fatto il loro lavoro, come doveva essere fatto. Magistrati che hanno, a volte, girato la testa o peggio, davanti a fatti. Non a congetture. A dei fatti. “L’antimafia di potere” ha i suoi padrini politici cui rendere conto, i loro convegni blindati dove non c’è spazio per la verità celata, c’è solo quella controfirmata dai magistrati amici. Il che non vuol dire che non siano verità ma, in alcuni casi, lo sono al minimo sindacale. E non certo per motivi d’indagine.

“L’antimafia di potere” vive e prospera nella certezza che non esiste altro verbo al di fuori del loro. Non hanno capacità critica che scavalchi il credo ideologico e dei loro padrini politici. Se non sei legato al loro mondo targhetizzato a sinistra, tu non fai informazione. Tu “cerchi di ammaestrare la verità per scopi personali o ideologici”, “tu fai controinformazione per avvelenare i pozzi”, che molte volte sono paludi o stagni.

“L’antimafia di potere”, ideologizzata, è la pietra tombale della verità. E’ una macchina di controllo per indirizzare la lotta alle mafie nelle mani di pochi mettendo il cappello a una battaglia che dovrebbe coinvolgere tutti, indistintamente. E’ una rappresentanza distorta, nei suoi vertici, della società civile che si erge a baluardo della legalità. Un bluff voluto da pochi e subito da moltissimi. Ignari, inconsapevoli e intellettualmente onesti.

L’antimafia, quella vera, non fa guerra di trincea. Non aspetta, carica. L’antimafia, quella libera dalle ideologie, fa muro e avanza. Giorno dopo giorno, conquista centimetro per centimetro un pezzo di verità. Senza escludere niente, senza nascondere niente, senza celare “ragioni di Stato” che, molte volte, sono solo una frase tombale per nascondere verità inconfessabili. L’antimafia, quella vera, non stila classifiche di vittime di mafia più o meno degne di essere ricordate. L’antimafia, quella vera, ha un senso di giustizia che travalica le appartenenze politiche, le congetture ideologiche e l’aspetto più o meno conveniente degli argomenti da “aggredire”. L’antimafia ha senso se accompagnata dal coraggio di aprire le porte di quelle stanze dove, oggi come ieri, parti dello Stato banchettano insieme all’antistato.

 

 

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