Oggi la sentenza per l’omicidio di Pamela Mastropietro. Una storia segnata da droga e orrore

Casette Verdini, poco distante da Macerata, viene ritrovato il cadavere fatto a pezzi di una giovane donna: le membra sono perfettamente pulite, senza tracce di sangue.
Quei resti appartengono a Pamela Mastropietro, romana di 18 anni, fuggita due giorni prima dalla comunita’ Pars di Corridonia, della quale era ospite. Lei e’ una ragazza fragile, “bordeline” secondo chi ha studiato la sua personalita’.
Gli investigatori, coordinati dal capo della procura Maceratese, Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Ciccioli, impiegano poche ore per ricostruire il suo percorso fino a Macerata. I carabinieri, che gia’ erano sulle tracce della ragazza dopo la denuncia di scomparsa presentata dalla mamma, fermano un nigeriano. Si tratta di Innocent Oseghale, 30 anni, con in tasca un permesso di soggiorno scaduto nel 2017, pusher gia’ noto alla forze dell’ordine.

A inchiodarlo alcuni testimoni e le immagini delle
telecamere che portano da Giardini Diaz, dove ha incontrato
Pamela, fino a Via Spalato, dove abita in una mansarda presa in
affitto dalla compagna. La stessa mansarda dove il Ris rinviene
i vestiti insanguinati di Pamela. Il 1 febbraio davanti ai
magistrati che lo interrogano, Innocent Oseghale nega ogni
responsabilita’ ma finisce in carcere.

Le accuse sono di vilipendio e occultamento di cadavere perche’ il gip Giovanni Maria Manzoni non ritiene di addebitargli al momento
l’omicidio, per il quale resta comunque indagato.
Agli inquirenti Oseghale continua a negare tutto: “Pamela l’ho lasciata viva in casa, e’ stata uccisa da un’overdose di eroina” (dira’ il 16 marzo), ma per i consulenti dell’accusa, la ragazza e’ stata ferita a morte da “due colpi di arma da punta e taglio penetrati alla base del torace, a destra, quando la vittima era ancora in vita”. Il 3 maggio, il procuratore di Macerata ottiene dal gip la misura in carcere per Oseghale anche per l’accusa di omicidio volontario, ma non per quella di violenza sessuale.

A fine luglio il nigeriano viene ascoltato di nuovo, nega l’assassinio ma ammette: “Ho fatto a pezzi Pamela”. Pochi giorni dopo, un pentito di mafia, l’ex ’ndranghetista crotonese Salvatore Marino, rivela al pm Giorgio le confidenze che Oseghale gli aveva fatto in carcere. Il
supertestimone e i risultati delle indagini autoptiche e tossicologiche su Pamela cementano l’intero castello accusatorio della procura maceratese nel processo davanti alla corte d’assise che si e’ aperto il 13 febbraio scorso e che si concludera’ presumibilmente oggi.

 

 

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