Vicenza e i servizi segreti: un filo lungo 50 anni „Vicenza e i servizi segreti: un filo lungo 50 anni

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 25 agosto 2018

Dalle “barbe finte”, agli appalti, al floppy disk fino, forse, al caso Bachri: presenze invisibili e costanti dai piedi di Monte Berico al Ponte di Bassano

Se fosse ancora vivo Ian Fleming, il creatore di 007, probabilmente ambienterebbe una delle avventure di James Bond a Vicenza. Non è un segreto negli ambienti di settore: la città e la provincia del Palladio sono da sempre zone di interesse per i servizi segreti di mezzo mondo. La presenza della base americana, flussi di denaro imponenti e non sempre puliti, aziende ad altissima specializzazione e società che monitorano tutti gli appalti in Italia sono i motivi fondanti di una presenza continua e non sempre silenziosa dell’intelligence, soprattutto italiana.

Ma cosa fanno i servizi segreti nel vicentino? Che ruolo svolgono? Chi sono questi uomini di cui si conosce sempre molto poco? Chi svolge questo ruolo, innanzitutto, non ha niente a che fare con l’immaginario collettivo del perfetto agente segreto.

Le barbe finte

Sono un corpo interforze composto da poliziotti, carabinieri e finanzieri che rispondono direttamente all’Ufficio della Presidenza del Consiglio. Da sempre divisi in civile e militare hanno un ruolo di controllo e prevenzione di eventuali pericoli interni ed esterni che possono colpire lo Stato.
Ed è proprio questo il loro compito nella città berica. Tra luci e ombre sono persone insospettabili, quasi invisibili perché perfettamente allineati nella realtà in cui agiscono. Le “barbe finte”, venivano chiamate negli anni ’70.

Da fonti certe sappiamo che la loro presenza è appurata nel bassanese per il controllo di alcune società che operano in settori delicati inerenti gli appalti a livello nazionale. Sappiamo che tra gli anni ’90 e l’alba del nuovo millennio il loro interesse si era catalizzato sull’estrema destra e il ruolo centrale in Italia che aveva Vicenza. In quel caso, cercarono l’arruolamento di confidenti dentro all’estrema destra stessa. Con poca fortuna.

Il caso del floppy disk

Ma c’è un caso che fece sicuramente scalpore nel 1995. Una matassa di fatti e circostanze che riguardarono un programmatore vicentino a cui venne chiesto di decriptare dei floppy disk da un agente sotto copertura e per questo venne portato in un capannone tra Vicenza e Padova. Dopo minacce più o meno velate, fu vittima di un sequestro e di un pestaggio da elementi, secondo la sua denuncia, legati ai servizi segreti. L’agente sotto copertura era Mario Ferraro detto “il libanese”, l’agente del Sismi che stava indagando su dei flussi di denaro tra l’estero e l’Italia e sul caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Un mese dopo, lo stesso, venne trovato morto suicidato in modo improbabile. Ma questa è una storia su cui torneremo prossimamente.

Il caso Karim Bachri

Oggi, l’attualità parla del caso di Karim Bachri, un giovane trissinese di origini nordafricane incarcerato in Libano da sei mesi con l’accusa, secondo i media locali, di aver scattato delle foto a dei siti militari. Un caso che, per molti versi e per le informazioni che abbiamo, sembrerebbe ricordare il caso di Giulio Regeni. Tranne, per fortuna, nel tragico epilogo.

Sono molti i dettagli che portano a chiedersi se Bachri sia stato “arruolato” da qualche servizio segreto o da qualche organizzazione che “vive di informazioni”. Il solo fatto che la madre si sia chiusa in un silenzio di tomba per tanto tempo, fa crescere in modo esponenziale questo dubbio. Da sempre, anche i servizi segreti italiani, selezionano e arruolano giovani, soprattutto universitari. Non sempre con ruoli operativi ma molte volte con peculiarità interessanti. E Bachri, proprio per le sue origini e per la conoscenza di quattro lingue, tra cui l’arabo, sarebbe stato un candidato perfetto.

Il mondo dei servizi segreti è una casa degli specchi fatto di false verità. E Vicenza rimane una giostra che ospita tutti.

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