Black Book: Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma

di Beatrice Nencha

Si ferma a 51 “rami”, uno per ogni principale nucleo famigliare, l’Albero genealogico che gli inquirenti avevano iniziato a tracciare, fino al 2014, per tenere traccia delle parentele e delle diramazioni della numerosa famiglia sinti-Rom, conosciuta principalmente con il cognome Casamonica. Al suo interno, tuttavia, si rincorrono i cognomi più popolari della casata: non solo Casamonica e Spada ma Ciarelli, Di Rocco, Di Silvio (ubicati principalmente a Latina e nel Sud pontino), Di Guglielmo, De Rosa, Spinelli, Morelli, Sarachella, Bevilacqua e via dicendo.

villagiuseppecasamnica4Cognomi, gitani e italiani, che nelle varie unioni matrimoniali spesso si mischiano: dai primi capi dinastia, allevatori di cavalli provenienti dall’Abruzzo, la casata si è nel tempo insediata in tutta Italia e ha assunto, in ogni territorio, una sua specificità. Si parte, quasi un secolo fa, dal “fu Casamonica Errico” (aut Enrico), figlio di Pasquale e Spinelli Loreta, nato a Isernia nel 1914 ma proveniente da Avezzano, per arrivare a tracciare una mappatura, molto articolata, di tutte le relazioni coniugali all’interno di un universo parentale assai complesso e sterminato. Dove i nuclei famigliari sono composti – spesso e volentieri –   anche da coppie di fatto, figli illegittimi o riconosciuti soltanto da un genitore. Un lavoro di analisi complesso e dettagliato, che dà uno spaccato di quanto sia difficile liquidare tutti i Casamonica e affini, in blocco, come “un clan”, nel senso di appartenenti a un’associazione criminale di vario tipo. Non fosse altro, oltre che per la presunzione di innocenza, per il rincorrersi di nomi e quindi di omonimie.

CASAMONICAVILLA2Se dai semplici dati “neutri” e anagrafici dell’Albero genealogico si volesse scendere più in profondità, per comprendere davvero chi sono, come vivono e come la pensano i tanti appartenenti a questa sterminata casata, il consiglio è di immergersi nelle quasi 180 pagine del libro “Casamonica – Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma” del giornalista, saggista e inviato tv Nello Trocchia (Utet, 2019), che ne ha seguito, spesso in prima persona, le principali scorribande, criminali e non.

vilalrcasamonicainterni“In Italia esiste un posto dove girare in auto richiede il pagamento di un pedaggio, ma non ci sono caselli, dove la droga viene venduta ogni giorno, a ogni ora, a ogni minuto, dove vieni preso a cinghiate mentre chiedi un caffè al bar o compri un pacchetto di sigarette. In Italia esiste un posto dove mentre vai in scooter vieni fermato e massacrato di botte, dove quando esci di casa conti i minuti prima di rientrarvi, dove quando vendi mobili, lampadari, marmi, devi farti il segno della croce perché se l’acquirente è sbagliato non caverai un euro da quella vendita.. Un posto dove quando ti fermano le forze dell’ordine devi sperare siano “sbirri” veri e non i “nullatenenti”” Questo l’incipit del libro, che si legge come un romanzo ma che racconta, nel dettaglio e svelando numerosi retroscena, fatti di cronaca (soprattutto nera) autentici, grandi e piccoli. Facendo parlare vittime e carnefici, forze dell’ordine e persino i rarissimi “collaboratori”, come Massimiliano Fazzari proveniente da una rispettata famiglia ‘ndranghetista, che sono diventati la chiave per scardinare i segreti e gli affari di boss che, in tutta Italia, hanno trasformato il loro cognome in una cambiale. Un cognome che spaventa così tanto le vittime, da impedirgli di pronunciarlo persino nelle Aule dei tribunali.

villagiuseppecasamonica1Se per Massimo Carminati e i suoi presunti sodali è valida la metafora del “Mondo di Mezzo”, dove i vivi e i morti alla fine si incontrano, per i “nullafacenti”, gli “zingaracci” – come si autodefiniscono i protagonisti del libro, che non hanno redditi ma dimorano in magioni in stile Scarface e sfrecciano sulle strade della capitale in Porsche e Ferrari – la metafora più pertinente è senz’altro quella del “Mondo parallelo”.  Nei loro svariati feudi, dalla roccaforte di Porta Furba al budello di via Roccabernarda, che l’autore perlustra raccontandone ogni singolo dettaglio, il mondo che conosciamo, con le sue leggi, qui pare girare al contrario:  si possono arredare ville di lusso senza pagare nulla (e massacrando di botte i commercianti che osano opporre un rifiuto), perché “pagare” è considerato un segno di debolezza; si possono trasformare quartieri in piazze di spaccio, di usura, di estorsioni, mantenendo però ottimi rapporti con le parrocchie locali, dove si sarà accompagnati, per l’estremo saluto, con le più sacre esequie e in pompa magna. E pure quando si denuncia l’autore di un grave reato, come l’occupazione abusiva di una casa popolare, può capitare che dal sistema informatizzato del commissariato di zona la denuncia non venga mai inoltrata alla Procura, rimanendo a giacere inerte, mentre altri si appropriano di casa tua. “I Casamonica sono così. In buoni rapporti con tutti, ma guai a sfidare loro e i loro amici” preavverte infatti Trocchia, “Bisogna raccontarli e capirli. Partendo dal loro stile di vita, dalla loro cultura, dalle loro scanzonate maniere, triviali, scomposte, fragorose; passando per la loro capacità camaleontica di adattamento. Capire la loro identità profonda che affonda le radici in un Medioevo contemporaneo, con le donne, ancelle intercambiabili, l’omosessualità vissuta come abiura di una virilità sempre esposta, la violenza come i tatuaggi dei galeotti, un marchio a fuoco, il distintivo”.

1498554107_suburra-serie-2Tra le pagine del libro, che si legge d’un fiato,  si ritrovano sconcertanti fatti di cronaca, poi trasformati in sequenze di film e fiction come “Suburra”. La feroce aggressione a cinghiate, protagonisti Antonio Casamonica (condannato in primo grado a 7 anni lo scorso 25 febbraio) e il cugino Antonio Di Silvio all’interno del bar Roxy ai danni di una donna disabile e dei proprietari romeni del locale, Roxana e Marian, per impedirgli di denunciare; la testata al cronista Daniele Piervincenzi e l’aggressione a sprangate all’operatore della sua troupe avvenuta ad Ostia da parte di Roberto Spada (condannato a 6 anni di reclusione, pena confermata in Appello, con l’aggravante del metodo mafioso); o, ancora, la prolungata estorsione ai danni di Marco Baldini, ex spalla di Fiorello in tv, e nei confronti di altri soggetti, tra cui il figlio adottivo di Franco Zeffirelli, culminata a luglio 2018 nel maxi-blitz dell’operazione “Gramigna”, eseguita dalla Dda presso la Procura di Roma, che per la prima volta ha osato alzare il tiro contestando l’articolo 416 bis, l’associazione di stampo mafioso, a 13 dei 37 presunti affiliati all’organizzazione “denominata clan Casamonica”, operante nella zona Appia Tuscolana, e dedita “al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, usura, concessione illecita di finanziamenti ed altro, tutti commessi con l’aggravante del metodo mafioso”  e “dell’essere un’associazione armata”.

“Per anni i Casamonica si sono posti come un’agenzia criminale di servizi: offrendo alla città soldi e cocaina”, si legge in uno dei capitoli dedicato alla inarrestabile ascesa della casata. Soldi, donne & (fiumi di) cocaina sono stati il “lasciapassare” che, nel tempo e soprattutto a Roma (ma non solo), ne hanno garantito una velocissima quanto incontrastata scalata ai vertici delle gerarchie criminali locali. Tanto da consentirgli di trattare, ormai da pari a pari, con le maggiori famiglie di mafia, ‘ndrangheta, camorra e con personaggi dal pedigree criminale certificato come Carminati, Senese, Fasciani, senza tralasciare l’antico legame di amicizia e opachi affari tra Enrico Nicoletti e il capostipite Vittorio Casamonica, quello del funerale in carrozza ed elicottero, il 21 agosto 2015, condito da colonna sonora del “Padrino” e santini per la città.

Emblematiche allora le riflessioni di due tra le centinaia di vittime, quasi sempre costrette al silenzio, delle prepotenze dei “nullafacenti”. Sono gli interrogativi senza risposta di Ernesto Sanità, che costretto a dormire per strada si reca a sporgere denuncia al commissariato Sant’Ippolito per riappropriarsi della sua abitazione popolare, estortagli da Peppe Casamonica detto “Bìtalo” per un asserito debito di 300mila euro contratto dal figlio Giovanni, appena deceduto: “Non riesco a capire una cosa: ma che fine ha fatto quella mia denuncia? Ma perché non si sono mai interessati? Boh, io ci sono andato tante volte al commissariato, andavo e gli dicevo: “Ma non fate niente?”. E loro rispondevano che le cose andavano avanti. A un certo momento mi è venuto da pensare “ma non è che la polizia ha paura dei Casamonica?”. E c’è la dignità dell’artigiano iraniano Mehedi Dehnavi, scampato al regime degli Ayatollah e a mille peripezie, per venire massacrato, con i suoi stessi marmi, da Guido Casamonica, condannato in via definitiva insieme al fratello Raffaele, per aver preteso di essere pagato dei lavori realizzati nella sua abitazione: “Sono stato nelle loro ville, piscine, lusso, sfarzo. Ma devi chiederti: come han fatto quelle ville? Con il sangue della gente, con l’usura, con la droga, con il pizzo.. Non ho avuto un centesimo dai Casamonica. Non ho avuto i soldi per il lavoro che ho fatto.. Io so cosa significa avere paura, ma ho dignità, non mi abbasso davanti ai prepotenti, è mio dovere alzare la testa e dire: esistono i miei diritti”. Troppo spesso, invece, lo Stato è rimasto silente e il silenzio è divenuta l’arma più micidiale – molto più delle pistole – dei “nullafacenti”.

Autore: Nello Trocchia

Casa editrice: Utet

Anno : 2019

Giudizio: 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...