‘Ndrangheta, le condoglianze dei mafiosi all’imprenditore di Vicenza

di Andrea Priante e Silvia Moranduzzo per il Corriere del Veneto

Prima le minacce a un imprenditore vicentino: «Pagherai tu, in un modo o nell’altro». Poi le intimidazioni: l’auto bruciata, una molotov contro la casa, un mazzo di fiori e un biglietto di condoglianze davanti alla porta. E quella telefonata anonima: «Siamo solo all’inizio». Così la ‘ndrangheta spadroneggia (anche) in Veneto. La guardia di finanza di Crotone ha arrestato 35 persone legate al clan di San Leonardo di Cutro, compresi il boss Alfonso Mannolo e i suoi figli. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa allo spaccio di droga, dall’estorsione all’usura. Un giro d’affari enorme, quello che ruotava intorno ai crotonesi, che estendevano la loro egemonia anche sui villaggi turistici del litorale ionico e che avevano capito di essere finita nel mirino della magistratura al punto che, in una intercettazione, alcuni affiliati paragonavano il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, a Giovanni Falcone definendolo «un morto che cammina».

Gli affari a nordest

Ma la ‘ndrangheta aveva diversi affari a Nordest. E infatti in stato di fermo c’è anche Domenico Basile, 59 anni di Gazzo (Padova). Si presentava come l’ex gestore di un ristorante nel Vicentino, ma dall’ordinanza della procura emerge come «il referente dell’associazione nella zona di Padova, Treviso e Vicenza (…) ha dimostrato adesione e fedeltà alla cosca di appartenenza assicurando a quest’ultima la proiezione economica nel territorio veneto». Per l’accusa, aveva il compito di «individuare e avvicinare imprenditori in crisi di liquidità da finanziare in via usuraria o canali di investimento utili a reimpiegare il denaro (della cosca, ndr)». Diversi gli episodi ricostruiti dagli investigatori. Il più grave è certamente quello che ha coinvolto un imprenditore (specializzato in import-export) di Altavilla Vicentina. La sua unica colpa è di essersi messo in affari con i Mannolo, presentatigli da Basile come degli imprenditori disposti a investire al Nord. Lui si era quindi prestato a fare da intermediario tra una società che faceva capo alla cosca e diverse aziende. L’affare (lecito) è filato liscio fino a quando le ditte non hanno iniziato a ritardare i pagamenti e il clan pretendeva che l’imprenditore vicentino lo risarcisse: «Mi ritenevano responsabile di quanto accaduto – ha raccontato agli investigatori – ero intimorito da loro, avevo capito che se non li avessi aiutati avrei avuto problemi. Alfonso Mannolo, ad Abano, mi disse: “Tu sei il garante dei soldi di mio figlio e ti ritengo responsabile. Se non pagano quelli, pagherai tu in un modo o nell’altro».

La ritorsione

Nel giugno 2018, quella che appare come una ritorsione: «Sconosciuti avevano prima lanciato sassi al suo indirizzo e dopo lasciato una molotov, un mazzo di fiori e un biglietto di condoglianze fuori la porta della sua abitazione». Poi, la telefonata di rivendicazione, con quel «siamo solo all’inizio». E infatti, il 26 dicembre l’imprenditore ha denunciato l’incendio dell’auto. «Non avevo certezza degli autori – ha spiegato – ma avevo l’intimo convincimento che dietro ci potevano essere i Mannolo». Un’altra vicenda ha coinvolto un imprenditore di Camposampiero: in difficoltà economiche, ha commesso l’errore di chiedere ai crotonesi – sempre attraverso Basile – un prestito di 60mila euro accettando un tasso usuraio che prevedeva 5mila euro di interessi al mese, fino alla restituzione. Impossibilitato a risarcire la somma, finì in balia di Alfonso Mannolo. «Mi disse chiaramente che eventuali ritardi avrebbero comportato problemi per me e la mia famiglia – ha raccontato ai finanzieri – Con estrema calma, mi disse che non erano più i tempi di una volta, in cui le leggi di mafia impedivano di toccare i figli». A intimidirlo c’era anche Basile: «Disse che, per recuperare 1.500 euro da un debitore, gli aveva messo in bocca una pistola… Mi riferì che i Mannolo erano potenti e potevano arrivare ovunque senza bisogno di spostarsi dalla Calabria, avevano brutte conoscenze anche nel Veronese e, volendo, potevano farmi accadere qualcosa…».

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