Duezerounonove. Attacco alla ‘ndrangheta

di Alessandro Ambrosini

Se il Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero De Raho, ha auspicato che il 2019, sarà l’anno della cattura della primula rossa Matteo Messina Denaro, da parte nostra è convinzione che questo sarà l’anno della “guerra alla ‘ndrangheta”. Gli arresti avvenuti nei primi giorni di gennaio tra Roma, Reggio e Calabria, Como e quelli eseguiti in Valle d’Aosta e Viterbo, sono un segnale. L’inizio di una vera e propria offensiva che colpirà le cosche a tutte le latitudini dello Stivale.

Non si salverà nessun angolo d’Italia, non resterà una regione che potrà dirsi libera da questa piovra che ormai si è inserita in tutti i contesti economici, politici e sociali. E non saranno singoli arresti ma veri e propri terremoti che manderanno in fibrillazione amministrazioni, consigli comunali, regionali e lasceranno tracce pesanti tra i “colletti bianchi”, tra i prestanome dei prestanome, tra gli amici degli amici che magari pensano di non essere coinvolti . La rete lanciata è grande, a strascico. E dentro questa rete finiranno in tanti. Dalla Calabria a Roma, da Milano al “vergine” Veneto le notti saranno segnate da lampeggianti blu senza sirena. Dagli uffici preposti, con sale riunioni piene zeppe di documenti e mandati di cattura, partiranno le squadre che andranno a svegliare, pistola in mano, uomini e donne che stanno da tempo corrodendo il sistema Italia nei suoi gangli.

Quanto profondo è il livello a cui sono arrivati gli ‘ndranghetisti è facilmente immaginabile se riavvolgiamo i nastri degli ultimi 50 anni. Nastri che parlavano siciliano o casertano ma che hanno fatto scuola a tutte le organizzazioni criminali. Non c’è un livello inarrivabile per le mafie, c’è solo un livello conveniente. Loro arrivano dove serve e dove possono rimanere discretamente invisibili. Ma inarrivabile mai. Soprattutto per la mafia calabrese che ha a disposizione potere e soldi in quantità pressoché illimitata. Ci sono svariati filoni d’inchiesta, nati anni fa, che in questo 2019 troveranno il loro epilogo. A Roma sarà impattante quanto e come Mafia Capitale, l’ultimo regalo del Procuratore Generale Giuseppe Pignatone e della sua squadra alla città eterna.

In Veneto saranno poche le province che non saranno toccate da questa offensiva dello Stato. Per troppo tempo, questo territorio produttivo e permeabile alle lusinghe mafiose è stato lasciato in un limbo rispetto al problema ‘ndranghetista. Professionisti di ogni genere hanno venduto l’anima al diavolo facendo riciclare masse di denaro provenienti dalle estorsioni, dal traffico di stupefacenti e armi. Per troppo tempo l’imperativo del Ministero fu solo uno: ordine pubblico come unica priorità. Niente inchieste, solo controllo per una vita accettabile senza violenza. Ma i tempi cambiano e sono cambiati anche i paesaggi di potere di questo Veneto: dalla crisi economica al crack delle loro banche. Due fatti che hanno reso più visibile il movimento di denaro, che hanno aperto nuove possibilità alle mafie di comprare a poco, uomini e beni immobili. Fatti che però hanno reso più riconoscibili le distorsioni mafiose, che smaschereranno i veri volti di chi nell’ombra vince appalti senza mai figurare, di chi acquisisce aziende storiche per 1 euro e poi le cannibalizza, di chi entra in punta dei piedi nei grossi gruppi agroalimentari e si confonde tra i volti puliti.

Servirà a cancellare la ‘ndrangheta dai territori? No. Ma bisogna partire da un punto forte e questi terremoti giudiziari lo saranno. E saranno un monito per tutti gli amministratori, per tutti quelli che pensano che le mafie esistano solo in Meridione. Buon 2019, buona visione di un film che lascerà macerie su cui camminare. Ma che renderà l’aria più respirabile.

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