Quella “manina” nera che aiutò a cacciare dal Campidoglio Ignazio Marino

di Beatrice Nencha

Notte Criminale ha raccolto la confessione di un dirigente capitolino vicino alla destra romana: “Ho preparato io il dossier sugli scontrini del sindaco..”

Non si chiude con l’assoluzione senza rinvio “perché il fatto non sussiste”, pronunciata ieri dalla Cassazione in merito alle famose “cene di rappresentanza” dell’ex sindaco Ignazio Marino, la vicenda di quella che fu una autentica “deposizione” (e la più traumatica per la città di Roma) di un sindaco della Capitale. Ribattezzato il “Marziano” per la sua atipicità e per il suo isolamento all’interno del suo stesso partito (segno anche di indipendenza), il chirurgo prestato alla politica rimarrà tra i leader più controversi degli ultimi decenni a Roma, proprio per via della sua leadership non conforme ad alcuno schema di partito.  Dopo una assoluzione da ogni accusa in primo grado, e una condanna a due anni in Appello per falso e peculato, si può archiviare la vicenda processuale del professor Marino. Che da Filadelfia, dove è tornato a lavorare ormai da qualche anno, oggi può rivendicare a pieno titolo la sua onestà e correttezza riguardo a una vicenda – insieme giudiziaria, politica e umana – che presenta ancora, tuttavia, dei lati oscuri. E dove probabilmente si sono saldati diversi fattori: una nefasta strategia partitica (quella del Pd guidato dal tandem Orfini-Renzi), mista a intrighi di Palazzo avvenuti fuori e dentro l’Aula Giulio Cesare. Perché dietro le eclatanti dimissioni sottoscritte  “dal notaio” – avvenute il 30 ottobre del 2015 da parte di 26 consiglieri capitolini, tra cui l’intera pattuglia dem e persino la rappresentante della lista Civica Marino, Svetlana Celli, successivamente candidata ed eletta nelle fila del Pd alle Amministrative  – si allunga l’ombra di una “manina”, stavolta nera. Un prezioso “aiutino”, che sarebbe arrivato in soccorso dei consiglieri capitolini da tempo ai ferri corti con il loro sindaco, proprio da un funzionario  molto esperto e molto vicino all’entourage del precedente sindaco Gianni Alemanno (da poco condannato, in primo grado, a sei anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per corruzione e finanziamento illecito).

“Ma secondo voi lo scandalo degli scontrini di Marino chi l’ha fatto uscire? Sono stato io” è la confessione, compiaciuta quanto imprevedibile, che un dirigente capitolino rilascia davanti a noi e a un altro collega, a margine di un’udienza di Mafia Capitale nel processo di primo grado. L’antefatto, per come ci viene raccontato, lascia basiti perché fa trapelare come nella vicenda della rovinosa caduta di Marino si potrebbero essere saldati, senza troppi complimenti, gli interessi non confessabili degli opposti schieramenti politici: fare fuori, nel modo più rapido e mediatico possibile, quel primo cittadino ormai ritenuto nocivo per gli interessi di tutti e inaffidabile per i vertici del suo partito. Destra, sinistra e Movimento Cinque stelle, sulla sua defenestrazione hanno marciato compatti. Chi andando dal notaio e chi recandosi in Procura. Solo che il “lavoro sporco”, per una volta, non viene affidato all’opposizione di destra, forse per non imbarazzare troppo il Pd orfiniano, che avrebbe dovuto sottoscriverlo e che già godeva di scarsa simpatia a Roma (un solo deputato piddino, Marco Miccoli di area zingarettiana, si schierò pubblicamente contro la “cacciata” per mano notarile, ndr), ma – secondo quanto racconta chi si auto attribuisce  la compilazione del dossier sugli scontrini – viene consegnato a rappresentanti, non specificati, del M5S della Regione.

Ecco la ricostruzione di come andarono i fatti in quei concitati giorni, secondo la versione ricostruita dal dirigente capitolino, che trascriviamo integralmente. E da cui si evince, di fondo, anche la consapevolezza che, dietro allo “Scontrinogate” che per mesi campeggiò su tutte le testate e sui tg nazionali – ovvero la rendicontazione di 56 cene per circa 12 mila euro, e di altre spese minori che Marino aveva pagato con la carta di credito di rappresentanza del Campidoglio durante i 28 mesi del suo mandato dal 2013 al 2015 – non ci fosse dolo. Semmai la sciatteria degli Uffici, amplificata dalla decisione (o ingenuità politica) del sindaco-chirurgo di applicare la massima trasparenza nella consegna alle istituzioni e ai media di tutte le carte a disposizione.

“Quando ci fu la commissione Trasparenza, con la Mennuni (Lavinia, consigliera comunale di FdI), lei chiese le carte a quel demente del capo del Cerimoniale. In genere, in questi casi, si portano i numeri e non tutti gli scontrini. Io andai su Internet e ho visto gli scontrini, so dove abitava Marino, e vedo che l’Archimede (uno dei ristoranti incriminati,ndr) gli sta sotto casa, quello del pesce sta a 50 metri.. Poi quando uno va a Auschwitz, come ci siamo andati anche noi, e si fa fare lo scontrino per otto euro di caffè in rendicontazione, e poi quando vai al ristorante la bottiglia da 120 euro di vino, si capisce subito che (al sindaco) gli hanno dato la carta di credito per integrare quelle che sono i suoi appannaggi … perché lui sin all’inizio del mandato si lamentò di quanto misero fosse lo stipendio da primo cittadino” ci racconta il dirigente, lontano dai clamori dell’aula bunker di Rebibbia, mostrandosi più sorpreso dalla “ingenuità” politica dello staff che circondava il Marziano, piuttosto che dai fatti a lui contestati come reati. E qui si salda, a suo dire, la sua lunga esperienza di realpolitik nelle segreterie della destra romana, con la volontà di maggioranza e opposizione di sbarazzarsi di una figura politica scomoda,  quella di Marino, invisa ormai a tutti i poteri forti ma ancora fortemente apprezzata dalla base del partito democratico, che lo aveva acclamato sindaco “all’insaputa” del partito.

“Io con la mia esperienza di come si facevano i rendiconti, passai tutto … anche ai Cinque Stelle. Veramente, io non li conoscevo quelli al Comune, li ho passati a quelli della Regione. Io gli feci una relazione precisa, indicando le firme false.. messe dalla Segreteria.. Ho ancora la relazione, se volete vederla… Ma voi lo sapete come funzionano le Segreterie? Quelli di Marino non erano giustificativi falsi, solo erano per altre cose.. Tu prendevi l’agenda del sindaco, il giorno dopo, e vedevi con chi era andato a pranzo.. Nel caso di Marino, il cretino è stato Piazza (all’epoca direttore del Cerimoniale e Relazioni Internazionali di Roma Capitale, ndr) perché in commissione Trasparenza tu dovevi portare i numeri, le strisciate della carta di credito, come fece Renzi a Firenze, poi, se te le chiedono, se la Commissione insiste, porti il resto dopo un mese, quando la buriana è passata, non nel momento topico del casino.. Il pasticcio l’hanno fatto la Segreteria e il Cerimoniale, che gestivano le spese, hanno fatto il casino. Alemanno la carta di credito la usò infatti una volta sola, quando venne il sindaco di Londra, Johnson e fecero un pranzo al ristorante mi pare al Colosseo. Noi mai andavamo in giro con la carta del sindaco, solo per fini istituzionali. Mentre a Marino gli servivano per arrotondare i cinquemila euro di stipendio da sindaco, dato che lui era abituato ai 15mila da parlamentare e allo stipendio da chirurgo..”

Anche il clamore sulla presunta falsificazione della firma del sindaco apposta sui giustificativi non riconosciuti e contestati in tribunale dai suoi legali, non scandalizza lo smaliziato dirigente “nero”. Uno spettacolo già visto sotto il cielo pigro del Campidoglio e dei palazzi del Potere romano, ammette ridendo: “Noi abbiamo firmato centinaia di volte al posto di Alemanno, se gli vai a chiedere oggi, lui nemmeno sa cosa ha firmato quando stava al Ministero..”

 

 

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