Il Giorno della Marmotta di Marrazzo

di Beatrice Nencha

La vicenda umana e professionale di Piero Marrazzo sembra non trovare requie, come nella celebre commedia ”Ricomincio da capo” dove il protagonista si ritrova intrappolato in un loop temporale durante la ricorrenza del Giorno della Marmotta. Marrazzo però non è Bill Murray e le sue (dis)avventure non hanno nulla di comico. Piuttosto, sembra essere un uomo ancora inseguito dai fantasmi del suo passato, nonostante abbia messo tra sé e Roma una distanza di migliaia di chilometri.

E’ di pochi giorni fa la notizia della sua sospensione, da parte della Rai, “per presunte irregolarità nella gestione dell’ufficio di corrispondenza” di Gerusalemme. Il produttore esecutivo della stessa sede è già stato licenziato, mentre al giornalista vengono contestati degli ammanchi di entità “quasi irrisoria” in base a una lettera anonima inviata alcuni mesi fa all’azienda. Ma qualcosa non torna nella vicenda ed è lecito chiedersi se sia prassi consolidata di viale Mazzini dare credito ad ogni denuncia anonima (non sappiamo se la missiva sia stata anche inoltrata alla Procura di Roma, ndr), visto tutto il trascorso da cui è uscito l’ex presidente della Regione Lazio, prima di insediarsi come corrispondente da Gerusalemme. Un passato che potrebbe aver lasciato una scia ancora vivida di rancori e, forse, anche di ricatti.

Quasi un anno fa, a settembre 2018, ci contattò un amico di lunga data e, per sua definizione, “uomo di fiducia” anche in Rai di Marrazzo, autore di un libro dal titolo (seppur  ancora all’epoca provvisorio ) “Lomino – Mutande– Cocaina  –  Trans  &  Politica” dove si potrebbero forse trovare delle risposte al fato che sembra perseguitare il noto ex politico e giornalista. A noi sono stati inviati il sommario, l’indice e i primi tre capitoli, dove certo l’uomo potente e acclamato di un tempo (soprannominato “Il gladiatore” ai tempi d’oro della conduzione di “Mi manda Rai Tre”) non ne esce in maniera specchiata. Ma dal colloquio che abbiamo avuto con l’autore del libro sul contenuto e le finalità di questa opera, nell’autunno del 2018 ancora in cerca di editore, ci siamo chiesti se rimangono tuttora dei lati oscuri, o delle persone che ancora potrebbero avanzare richieste nei confronti di Marrazzo, anche all’interno del suo attuale ambiente lavorativo. Pubblichiamo il colloquio, premettendo che abbiamo omesso dei nomi di dirigenti che mai sono stati indagati per le vicende raccontateci, e che lo stesso ex governatore del Lazio non è mai stato indagato per nessuna delle condotte attribuite dal suo ex collaboratore nell’intervista. A dieci anni di distanza dallo scoppio del Marrazzo-gate, lo scandalo sessuale a base di ricatti e video che travolse la Pisana e vide la morte di due personaggi chiave dell’inchiesta (la trans Brenda e il suo pusher),  c’è da chiedersi se qualcuno potrebbe ancora voler screditare, se non addirittura ricattare, il giornalista. E forse questo racconto di 142 pagine – che ripercorre l’ascesa, la caduta e la riabilitazione di Marrazzo – potrebbe contenere qualche indizio al riguardo.

Fulvio Loru è l’autore del manoscritto depositato alla Siae, “lo definirei un pamphlet, o chi l’ha letto mi dice “una bellissima sceneggiatura” perché le descrizioni sono abbastanza dettagliate dato che io vengo dalla fiction”, ed è stato  “il regista” di Marrazzo del programma “Mi Manda Rai Tre”. Nel 2005 lo ha seguito alla Pisana e da allora ne ha sempre condiviso le alterne fortune, anche dopo la sua caduta nel 2009. Per prima cosa, Loru sgombra il campo dai sospetti sull’intenzione di pubblicare una sorta di biografia, non autorizzata ma che si annuncia esplosiva: “Se avessi voluto fare un libro scandalo, lo avrei fatto uscire al massimo un anno dopo la sua caduta politica. Riguardo lo scandalo sessuale di Marrazzo, non aggiungo niente, perché si sa tutto.. Questo è un racconto di vicende che ho vissuto in prima persona e spero serva a denunciare un sistema illecito insito in ogni Amministrazione, noto a tutti ma di cui nessuno parla”.

Dal titolo e dai primi capitoli si percepisce un po’ di rancore. A differenza di Marrazzo, lei non è più rientrato in Rai o comunque non la hanno più richiamata?

Non sono più rientrato e addirittura sono stato mandato via nel 2008 dalla Rai. Poi, dopo lo scandalo, mi sono trasferito in Polonia con i miei figli.

Come mai non ha più lavorato nella tv pubblica?

Fino al 2008 mi tenevano sul palmo della mano, poi deve essere successo qualcosa, prima dello scandalo che avvenne nel 2009. In seguito Marrazzo è tornato a lavorare in Rai ma attivamente solo dopo tre anni. E all’inizio è rientrato con un programma che fu chiuso dopo appena due puntate.

Facciamo un passo indietro: lei è entrato in Regione al seguito di Marrazzo dopo le Regionali dell’Aprile 2005, vinte trionfalmente con il 50,7% dei voti contro Storace

Esatto. Sono entrato in Regione da esterno ma ero sempre abbastanza “intimo”. Ero un habitué di tutti e due i piani della Presidenza alla Pisana.

Entra con un incarico ufficiale?

Assolutamente no ma ero “l’uomo di fiducia” per la Comunicazione: mi conoscevano tutti perché, oltre ad essere un professionista, per quattro edizioni ho diretto anche il “Roma  Fiction  Fest” finanziato dalla Regione.

Un rapporto fiduciario tra lei e il presidente?

Con il presidente e con il capo della Comunicazione, Michele Misuraca

Come aiutava Marrazzo in Regione, di che si occupava?

Dire che ero il “braccio armato” sembra brutto, diciamo ero il braccio destro del braccio destro di Piero Marrazzo, che era appunto Misuraca, per la Comunicazione. Io organizzavo gli eventi e i filmati che mi commissionavano.

Gestiva anche soldi pubblici?

Nel momento in cui arrivava l’appalto sì. Solo per il settore della Comunicazione giravano molti più fondi del dovuto. Parlo di spese fittizie per la Comunicazione che, tramite varie società e un giro di fatture per lavori mai eseguiti, tornavano indietro come somme in nero. Il principio del “sistema” per creare fondi neri per le spese.

Spese di che tipo?

Spese private: io consegnavo delle buste a una persona, poi queste buste arrivavano a lui e non so se poi se venivano suddivise tra altri.

Con “lui” intende l’ex governatore Piero Marrazzo?

Io non le consegnavo a lui, pur essendo amici fraterni, ma proprio per questo mai consegnate a lui.

Quindi a chi le consegnava queste buste?

Inizialmente a un suo amico intimo, che si aggirava nei meandri della Regione. Poi questo si fregò dei soldi e le consegnavo direttamente a una persona di fiducia dell’entourage.

Resta il tema: c’è una prova concreta che Marrazzo sapesse di questi soldi?

Tra me e lui c’erano dei cenni di conferma su determinate cose. Come quando mi precipitai a portagli via dei soldi, compresa una Bmw in prova che aveva tanto desiderato, poco prima che scoppiasse lo scandalo, perché c’era il sentore di una perquisizione a casa e io andai a porre rimedio a questa cosa.

Esponendosi così, lei stesso, anche ai rischi di un reato se l’avessero scoperta?

Certo, come quando io e un altro collaboratore ci stavamo prendendo il rischio di andare a Milano per trattare con i carabinieri, presso l’agenzia che aveva il famoso video, a suon di soldoni per non farlo uscire. Poi fortunatamente, durante la notte, arrivò una telefonata che bloccò la nostra partenza. Quel giorno stesso arrestarono i carabinieri a Milano.

Ma cosa ci avrebbe guadagnato per rischiare così tanto, persino nel momento in cui la vicenda era sotto l’attenzione degli organi investigativi: ha trattenuto  soldi?

Assolutamente no, tranne quelli guadagnati regolarmente con le mie società nei lavori di Comunicazione. Ma in quella partita dei fondi in nero della Comunicazione, quei soldi sono andati a loro.

A loro chi?

Io non li davo in mano a Marrazzo, le ho già detto.

Allora qual era il suo scopo?

Lì per lì ci siamo esposti per non essere scoperti tutti, me compreso. Andavamo a mettere una toppa. Tutto ciò che usciva dalla Comunicazione della Presidenza lo gestivamo noi. Facevamo le gare, “costruivamo” le gare. Solo per il famoso “Roma Fiction Fest”, l’ultimo anno che c’ero io, aveva raggiunto i sette milioni di budget.

Con questi meccanismi dei fondi neri che mi ha descritto?

Coi meccanismi delle gare

Delle gare truccate, intende?

Di che parlamo sennò (ride). Tenga presente che sono quelle cose, quei luoghi comuni, che tutti sanno ma di cui nessuno parla.

Ma lei è consapevole che inserendo questi “luoghi comuni” nel suo libro, si assume dei rischi rispetto a se stesso e alle persone che coinvolge in correità?

Posso prendere delle querele per diffamazione, ma basta andare a prendere gli atti, sono pubblici, di tutti i lavori della Comunicazione del “Roma Fiction Fest”, per esempio, per trovare tutti gli incroci delle varie società che partecipavano a queste gare. Basta fare quello e si capisce subito il meccanismo.

Ma erano gare o assegnazioni?

Erano essenzialmente gare, anche se c’era anche qualche assegnazione diretta.

Quindi la spartizione di questi fondi era decisa a tavolino?

Certo. Basta vedere le società partecipanti, quelle che hanno vinto, e vedere le fatture emesse per tutte le società, il tipo di lavori che erano inventati per la maggior parte, perché così la Regione pagava e tornava indietro una buona parte dei finanziamenti. E’ il “sistema” insito in tutte le Amministrazioni pubbliche, ripeto.

Lei può affermare l’esistenza del “sistema” solo dove lei lo ha riscontrato

Infatti io parlo solo della Comunicazione.

Di che importi si trattava per questo settore?

Tolto il Festival, ogni gara non raggiungeva mai la cifra per fare scattare la soglia europea del bando e se la superava, si spacchettava per distribuire a più soggetti

E questi soggetti erano tutti consapevoli?

Certo.

Erano soggetti che elargivano fondi in campagna elettorale?

Non erano società che finanziavano le campagne elettorali ma erano soggetti assolutamente consapevoli, altrimenti come fai..

Da come lei la racconta, sembra una pre – Mafia Capitale

Chiamiamola come vuole, certo non facevamo male a nessuno a livello fisico né con minacce.

Però è un sistema che presuppone che tutti gli imprenditori beneficati fossero collusi

Certo, anche se c’è da distinguere bene chi è il corruttore e chi è il corrotto. E’ facile dire che è l’imprenditore che ha corrotto il politico. O invece è il politico che usa l’imprenditore per i suoi interessi?

Secondo lei?

E’ la politica che si costruisce a tavolino gli imprenditori, che sono uomini di fiducia. Io ero un regista e un uomo di fiducia ma sono stato costruito ad hoc per entrare in questo sistema insito dentro le Amministrazioni.

Cosa significa “costruito ad hoc”, che cosa avrebbe dovuto dire agli imprenditori?

Io sono stato presentato a Sviluppo Lazio, una delle innumerevoli agenzie regionali, sono stato presentato al direttore e al suo sottoposto, con tutte le raccomandazioni del caso, per costruire le gare.

Si rende conto che se tutto quello che racconta fosse vero, il suo sarebbe un libro da spedire subito in Procura?

E’ un racconto da Procura, ma solo se la Procura viene sollecitata ad indagare.

Anche se dopo dieci anni, questi eventuali reati saranno andati prescritti

Si perché non c’è il rischio di reiterazione, nessuna di queste persone occupa più questi ruoli.

Marrazzo o altri che lei accusa di aver intascato tangenti la potrebbero denunciare per diffamazione, non teme una pioggia di querele dopo la pubblicazione?

Sì, se si vuole aprire il vaso di Pandora in Procura. Perché se mi denunciano per diffamazione allora io verrò interrogato, e posso dire alla Procura gli anni, le gare, le cose accadute in Regione, in alcune Fondazioni o a Sviluppo Lazio. Ad ogni modo, io non punto mai il dito su nessuno nel libro, io parlo di me.

Non punterà il dito, ma già dal titolo si evince che tutto ruota intorno a Marrazzo e agli uomini che stavano intorno a lui

Tutto ruota attorno all’armata Brancaleone che si è portato in Regione, con nessuna esperienza di politica né di amministrazione pubblica. Certo la persona di fiducia fa tutto per te, anche andare a Milano con i soldi per cercare di fermare un ricatto. Come ci fu poi un altro tentativo, partito direttamente da Marrazzo, in extremis e a scandalo ormai scoppiato, per tentare di accordarsi con l’avvocato dei carabinieri per mettere fine a questa storia, anche se loro erano già in carcere.

Per comprarne il silenzio, sta dicendo?

Poi la cosa non andrò in porto anche se uscì una mezza notizia sui giornali. Marrazzo era disposto a qualsiasi cosa per cancellare quel “neo”. Perché l’unico suo problema, dopo lo scandalo, è stato ammettere le sue debolezze personali. Lui doveva cancellarle, annullarle. Se ne andò addirittura in convento. E si ricorda dove andò in convento?

Francamente no

A Montecassino, da un padre abate. E che scandalo ha fatto il padre abate?

Non lo ricordo, lo ammetto

Era don Pietro Vigorelli che fu accusato dalla Procura di aver sottratto circa 500mila euro alla Curia, la vicenda è finita su tutti i giornali all’epoca, per sperperarli in ristoranti, balletti, cocaina, ecstasy… Questo venne fuori dopo, ma questo padre abate era molto vicino alla Regione. Benedetto XVI fece una visita a Montecassino, con la Regione che sponsorizzò tutto.

Marrazzo già conosceva l’abate?

Ha avuto senza dubbio a che fare con lui perché ci fu questo grande evento, la visita pastorale del Papa, dove la Regione Lazio gli ha donato tanti soldi, oltre a un fabbricato che doveva poi diventare una casa famiglia, e ha messo a posto vari svincoli per questa occasione. Io feci un filmato di 50 minuti su quella giornata, senza un appalto ma su mandato diretto di padre Vigorelli, per un costo di 250 mila euro.

Soldi fuoriusciti sempre dalle casse della Pisana?

Erano soldi della Regione andati direttamente a padre Vigorelli, con l’intesa che questi 250mila euro dovessero tornare al regista di questo filmato, ovvero a me.

E di questi 250mila euro lei che ne fece?

Una parte li ho tenuti per la società, perché per realizzare questo filmato erano a disposizione otto persone per due giornate di evento, e una parte è tornata indietro. Lì ci sono stati pochi impicci di fatturazione perché era un affidamento diretto, anche se in seguito padre Vigorelli non me lo voleva più pagare perché, nel frattempo, era scoppiato lo scandalo.

Ma chi può credere che un filmato di 50 minuti costi 250 mila euro, non venivano rendicontanti i costi di produzione?

No perché passava tutto non dalla Curia ma direttamente dall’abate, che mi ha pagato solo dopo un anno, mettendo l’avvocato. Questi soldi sono andati a me perché io ho fatturato per quel lavoro, che era vero. Poi se dei 250mila euro una parte, 150 o 130 mila, sono tornati indietro in nero..

Però lei ha detto che questi soldi le sono stati ridati dopo un anno dallo scandalo Marrazzo, quindi a chi è andata questa eventuale parte di provvista in nero?

Quelli lì sono gli unici soldi che sono rimasti in società, ma rendiamoci conto che parliamo dei “resti”. Di quelli che, come si dice a Roma, sono “gli spicci” perché ormai era finito tutto.

Le vicende dei trans che spazio occupano nel suo libro? Un capitolo si intitola “L’indispensabile capriccio”

Se ne parla vagamente, non entro nei pettegolezzi. Quella vicenda è sporchissima ma Piero ci è capitato dentro per caso. Lui arrivò a pagare anche 5mila euro ogni volta, pensando di comprare il silenzio dei trans. Sicuramente il ricatto era legato a qualcuno di loro o al pusher, che poi è morto nell’albergo sulla Salaria.

Anche la trans Brenda fu trovata morta in casa, in circostanze inquietanti

Chi sapeva di più di questa vicenda è morto. Forse quel giro lì apparteneva ai Casalesi o a qualche altro soggetto forte? Ma che non ha niente a che fare con lo scandalo di Marrazzo, che sicuramente avrebbe potuto gestirla meglio, questo sì.

Lei sapeva di una sua presunta dipendenza da stupefacenti, per come sarebbe stato ripreso nel famoso video con trans e coca, che doveva servire per ricattarlo?

Affatto perché non era dipendenza, per quanto ne so io. Piuttosto era un consumo molto occasionale, infatti nel libro c’è scritto che c’è stato un periodo, poi terminato che io sappia. Questo filmato quasi nessuno lo ha visto in realtà perché non uscì mai fuori, nonostante qualche redazione lo avesse ricevuto, non venne diffuso per motivi di privacy.

Ma cosa c’era realmente dietro a questo video-ricatto e dietro allo scandalo trans secondo lei? Si parlò anche di uno scontro politico in Regione, è plausibile?

Il ricatto presumo sia andato come ha ricostruito la magistratura. Marrazzo, che fu beccato in quel contesto forse con la collaborazione della trans o di altri, fu ricattato dai carabinieri intervenuti. Lui ha staccato tre assegni ma, appena rientrato in Regione, è andato dal suo segretario personale e gli ha detto di fare una denuncia di smarrimento del libretto e quindi li ha bloccati. E’ per quello i carabinieri si sono incattiviti, minacciando di portare il video ai giornali. Ma lui ha scelto la maniera peggiore per uscire da questo problema. Mentre sarebbe dovuto andare subito in Procura e dal capo della polizia a denunciare tutta la vicenda del ricatto.

Nemmeno a voi del suo entourage più stretto Marrazzo disse nulla?

Niente. Anche durante lo scandalo lui continuava a negare che fosse vero, diceva che era una montatura dell’opposizione che lo voleva fare fuori.

Si disse anche che a favorire la scoperta dello scandalo fu una resa dei conti interna al Pd regionale. E’ plausibile secondo lei?

E’ probabile perché quando si entra in politica, per ognuno che viene eletto si confeziona un dossier che al momento buono, viene tirato fuori. Questa è la prassi.

Poi però bisogna vedere se questi dossier sono veri e chi li redige..

Le faccio un esempio. Durante la campagna elettorale, già dopo un mese e mezzo Marrazzo ottenne la scorta dei carabinieri. Questo perché venne fuori che qualcuno gli aveva messo dietro un detective privato. Qualcuno non voleva farlo arrivare alle elezioni.

Marrazzo aveva il comitato elettorale a via della Lega Lombarda e a un certo punto venne fuori la notizia di un tentativo di incastrarlo con una trans

Prima però il suo comitato era in via Barberini, appoggiato a una fondazione del Pd. Quando ha poi fatto la sua lista civica, si trasferirono tutti in via della Lega Lombarda. Quindi già in campagna elettorale, c’è chi sapeva che Marrazzo aveva dei vizi e gli misero questo detective privato. Marrazzo se ne accorse e andò a denunciare questo fatto in Procura.

Come si accorse della presenza del detective?

Perché era sempre appostato a scattare foto e seguiva la sua macchina, lo pedinava. I testimoni c’erano e furono fatte un paio di denunce, e lui ottenne la scorta già in campagna elettorale. Cosa che per uno che non è nemmeno stato eletto e non è un politico, è inusuale. Poi come presidente della Regione, quindi autorità, per prassi ha avuto diritto alla scorta dei carabinieri in borghese.

Dopo lo scandalo, cosa accadde tra lei e l’ex presidente della Regione?

C’era l’idea di scrivere un libro-verità insieme, perché per lui era anche difficile scriverne. Il problema è stato che dopo il primo capitolo, intitolato “Lettera a mia figlia”, pochi giorni dopo venne fuori sui giornali che lo avevano beccato sulla Flaminia con un altro trans. Poi lo fermarono di nuovo i carabinieri, lui aveva la barba bianca e parlava in calabrese sperando di non farsi riconoscere, mentre in un successivo controllo scappò tra i palazzi a Due Ponti , e finì sui giornali di nuovo. Lì fu evidente che non era pronto a scrivere il libro.

Così ha pensato che se il libro non poteva scriverlo Marrazzo, poteva farlo lei che conosceva molti risvolti delle sue vicende?

Non andò proprio così. Dopo il libro abortito gli abbiamo fatto fare due documentari con Rai Cinema, che sono andati malissimo. Poi fece due puntate di un programma, che fu un disastro e venne subito chiuso. Per ironia della sorte, l’autore del programma era un ex fidanzato della moglie, e secondo me quella fu una  forma di vendetta. Dopodiché rimase “parcheggiato” in Rai, finché non vinse la lotta con l’altro giornalista, che era già con un piede in Israele, per la sede di Gerusalemme. Ma lì fu una lotta di lobby.

Mentre i due documentari sono stati sempre trasmessi dalla Rai?

Si, uno era sulla storia dell’Armenia e l’altro sulla Somalia. All’epoca la Rai non lo mandò in Somalia perché lui soffriva di crisi depressive e non vollero correre rischi.

Però la Rai lo ha inviato come corrispondente a Gerusalemme, non una sede tra le più tranquille..

Si ma dopo tre anni lo hanno mandato in Medio Oriente. Prima lui era in condizioni psichiche molto difficili, soprattutto a ridosso dello scandalo in Regione.

In che rapporti siete oggi, vi sentite ancora?

Marrazzo è andato in Israele, non lo sento più da un paio di anni.

Dal suo libro però lui ne esce piuttosto male, stando ai soli titoli dei capitoli si ripercorre la sua vicenda umana, dal suo discorso di addio alla Rai fino alla sua rovinosa caduta e ai tentativi di riscattarsi

Non ne esce malissimo. Ma tutto ruota attorno anche all’armata Brancaleone che lui si è portato in Regione: amici, conoscenti dei tempi della Rai, compresa la sua segreteria personale che si portò da “Mi Manda Rai Tre”. Finito lui, sono andati via tutti. Io racconto tutto il sistema dell’epoca di Marrazzo, che è un sistema “diffuso”.

Ma il “sistema” di cui lei parla non è supremo,  lo creano sempre delle persone

Non è supremo e ti puoi rifiutare di adottarlo, però a tuo rischio. Basta vedere quanto è durato il sindaco Marino nel panorama politico romano. Allo stesso modo di Marino, che si inimicò tutti i poteri forti, Marrazzo a un certo punto entrò in collisione con tutto il mondo della Sanità perché cominciò a prendere delle decisioni senza discuterle con il partito.

Come si spiega questo contrasto?

Evidentemente con gli imprenditori della sanità c’erano accordi precedenti, che non si potevano rompere da soli.

Marrazzo voleva ri-orientare questi accordi, secondo lei?

Sì ma ha sbagliato strategia. Nonostante molte persone vicine a lui, come il portavoce Zamperini, cercarono invano di dissuaderlo

Venafro andrò via dalla sua segreteria per questa ragione?

Se ne andò, dopo un anno, quando capì che non avrebbe avuto i suoi spazi. Venafro era il guardiano del Pd messo nella sua campagna elettorale per il partito. I contrasti sono iniziati quando Misuraca si è sentito frustrato per il potere che aveva Venafro e ha cominciato a scalpitare. Misuraca e Zamperini erano gli uomini di fiducia di Marrazzo, presi dalla redazione di Sky e subito inseriti nel suo comitato elettorale, per fare da “guardiani” a Piero e, nello stesso tempo, per fare da “guardiani” al “guardiano” del Pd. Quindi i contrasti con Venafro esplosero già in quella sede e io ripercorro questa vicenda in modo  divertente nel mio libro.

Marrazzo non voleva più la tutela del partito, almeno da un certo punto in poi?

No, la tutela del partito gli faceva comodo. Lui voleva però i suoi “guardiani”. L’idea di fare la lista civica Marrazzo fu lungimirante, perché a un certo punto si sono resi conto dei soldi che giravano in campagna elettorale. Così molti soldi, quelli delle donazioni, sono entrati anche nella sua lista civica. Inoltre Marrazzo ebbe poi l’opportunità di mettere bocca sugli assessori e contrastare anche il partito, visto che ottenne circa il 6% con la sua lista.

E questi fondi della Lista civica Marrazzo a chi andavano?

Andavano alla Lista, anche se io personalmente ho fatto un paio di fatture non vere per tirare fuori dei soldi anche da lì.

Di che importi parliamo per queste donazioni?

Io fatturai alla Lista civica con una società, perché servivano un paio di fatture per delle prestazioni fittizie, una si aggirava una sui 20mila euro e l’altra sui 35/40mila euro.

Perché ha scritto questo libro?

Perché la frase che le ho detto prima – “Tutti lo sanno ma nessuno lo dice” – significa che buona parte della merda in cui ci troviamo in Italia è dovuta a queste fuoriuscite di soldi in eccesso, rispetto al reale valore delle cose. E io parlo solo di un piccolo settore come la comunicazione, molto meno importante di altri come la sanità o le infrastrutture dove girano milioni di euro.

Resta il fatto che dal suo racconto, di Marrazzo emergerebbe un’immagine politicamente e moralmente compromessa

Politicamente lui è già compromesso, non per colpa nostra ma per colpa dello scandalo. Moralmente non per colpa del libro, nemmeno per i trans di cui parlo solo vagamente, ma perché lui, di fatto, i reati li ha visti e non ha evitato che avvenissero. Per questo il titolo del mio libro, seppur provvisorio, è “Lomino” senza apostrofo.

 

 

 

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