Il lungo fiume di veleno: Titti, la prima vittima di overdose

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 13 luglio 2018

Triste primato sotto lo sguardo della Madonna di Monte Berico: a uccidere Fiorella Nicolato, appena 18 enne, non fu l’eroina o altre sostanze stupefacenti, ma un cardiotonico

Sono le 18.45 di un giorno di febbraio del 1973 quando un medico dell’ospedale San Bortolo di Vicenza dichiara la morte di una ragazza di diciotto anni, Fiorella Nicolato. Titti per gli amici. Quel giorno l’Italia conosce il primo decesso per droga. Il peggior primato che la provincia sia riuscita a strappare alle metropoli. Non è eroina, morfina o LSD lo stupefacente che ha ucciso Fiorella. È un cardiotonico intramuscolare: lo Strofesendan, usato dalla madre di uno dei suoi amici.

La “cultura del buco”

A Vicenza, come nel resto del Paese, tra il 1965 e il 1973 le droghe usata sotto la fascia dei 25 anni sono anfetamine, barbiturici o ipnotici. Una moda nata in Francia nei primissimi anni ’60  che  coinvolse decine di migliaia di giovani in quella che fu definita la “generazione yé yé”. Droghe facili da reperire in farmacia, medicinali che venivano usati per lo “sballo” tramite pastiglie. Tranquillanti usati dalle madri che i figli ingurgitavano per “spiccare il volo” da quel mondo che volevano cambiare o semplicemente vivere in modo diverso.

A scorrere a fiumi fu però un sonnifero, il Revonal. E fu subito un boom in Italia. Un successo che fece crollare i prezzi dell’anfetamina creando soluzioni alternative all’uso orale. Si passò al “buco” e a quella che venne chiamata “cultura del buco”, la siringa. Un metodo che garantiva la “botta” più forte e veloce. Un metodo che nella sola Roma contò 560 ricoveri per tossicodipendenza mentre, a Milano, si passò dai dieci del 1970 ai 140 del 1972, tutti in ospedale psichiatrico.

Cosa succedeva a Vicenza

Nella Vicenza di quegli anni, la droga che si usava, aveva confezioni quasi anonime e accompagnate da una ricetta del medico. Nessuno sapeva esattamente ciò che introduceva nel proprio corpo ma era quasi un gioco alla ricerca di “viaggio” che durasse a lungo, una roulette russa con pastiglie come pallottole.

Si parlava moltissimo di queste droghe tra i giovani e tra i giovanissimi. Si mischiavano i barbiturici con un libro di Kerouac o con l’ultimo disco dei Doors. Si discuteva dell’hashish o della marijuana, comparsa tra gli studenti della contestazione del ’68. Droghe fatte in modo artigianale, troppo difficili da reperire, troppo costose e sotto l’occhio delle forze dell’ordine. Solo alcuni che andavano ad Amsterdam, ad Istanbul o in Marocco potevano permettersi di avere o spacciare gli oppiacei, sopravvalutati anche dalla stampa rispetto all’effetto devastante delle anfetamine. 

La devastante invasione dell’eroina

L’eroina sarebbe arrivata alla “grande distribuzione” più tardi, nel ’75. E fu un’invasione annunciata ma silenziosa. Una naturale evoluzione dell’uso della morfina che per alcuni anni fece “da ponte” tra gli psicofarmaci e l’eroina stessa. Una sostanza che già alla fine del 1973, insieme a cocaina e anfetamina creò un mix letale per una seconda vicentina, una diciassettenne: Patrizia Paolucci, lasciata morire e scaricata in una piazza di Milano con i segni di un’agonia durata quattro giorni.

Un flusso continuo e ingentissimo – quello dell’eroina – trattato con una strategia marketing degna di un prodotto di massa. Tanto devastante nei suoi effetti quanto a basso prezzo e a disposizione di ogni ceto sociale. Le grosse organizzazioni criminali riducevano lo smercio di qualsiasi altra sostanza per lasciare sul mercato la “brown sugar”, un metodo che moltiplicò acquirenti e tossicodipendenti. Mentre l’eroina all’etto veniva venduta a 90.000 lire, il prezzo delle cosiddette droghe leggere era balzato a punte che facevano concorrenza all’oro, in proporzione. Un etto di hashish si poteva trovare a 270/300.000 lire.

Titti 

Fiorella Nicolato fu la prima vittima per droga in Italia.

In una città che faticava a rimanere al passo con questa nuova epidemia un virus che sembrava scavare nel profondo delle nuove generazioni. I primi spacciatori di professione, quelli che non vendevano per bucarsi, già facevano capolino tra i quartieri e il centro città come rappresentanti di una qualsiasi ditta di commercio al dettaglio.

Titti, come veniva chiamata, non era figlia del degrado di una grande città dove l’essere umano viene annullato. Era figlia di un bidello del Fusinieri e di una barista che gestiva il bar della cooperativa dei Ferrovieri, come si legge nel bel libro di Alberto Belloni, “Giro di Nera”.  Non era neanche una ribelle a tutti i costi, era un’atleta di ginnastica dell’Umberto I e le sue amicizie erano coetanei normalissimi, figli di un tempo che non avrebbe lasciato nulla di inalterato. Erano dei “ragazzi del muretto” che però preferivano un bar all’incrocio tra Via Quadri e Viale Trieste, giovani che si raccontavano storie che arrivavano dalle capitali europee e dalle grandi città italiane.

Con i loro soprannomi, con le loro storie di ribellione, con i loro amici “più grandi” che avevano già varcato i confini dello Stato e la “sapevano lunga” sulla vita, tanto da essere considerati quasi dei paramedici per la loro sapienza nell’iniettare qualunque cosa nelle vene. E così fu un tale “Mefisto” a compiere l’atto che portò Fiorella a morire per un ictus. Aspettando un “flash” che non sarebbe mai finito, da cui non si sarebbe mai più risvegliata.

Da quel giorno, per oltre venticinquemila volte, i sogni si infransero nell’inganno di una strada chiusa.

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