La “madre di tutte le battaglie” per l’elezione del nuovo procuratore capo di Roma

di Beatrice Nencha

L’hanno già soprannominata la “madre di tutte le battaglie”. Ovvero la lotta interna (a colpi di fascicoli ed esposti) che sta spaccando gli uffici apicali di Piazzale Clodio e il Consiglio Superiore della Magistratura  –  mentre è alle prese con l’elezione del nuovo procuratore capo di Roma al posto di Giuseppe Pignatone, in pensione dal 9 maggio per raggiunti limiti di età –  e che sta lasciando sul campo, metaforicamente, una lunga scia di morti e feriti. In primis, gravemente danneggiate potrebbero risultare, scorrendo le notizie di agenzia e le prime pagine dei giornali, la stessa credibilità e indipendenza della magistratura. Chiamata a eleggere i vertici di quello che è il centro di potere giudiziario più importante d’Italia, ovvero la Procura di Roma, da cui passano le inchieste più sensibili riguardanti il mondo della politica, la pubblica amministrazione e l’economia.

Certo è che il cosiddetto “metodo Pignatone” non piace a molti, che ricordano come già a Palermo siano rimasti, dopo il suo passaggio, strascichi avvelenati all’interno del Palazzo di giustizia, “un’ecatombe che si sta replicando esattamente con le stesse modalità nella capitale”,  fa notare un avvocato e storico frequentatore delle aule del tribunale. Ma, sempre tra gli avvocati di lunga esperienza, c’è chi riconosce: “Si possono criticare molte cose, e qualcuno di noi avvocati lo ha fatto, i metodi invasivi talvolta al limite ed oltre il rispetto del diritto di difesa, una visione politica che spacca il mondo in due senza sfumature, il ricorso eccessivo alle misure cautelari, lo schematismo ideologico e culturale. Tutto. Ma sicuramente la direzione dell’Ufficio ha preservato l’autonomia della Magistratura ed evitato le commistioni con la politica più squalificata. Un dato positivo” è il pensiero dell’avvocato Cataldo Intrieri, difensore di Carlo Maria Guarany nel maxi processo Mafia Capitale.

Tra le accuse al “metodo Pignatone” c’è anche quella di aver spaccato la Procura tra un pugno di suoi “fedelissimi” e il resto delle toghe, sacrificate nonostante l’esperienza in ruoli comprimari, dato che i fascicoli più importanti sarebbero stati condensati nelle mani di pochi. E questo, forse, è uno dei motivi che ha creato ostilità e diffidenza alla elezione, sino a poche settimane fa data per scontata, del candidato considerato più vicino all’uscente procuratore capo, Franco Lo Voi, già nominato procuratore capo di Palermo, come ricorda Marco Travaglio in un editoriale sul Fatto, dopo essere passato per un incarico fuori ruolo e di stretta nomina politica (sotto il governo Berlusconi) in Eurojust e grazie anche alla “moral suasion” dell’allora presidente della Repubblica e capo del Csm, Giorgio Napolitano.

Ma tanti altri ricordano, senza rimpianto, la precedente gestione della Procura capitolina, magari ben amministrata ma priva di inchieste impattanti, a livello politico e non solo. Situazione che si è  letteralmente ribaltata sin dall’arrivo nella Città eterna di Pignatone, che insieme al collega di lunga data e procuratore aggiunto della Dda di Roma Michele Prestipino, è riuscito a chiudere il cerchio su tutti e quattro – posto non ce ne siano altri – i cosiddetti “Re di Roma” immortalati e anticipati in una famosa copertina dell’Espresso.  L’eredità di Pignatone può vantare senza dubbio un bilancio lusinghiero, soprattutto nel campo della pubblica amministrazione ma anche in quello della criminalità organizzata, con inchieste scomode che hanno coinvolto politici di ogni colore, imprenditori e faccendieri spregiudicati, divise infedeli e criminali dei vari clan che infestano Roma e il Litorale, dove per la prima volta è stato contestato con forza il reato di 416 bis, l’associazione di stampo mafioso, anche per condotte un tempo considerate “isolate” come l’estorsione, il riciclaggio e l’usura, commesse da boss con cognomi pensanti (Fasciani, Spada, Casamonica). E i cui beni sono stati spesso interamente congelati, assestando così a queste famiglie un ulteriore colpo mortale.  Senza la guida forte e accentratrice di Pignatone – “spregiudicata” secondo i suoi detrattori, che lo accusano di un abuso nel ricorso alle intercettazioni e alla spettacolarizzazione dei processi (tra i critici anche l’ex procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, in un intervento relativo a “Mafia Capitale”) per creare consenso di massa nell’opinione pubblica – si sarebbe arrivati lo stesso a sgominare reti di corruzione e malaffare endemici al ceto politico e all’amministrazione pubblica, e oggi asseritamente saldati ad associazioni di stampo mafioso, come accaduto nella maxi-inchiesta sul “Mondo di Mezzo”, che ha portato alla condanna per mafia, (confermata in Appello e in attesa a metà ottobre della sentenza di Cassazione) di personaggi come Salvatore Buzzi e Massimo Carminati? O agli arresti di imprenditori e munifici finanziatori di politici, come nell’inchiesta sullo stadio di Tor di Valle, che ha visto al centro il costruttore rampante Luca Parnasi e alti funzionari pubblici, e prima di lui un altro storico immobiliarista come Sergio Scarpellini? Fascicoli che hanno coinvolto, e spesso travolto, politici di ogni schieramento:  dal recente arresto del presidente dell’Aula capitolina Marcello De Vito, a quello di potenti funzionari della P.A. come Raffaele Marra, fino a trascinare in tribunale lo stesso sindaco 5 Stelle di Roma Virginia Raggi, assolta in primo grado dall’accusa di falso proprio su una nomina “perché il fatto non sussiste”. Peggio è andata ad un suo predecessore di centrodestra, Gianni Alemanno, condannato in primo grado a sei anni di reclusione, per corruzione e finanziamento illecito, in un filone parallelo dell’inchiesta  “Mafia capitale”, oltre all’interdizione dai pubblici uffici. E non si è salvato dal ricorso agli avvocati anche l’ex sindaco del Pd Ignazio Marino, inizialmente condannato a due anni per la vicenda “Scontrino-gate” e poi assolto in Cassazione  perché “il fatto non sussiste”. La politica, insomma, con l’insediamento a Roma di Pignatone non ha più dormito sonni tranquilli, e con lei anche l’ampia corte di lobbisti e faccendieri che vi gira attorno, dal Campidoglio alla Regione Lazio, fino al Parlamento e a Palazzo Chigi.

E’ complicato dire (e soprattutto predire) “cosa sarebbe accaduto, se..”. Ma altrettanto errato sarebbe definire un “azzeramento del metodo Pignatone” – come viene paventato da alcuni media – qualora dovesse uscire da Palazzo dei Marescialli, a giugno, una nomina diversa da quella caldeggiata da una determinata corrente, che in quel metodo legittimamente si rispecchia ma che, in assenza di gravi elementi di pregiudizio sugli altri candidati all’ufficio di procuratore, dovrebbe lasciare spazio al tanto decantato criterio della meritocrazia. E nominare  il magistrato con più competenze e maggiori titoli atto a svolgere un incarico sicuramente delicatissimo per esposizione, organizzazione dei carichi di lavoro e gestione degli uffici, non sempre efficientissimi.  In questa logica, non può avere spazio un criterio insieme mortificante e ambiguo come una asserita “morbidezza” di carattere, che spalancherebbe le porte ai peggiori sospetti su chiunque venisse eletto, o scartato, visto che andrebbe comunque a ricoprire un altro incarico di rilievo altrove.  La seppur velata accusa rivolta a un magistrato di essere “manipolabile” dovrebbe far insorgere l’intera categoria, dato che è un parametro soggettivo che si presta a creare divisione, in un organo che dovrebbe ricercare, invece, la maggiore coesione possibile. Specie in questo momento dove negli uffici di piazzale Clodio, e sulla stampa, si fronteggiano inchieste, veleni, esposti & sospetti su magistrati e consiglieri del Csm, gettando un’ombra di discredito, diretta o di rimbalzo, sull’immagine complessiva dell’amministrazione della giustizia e sul suo organo di autogoverno. Se oggi si è arrivati ad ipotizzare un resa dei conti feroce tra le toghe collegandola a una guerra di potere tra le varie correnti della magistratura, è perché il meccanismo delle correnti, per come si è plasmato con la riforma Castelli, risulta anacronistico e fa a pugni con quell’idea di trasparenza, lealtà e indipendenza che i cittadini attribuiscono alla funzione di chi è chiamato ad amministrare la giustizia. Se non bastano parametri oggettivi come anzianità, esperienza, curriculum, allora bisognerebbe trovare, al più presto, un altro modo, più efficace, che impedisca l’avvilente faida che ciclicamente investe le correnti della magistratura per spartirsi i posti di potere secondo logiche, il più delle volte, di mera affiliazione e non di merito. Un metodo più capace di tutelare l’istituzione stessa e l’immagine dei magistrati chiamati a decidere nomine che impatteranno, come in questo caso, sull’assetto della giustizia e sul lavoro di centinaia di colleghi, che si avvicendano ogni giorno a piazzale Clodio e in tutte le altre procure. Senza avere cucita sulla toga una bandierina di corrente quando si occupano di un processo, che ne sia protagonista un politico, un mafioso o un comune cittadino. Se ci riesce un qualsiasi pubblico ministero, è segno che si può fare a  meno delle correnti anche dentro le più felpate stanze del Csm.

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