Re di Roma, la Polizia fa Bingo: arrestato il boss ‘ndranghetista Pantaleone Mancuso

di Giuseppe Palmieri

“C’è Pantaleone Mancuso nella sala Bingo, venite ad arrestarlo”. C’è voluta una voce anonima, la classica soffiata alla polizia per far arrestare il latitante calabrese Pantaleone Mancuso, “omo di panza” dell’omonima ‘Ndrina calabrese dei Mancuso di Vibo Valentia, Nicotera e Limbadi (primo Comune d’Italia ad essere sciolto per mafia) .

Erano le 16:00 di mercoledì quando la telefonata anonima partita da una cabina pubblica direttamente al Commissariato di San Giovanni ha fatto scattare immediatamente le volanti del Commissariato e della Squadra Mobile decise a non farsi sfuggire per nulla al mondo la cattura di un pezzo da novanta.  Così l’arresto di Pantaleone Mancuso alias “l’Ingegnere” o “zio Luni” è avvenuto direttamente nella sala bingo di via Cerveteri a Roma, nel quartiere San Giovanni,  a due passi dalla Tuscolana , territorio considerato enclave della mala calabrese/romana, a poca distanza proprio dal famoso covo ‘Ndranghetista nel quale, nel 2015, fu rinvenuto il misterioso “Codice di San Luca” per le affiliazioni dei nuovi adepti, la Stele di Rosetta della criminalità organizzata.

A nulla è valso il tentativo di fornire generalità false e documenti taroccati validi per l’espatrio, i poliziotti sono andati a colpo sicuro e le manette sono scattate senza che “l’ingegnere” potesse opporre resistenza. Il 57 enne, distinto e ben vestito, intento a scommettere nella sala bingo infatti non è una persona qualunque, ma uno degli esponenti di spicco della ‘Ndrina Mancuso considerata una delle più ricche e pericolose organizzazioni criminali della Calabria. “L’ingegnere” condannato per associazione mafiosa con sentenza non ancora passata in giudicato, era stato sottoposto alla misura di sicurezza non detentiva della libertà vigilata, ma era latitante da ottobre scorso.

Quando, dopo il pentimento del figlio Emanuele, uno dei primi e rarissimi pentiti nella storia della ‘Ndrangheta che decise di collaborare con la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro dopo un arresto per narcotraffico, Pantaleone decise di rendersi ancora una volta irreperibile. Probabilmente si trasferì a Roma, dove poteva contare sull’appoggio logistico dei suoi sodali. Tralasciando forse il particolare che qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo e denunciarlo, per esempio con una telefonata anonima.

Potenti ma divisi. Negli anni la potente cosca Mancuso ha dimostrato di saper dominare su altri sodalizi criminali, ma di soffrire pericolose divisioni interne. Diversi episodi nella storia di famiglia hanno infatti messo in luce l’esistenza di più fazioni e di diversi “ribelli” sotto lo stesso cognome. E’ il caso dell’autobomba esplosa proprio a Limbadi che un anno fa, il 9 aprile 2018, uccise Matteo Vinci per una disputa sui terreni confinanti con quelli di Sara Mancuso, appartenente alla potente ‘Ndrina. Operazione troppo cruenta e dimostrazione di forza apertamente disapprovata da un intero ramo della famiglia. Fatto molto strano per un clan. Lo stesso Pantaleone Mancuso subì personalmente un “pentimento”, quello della cognata Ewelina Pytlarz che aveva portato gli inquirenti a ricostruire il duplice tentato omicidio di Rosaria Mancuso e Giovanni Rizzo (zia e cugino di Mancuso), massacrati a colpi di kalashnikov e lasciati agonizzanti nelle campagne nel maggio 2008, sembra proprio ad opera di Pantaleone e di suo figlio Giuseppe. Sempre a causa di dissidi interni alla famiglia. Per quella vicenda “l’ingegnere” venne arrestato dopo una breve latitanza al confine tra Brasile ed Argentina dove i Mancuso hanno alcuni possedimenti ed estradato in Italia. Per il duplice tentato omicidio  di Rosaria Mancuso e Giovanni Rizzo sia Pantaleone che il figlio Giuseppe Mancuso sono attualmente imputati dopo un assoluzione in appello. Irreperibile fino a mercoledì ora Pantaleone Mancuso è rinchiuso nel Carcere di Regina Coeli.

 

 

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