La porcilaia dell’orrore: a un’unghia dalla verità

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 27 giugno 2018

I ricercatori del Labanof hanno ritrovato il reperto che potrebbe, finalmente, portare la luce su una delle vicende più oscure degli ultimi anni: un caso senza cadaveri e senza colpevole

Nella tuta bianca degli esperti del Laboratorio di antropologia e odontologia forense la temperatura deve essere salita quando, setacciando metro per metro la terra nel canaletto di scolo della porcilaia, che fu di Valerio Sperotto, è comparsa un’unghia umana, probabilmente di un alluce.

Forse, dopo più di 30 anni, uno squarcio di verità si può aprire per la scomparsa delle due donne, Elena Zecchinato e Virginia Mihai, che avvenne a undici anni di distanza l’una dall’altra. Tra il 1988 e il 1999. Uno dei casi irrisolti più intrigante e complesso avvenuto nel vicentino. Un duplice omicidio senza cadaveri.

Un caso senza vittime e senza colpevoli

Definirlo cold case è addirittura riduttivo visto il tempo passato e vista la mancanza di elementi che possano definire un reato la sparizione delle due consorti di Sperotto. Un marito che fu indagato nel 1999 ma morì nel 2011, a 64 anni per tumore, senza nessuna pendenza. Un caso con presunte vittime e senza presunti colpevoli. Ma la verità è un dogma che va preservato e il perseverare nelle ricerche del pubblico ministero Hans Roderich Blatter potrebbe essere stata la giusta chiave per riuscire a leggere nel giusto modo una storia che ha i contorni di un orrore, che la provincia ha spesso regalato alla cronaca nera.

La storia è nota a molti. Valerio Sperotto era un facoltoso allevatore di maiali a Velo D’Astico. Un paesino incastonato in una conca ai piedi del Summano e del Novegno. Uno di quei posti dove l’inverno è rigido e lungo, dove il sole sembra sempre calare in anticipo rendendo il bellissimo il paesaggio contornato dai boschi, quasi lugubre. È in questo contesto che Elena Zecchinato, chiamata Ivette per le sue origini francesi, secondo alcune testimonianze prende la strada che conduce al bosco. È il 17 febbraio del 1988 e scompare risucchiata nel nulla, come a nulla valsero le ricerche sia in Italia che all’estero.

La seconda moglie

Passano undici lunghi anni e Valerio Sperotto nel frattempo si è risposato. Si è fatto una ragione dell’abbandono di Elena e ha trovato una nuova compagna di vita, Virginia Mihai. Ha 41 anni e un passato da direttrice delle poste di Craiova quando il 22 aprile del 1990, la bruna rumena, scompare anche lei come la Zecchinato, nel nulla.

Ma una traccia la lascia, la sua auto: una Renault Clio con targa rumena parcheggiata lungo Viale Venezia, vicino alla stazione di Vicenza. Il fatto che abbia lasciato la sua auto per prendere un treno non convince gli investigatori, come non convince il racconto dello Sperotto che narra che quel giorno litigarono e lei lo lasciò lungo la strada verso Piovene. È così che fini indagato senza particolari conseguenze.

Ma la scomparsa delle due donne era un fatto, come lo era l’assenza di prove per dire che erano state assassinate.

Spuntano ossa umane: le indagini

Dopo la morte di Valerio Sperotto, il terreno e la struttura per l’allevamento dei maiali trovò l’interesse di un imprenditore edile, Bortolo Miotti, che voleva cambiare la destinazione dell’allevamento in pecore.  Pagò il preliminare per l’acquisizione e l’imprenditore di Lugo si mise a sondare il terreno.

A novembre del 2017 raccontò ai carabinieri che nell’ex allevamento di Via Frighi, a marzo dello stesso anno, scavò nel terreno trovando due sacchi contenenti ossa umane. Anche un cranio. Secondo la sua deposizione però, impaurito dal ritrovamento, decise di risotterrarli per decidere il da farsi.

Quasi otto mesi dopo, la denuncia. È allora che il PM Blatter riaprì il caso per trovare le risposte all’enigma delle due donne scomparse e lo fece chiamando l’archeologo forense Dominic Salsarola, uno specialista già usato nel caso Gambirasio e il personale del Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense di Milano). Fu un buco nell’acqua. Nonostante i giorni passati a setacciare tutto il terreno i due sacchi non si trovarono. E non si trovarono neanche i resti di denti o capelli che sono le uniche parti del corpo che resistono alla digestione dei maiali. In automatico scattò la denuncia per simulazione di reato ai danni di Miotti e si suppose che fu creata questa messinscena perché voleva rescindere il contratto per l’acquisizione del terreno.

Oggi però, se il DNA dell’unghia corrispondesse ad una delle due donne, questa storia andrebbe riscritta. Serviranno alcuni giorni per avere qualche risposta dal Ris che si è preso in carico il reperto trovato e certezze non ce ne sono, tranne il fatto che le due donne sono finite in un cono d’ombra che lascia poca immaginazione. A seguire la vicenda anche il Labanof con la sua direttrice, la dottoressa Cristina Cattaneo che abbiamo cercato di contattare con poca fortuna. Comprensibile visto il momento delicato.

Valerio Sperotto non fece mai trasparire niente. Non ebbe sensi di colpa e non fece nessun tipo di confessione, neanche in punto di morte e neanche ai suoi amici. Una fermezza che hanno solo innocenti o efferatissimi criminali quando pensano di averla fatta franca. Una storia “alla Garrone”, il regista. La storia di una provincia, che tra le pieghe di un finto ordine delle cose, nasconde incubi che hanno bisogno di risposte.

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