Il Veneto, salotto buono della ‘ndrangheta e delle grandi criminalità. Analisi di una storia che si ripete

di Alessandro Ambrosini 

La previsione fatta in tempi non sospetti sta diventando realtà. La guerra alla ‘ndrangheta è la cifra del 2019, soprattutto in Veneto. In una terra che non ha mai accettato e riconosciuto il fatto di essere “infestata” da queste forme di criminalità organizzata. Pensando erroneamente che i panorami ordinati delle zone residenziali delle nostre città fossero la prova che i “cattivi” di paesini calabri come Africo, Platì, San Luca o Cutro mai e poi mai avrebbero trovato posto nei bar dei paesi, dove tutti si conoscono. Nelle trattorie dove si servono sempre pietanze venete e dove la domenica trovi quasi tutto il paese. Dove il meridionale è visto come il muratore, il pizzaiolo, il poliziotto o al più il venditore di vestiti o arance al mercato.

La verità è invece molto diversa e il primo assaggio è avvenuto questa settimana con l’arresto di una “batteria” di presunti affiliati in vario modo alla ‘ndrangheta calabrese. Precisamente alla cosca Grande Aracri, protagonista del maxiprocesso Aemilia che ha portato alla sbarra centinaia di affiliati che operavano in Emilia Romagna a tutti i livelli: politico, istituzionale ed economico. A finire dietro le sbarre, il dominus di questa “batteria, Domenico Multari, un cutrese detto Gheddafi per i suoi tratti somatici che ricordano il defunto leader libico. Con lui altri cinque familiari e un veneziano, Francesco Crosera. Con ruoli e accuse diverse ma tutti legati a disegni criminali perpetrati o anche solo tentati.

L’inchiesta ha un raggio d’azione di alcuni anni ma da quanto questa famiglia opera in Veneto? Da nostre fonti riservate si tratta di una presenza ultradecennale, sin dal 1983. Quando la mafia in Veneto aveva altri nomi, più veneti e siciliani che calabresi. In quegli anni Domenico Multari non era ancora quel “mammasantissima” che è poi diventato con anni di controllo del territorio, ma sapeva che operare in Veneto era la strada più giusta per creare affari e soldi, per riciclare, per inserirsi silenziosamente in un tessuto sociale ed economico che assorbiva tutto. Il bene e il male. Trafficava tramite aziende fantasma con capannone di “ordinanza” tra il veronese e il vicentino. Lì stoccava materiale proveniente da aziende del sud che, probabilmente, distribuiva in Veneto in un regime di legalità di facciata. Una legalità fantasma come le sue aziende. L’abbiamo detto più volte che la ‘ndrangheta calabrese mandava i suoi uomini a “imparare” e provare nuove forme di aggiramento delle leggi nelle nostre città venete. Lui ne è stato un classico esempio. Con discrezione, ma mandando sempre piccoli segnali del potere che rappresentava. E’ con l’avvento di internet e quindi con la circolazione delle informazioni, che questo cutronese ha usato il suo pedigree criminale con spavalderia per esercitare forme di pressione indiretta con i suoi interlocutori. La paura, arma ben più utile delle pistole, è stato il suo cavallo di battaglia degli ultimi anni. La stessa che ha usato Massimo Carminati, a Roma, per Mafia Capitale. E’, infatti, molto utile rilevare come nei comportamenti criminali dei vecchi ras ci siano delle costanti che attraversano provenienze geografiche e tempi.

Come ha fatto un pregiudicato, conosciuto dalle forze dell’ordine, a creare un piccolo regno del terrore intorno al suo nome? E’ una domanda che sorge spontanea ma che ha la risposta proprio nella storia di Multari. Sussurrata nei bar o nelle trattorie tra Lonigo (Vi) e il veronese, tra Bovolone e Zimella le verità e le leggende si sono mischiate, come succede sempre.

Qui non siamo in Calabria e il sangue, se si può, si evita sempre. E’ una regola che ogni organizzazione criminale si è data. E come bravi soldati tutti la seguono, sapendo bene che è l’unico modo per “lavorare” con tranquillità e produttività. Domenico Multari questa regola la conosce bene e sapeva bene con chi poteva spingersi oltre e con chi no. E’, infatti, buona regola nel campo criminale selezionare bene chi deve fungere da “esempio”. Come diceva Mao Tse Tung: “Colpirne uno per educarne cento”. Ma quell’uno deve essere “adatto”, soprattutto al nord. Deve essere prima coinvolto in qualche affare poco pulito e poi “spogliato” di ogni cosa. Quando la vittima cercherà di opporsi potrà essere usata la violenza che non potrà essere denunciata, senza che la vittima stessa cada nella rete della giustizia. Questo è il modus operandi classico. Visto e rivisto a ogni latitudine.

Non sempre però questa regola è perfetta, per fortuna. E’ proprio in questo caso che la persona “scelta” ha invece deciso di denunciare reati e vessazioni del Multari di cui è stato prima complice, burattino e poi vittima.

Ma bastava la paura per avere un “regno” dove poter dormire sonni tranquilli? No. Non è mai buona regola criminale affidarsi solo alla paura per gestire un territorio dove non è abitudine vedere scorrere del sangue. Ci vuole bastone e carota. E la carota il Multari sapeva darla rendendosi sempre disponibile per “risolvere problemi”. Non sempre facendosi riconoscere un guadagno ma dando la certezza di risolvere questioni economiche o anche solo di sicurezza. E’ così che il territorio si acquisisce piano, nel silenzio. Creando silenzio intorno a Multari, uomo che “mafioso, ma può sempre servire”.

Come nel caso di Carminati per quanto riguarda il pedigree criminale da sfoggiare, anche in questo caso troviamo una similitudine nei comportamenti con un grande nome del crimine veneto: Felice Maniero. Il controllo del territorio lui l’aveva conquistato in questo modo. Rendendosi “socialmente” utile. Diventando un servizio per la comunità. Come la mafia a Palermo, come la vecchia camorra a Napoli.

E come Maniero, Domenico Multari aveva rapporti con i nomadi sinti padovani. Gli “zingari da rapina”, com’erano definiti negli anni ‘80/90. Anche se lui usava il “ramo truffe” dei campi nomadi. Dove le specialità criminali sono molteplici.

La storia si ripete ma non si ferma. E ciò che non si ferma è il rapporto con i professionisti veneti, conniventi volontari o meno alle truffe di Multari. Truffe nell’ambito di acquisizione di case e mutui erogati dalle banche, modalità che non hanno un marchio di fabbrica calabrese, ma sono alchimie di chi è abituato a frequentare studi notarili, commercialisti, agenzie immobiliari o mediatori al limite della legge. I borderline della legalità con i colletti bianchi. Che operano al limite e che rimangono un centimetro dietro la linea dell’arresto. Per il momento.

Questa breve analisi riguarda solo la punta dell’iceberg. Queste sono modalità che il Veneto, dalle sue istituzioni ai cittadini devono sapere, capire e combattere. Dietro a questi arresti da prima pagina c’è questo e anche di più. C’è una mentalità da scardinare che riguarda dei “vizi” che qui in Veneto conosciamo bene: la ricerca di denaro facile, la vergogna di non essere più quello che la gente si aspetta,  il silenzio di chi pensa che chiudendo la finestra la pioggia bagni solo il tetto degli altri.

Quanti Domenico Multari ci sono in Veneto, quante persone si sono messe in “affari facili e remunerativi” con persone come Domenico Multari e la sua batteria? Lui è ancora solo un quadro medio-piccolo. Ricordatevi che la realtà non è “Gomorra”, non è “I Soprano”. Alla fine si paga tutto, e la giustizia è ancora l’esattore più umano.

 

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