Foggia/ Stavano preparando degli agguati contro clan rivale. Otto arresti

Blitz antimafia dei carabinieri del comando provinciale di Foggia per arrestare otto pregiudicati accusati di detenzione e porto di armi, aggravate dallo scopo di avvantaggiare la propria compagine mafiosa: secondo l’accusa le armi sarebbero state di qui a poco utilizzate per agguati contro alcuni appartenenti al clan contrapposto.
L’operazione, coordinata dalla Dda di Bari, e’ stata eseguita a Trani, Milano e Trinitapoli, dove e’ recentemente tornata ad infiammarsi la datata ma sanguinosa faida tra i due
schieramenti che si contendono il controllo delle attivita’ illecite dell’area.

Oltre a numerose perquisizioni, i militari stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti degli otto indagati.

Aggiornamento

Avevano tentato di compiere quattro agguati a Trani, Trinitapoli e San Ferdinando di Puglia e un altro ne stavano programmando a Milano. Gli arresti di oggi disposti dalla magistratura barese nei confronti di otto persone appartenenti al gruppo criminale Carbone-Gallone di Trinitapoli, sette dei quali al momento eseguiti, hanno “bloccato la scia di sangue” iniziata nel 2003, hanno spiegato gli inquirenti dellaDda di Bari.
Negli ultimi 16 anni, la guerra tra le organizzazioni criminali dei Carbone-Gallone da un lato e dei Miccoli-De Rosa e Valerio-Visaggio dall’altro, per il controllo dei traffici illeciti in quel territorio, ha portato a dodici agguati e sette morti. Ultimo in ordine di tempo quello del boss Cosimo Damiano Carbone, il 14 aprile scorso, che ha lasciato il ruolo di
vertice del gruppo al nipote Giuseppe Gallone, oggi finito in carcere.

Le indagini dei carabinieri di Foggia, coordinate dai pm della Dda di Bari Luciana Silvestris e Ettore Cardinali con l’aggiunto Francesco Giannella, hanno documentato
l’aspetto militare dell’organizzazione criminale che si stava armando per vendicare la morte del boss e guadagnare “l’egemonia totale uccidendo chiunque appartenesse ai gruppi rivali” hanno riferito gli inquirenti.

Agli indagati si contestano i reati di detenzione, possesso e porto di armi, con l’aggravante del metodo mafioso. Le indagini, grazie a intercettazioni telefoniche e
ambientali che hanno documentato le fasi organizzative degli attentati e le esercitazioni con le armi nelle campagne, fatte dagli indagati per accertarsi che funzionassero, hanno
evidenziato “la fibrillazione assoluta nel territorio di Trinitapoli” e numerosi collegamenti con la batteria mafiosa di Moretti della Società  Foggiana.
Dalle intercettazioni emerge, inoltre, che gli indagati, consapevoli della presenza massiccia delle forze dell’ordine sul territorio, “avevano iniziato a cronometrare i passaggi – evidenziano gli investigatori – per capire quanto tempo avevano
per compiere gli attentati”.

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