“Caro Dianese, la verità non è un taglia e cuci”. Da Maniero al boss dei casalesi, il giornalismo “con inchino” nel porto delle nebbie chiamato Veneto

di Alessandro Ambrosini

La prima volta che incrociai Maurizio Dianese, uno dei giornalisti di punta della “nera” in Veneto, fu nel novembre del 2013. Lo chiamai telefonicamente per avere spiegazioni di un suo articolo che parlava della mia denuncia per minacce e ingiurie nei confronti di Felice Maniero. Storicamente, sul Gazzettino, tutto ciò che riguardava “faccia d’angelo”,  lo scrisse lui e mi stupì il suo articolo che sembrò giustificare l’ex boss del piovese. Ebbi solo il tempo di presentarmi che lo stesso mi “salutò” con due frasi offensive, pesanti e gratuite: sei un figlio di …, un pezzo di…. Il giornalista continuò con una sequenza d’invettive che riguardava la pericolosità di un “tag” su Notte Criminale inerente al nome Luca Mori, alias Felice Maniero. Mi disse pure che se volevo intervistare o incontrare Maniero dovevo “passare da lui”, come tutti i giornalisti o gli studenti che volevano fare delle tesi sulla Mala e quindi incontrare il boss. Che era il suo “ufficio stampa”. Da allora mi fu chiara una cosa, a guardare il male da vicino si rischia di rimanerne affascinati. Tanto da perdere la capacità di giudizio sullo stesso. Anni dopo diede ancora spazio all’ex boss sulle colonne del Gazzettino, addirittura con un’intervista audio che pubblicò sul portale del giornale, dove, come al solito non ci fu un contraddittorio ma solo una libera disquisizione di Maniero. A ruota libera, arrivando a offendere la giornalista e scrittrice Monica Zornetta, autrice di alcuni libri sulla Mala, senza che nessuno censurasse o rispondesse, in sede di commento, le dichiarazioni dello stesso.

Dopo sei anni, la storia si ripete. In modo diverso e con diversi coprotagonisti ma con uno stesso filo conduttore. Ad accorgersene la Guardia di Finanza e la Squadra Mobile di Venezia che intercettano Luciano Donadio, il boss dei casalesi in Veneto e l’avvocato Annamaria Marin. L’oggetto della segnalazione, inserita nelle richieste d’arresto della Procura veneziana, è un’intervista fatta da Dianese al Donadio nel 2011. L’anomalia riguardò il fatto che il boss volle correggere le sue dichiarazioni e che il giornalista lo permise senza battere ciglio. Come ho scritto nel mio precedente articolo, non c’è nulla che implichi un reato. E’ tutto legittimo. Diverso il discorso etico e morale di un fatto del genere. Ed è su queste basi che il giornalista veneziano ha replicato piccato. Replica che abbiamo giustamente pubblicato e che merita delle specifiche su ciò che ha scritto Dianese. Non per dimostrare le nostre ragioni ma perché la verità sulle cose sia descritta in modo completo e senza la classica operazione di “taglia e cuci”, che troppe volte vediamo pubblicate nei giornali o nei servizi televisivi. “Taglia e cuci” usato nella replica in modo antipatico, facendo torto sia alla Guardia di Finanza sia al sottoscritto.

  • Nella replica, Dianese parla di Luciano Donadio con una contraddizione in termini. Giustifica il fatto di intervistare una persona, che il giornalista stesso sa bene, essere un “capo” della colonia casalese in Veneto, presentando lo stesso Donadio come “ stimato imprenditore di Eraclea che aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per usura”. Essendo il patteggiamento un’ammissione di colpevolezza, le parole stimato imprenditore e usuraio non possono coesistere per lo stesso soggetto. Una confusione pericolosa e stupefacente se fatta da un giornalista esperto e che, come lui afferma, combatte da sempre la mafia e il crimine.
  • Nella replica, Dianese parla della scarsa conoscenza dei meccanismi dell’informazione da parte della guardia di finanza che ha analizzato i brogliacci delle intercettazioni della Squadra Mobile veneziana. Cita l’intercettazione n. 37828: “Donadio/Avv. Marin: Donadio la invita a ringraziare il giornalista perché è stato fedele nel pubblicare quanto da lui dichiarato senza alcuna modifica.” Un virgolettato che è mutilato dalle intercettazioni precedenti e che raccontano una storia diversa. Una storia che, come abbiamo detto, parla di una rivisitazione dell’intervista da parte del boss. Cancellando nomi e altro che gli erano “scivolati” durante il colloquio con il giornalista veneziano. Ripeto, una cortesia corretta quando si parla di persone oneste. Meno quando intervisti un boss. I capi mafia si dovrebbero intervistare ( ma è sempre da sconsigliare) per sapere qualcosa in più, non per permettergli di dire che sono vittime innocenti. Se Donadio era scivolato in alcuni nomi, quei nomi dovevano restare. Lasciare al camorrista la possibilità di giustificare delle accuse vaghe con risposte precise equivale a lasciare il campo libero allo stesso. Tanto che lo stesso Dianese, in un passaggio della sua intervista, ammette che “Un po’ pochino per passare come il capo dei Casalesi”. I passaggi che Maurizio Dianese omette nella sua replica sono contrassegnati dalle intercettazioni numero 37151, 37467 e 37764 che potete leggere qui: Brogliacci Donadio Marin Proprio da queste intercettazioni si capisce chiaramente che la lettura fatta dalla Guardia di finanza è corretta quando afferma che “fedele nel pubblicare quanto voluto dallo stesso Donadio senza alcuna modifica”. Le sequenze vanno rispettate e non omesse caro Dianese, altrimenti si rischia di “avvelenare i pozzi” di un’inchiesta che dura “incredibilmente” dal 1996. Un piccolo “regalo” alle difese degli imputati che non ci si può permettere.
  • Nessuno mette in dubbio il fatto che lei sia stato il primo a parlare del sodalizio criminale che operava a Eraclea, nessuno mette in dubbio che lei l’abbia seguito per anni con articoli di vario genere. L’ha fatto anche con Felice Maniero per il suo giornale. L’ha fatto come tutti i cronisti di nera che han seguito la vicenda della Mala da vicino. Forse lei più vicino degli altri, visto il modo in cui si è descritto nel 2013 al sottoscritto. Nessuno mette in dubbio che la sua “scivolata” con Luciano Donadio sia stata in buona fede. Anzi, ne sono convinto. Come ne sono convinti gli inquirenti poiché non l’hanno accusata di alcun reato di favoreggiamento. Ci mancherebbe. Vero è che gli stessi inquirenti non hanno voluto dichiarare pubblicamente nulla a riguardo, giustamente. Il perché è forse legato al fatto che tutto avviene in una linea di confine di un giornalismo borderline che noi stessi di Notte Criminale, più volte, abbiamo fatto nostro. Con la differenza che noi cerchiamo di dire tutto, anche ciò che non “conviene”.

Perciò caro signor Dianese, non sminuisca il nostro modo di fare inchiesta. Noi apriamo coperchi pesanti a nostro rischio e pericolo ogni volta che scriviamo qualcosa. Pericolo che non si traduce in proiettili, per il momento. Si evidenzia però nelle querele che arrivano e che senza “ombrelli” cerchiamo di controbattere ogni volta con la verità dei fatti. La sua antimafia è simile alla nostra. Non è uguale. Noi se trattiamo un argomento lo facciamo con serietà e cercando di non tralasciare nulla. Soprattutto ciò che è scomodo trattare. Non scriviamo libri su Felice Maniero omettendo delle notizie o capitoli fondamentali della sua vicenda come “il caso Ortes”. Vero grimaldello per capire cosa successe dalla sua fuga dal carcere di Padova alla collaborazione con i magistrati della Dda veneziana. Ma soprattutto rispetti il pensiero e l’opera di chi cerca di portare l’informazione a un livello di limpidezza, che troppe volte è merce rara in un mondo di convenienza e calcolo. Se non siamo visti bene da criminali, professionisti dell’antimafia sociale e qualche inquirente, un motivo c’è. Non facciamo sconti a nessuno. Non facciamo dei “buoni rapporti” con le procure un modus operandi. Noi cerchiamo, con i nostri limiti, di raccontare solo la verità. Con fatica e con la consapevolezza che lavoriamo in un campo dove il “porto delle nebbie” può essere ovunque, che a intorbidire la storia può essere chiunque. Non abbiamo pretese di insegnare. Io meno degli altri. Non è un mio compito e neanche una mia missione. Noi facciamo il nostro lavoro per la verità che è più importante della legge.

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