Il corteo nero e le lunghe ombre / La notte del tritolo

di Ambrosini Alessandro per Vicenza Today 21 maggio 2018

La prima parte del racconto di alcuni dei giorni più inquietanti vissuti nella Vicenza anni ’90: dopo più di 25 anni emergono nuovi dettagli e oscure coincidenze

Pochi minuti prima dell’esplosione, in Via Torre 20 a Solagna, il silenzio è rotto solo da un vento gelido che spira dal Monte Grappa. È il 3 dicembre 1992 e non c’è nessuno al Blues bar. Nessun vociare di clienti, nessuna musica di sottofondo.

Alle 2.15, un boato.

Non è il rumore di un grosso petardo. La deflagrazione fa tremare per centinaia di metri tutti i vetri delle abitazioni vicine e le luci dalle finestre iniziano ad accendersi. L’entrata del bar è divelta e il fumo si alza quasi invisibile nella notte. Nessuna “bomba di Maradona”, nessuna bombola o perdita di gas. È un chilo di tritolo collegato a un timer, dentro a una sorta di campana per aumentarne la potenza.

Arrivano i carabinieri di zona e il proprietario, Armando Serino, un ventiduenne conosciuto per la sua appartenenza all’ambiente del Veneto Fronte Skinhead, è già lì davanti alle macerie. Non ci sono molti dubbi su quello che è successo, dubbi che saranno confermati poco dopo dagli uomini dell’Arma del comando provinciale e dagli uomini della Digos: è un attentato.

Nello stesso istante, a decine di chilometri di distanza

a Pieve di Soligo, una bomba posta sotto la macchina del vicepresidente del Veneto Fronte Skinhead, Ilo Da Deppo, è esplosa facendo arrivare i pezzi dell’auto fino al terzo piano. Anche lì tritolo, anche lì innescato con un timer. La tensione e lo sgomento è forte, soprattutto tra le forze dell’ordine che non avevano mai contemplato l’aumento del livello di scontro tra opposti estremismi in questo modo.

Gli anni ’70 erano passati da un pezzo e la violenza tra la destra radicale e la sinistra dei centri sociali, soprattutto in Veneto, non aveva mai oltrepassato certi limiti. Il pericolo che iniziassero una serie di ritorsioni tra i due schieramenti era concreto.

La situazione politica in Italia stava mutando velocemente e le tensioni si moltiplicavano giorno per giorno, tra arresti di imprenditori e politici per l’inchiesta Mani Pulite, che avrebbe presto ridisegnato la politica in Italia, e un vento nazionalista che dopo l’abbattimento del muro di Berlino stava soffiando in tutta Europa.

E proprio il Veneto e Vicenza erano zone segnate in nero nelle cartine dei giornali che parlavano di questo ritorno all’estremismo di destra, proprio sotto il segno del mezzo leone e della mezza celtica del Veneto Fronte Skinhead. Gli inquirenti dopo alcune ore, proprio per il modus operandi, esclusero il coinvolgimento dei centri sociali.

Troppo complicato, troppo pericoloso, troppo fuori dagli schemi del tempo. Infatti, il giorno dopo, qualcuno del centro sociale Pedro telefonò al vice presidente del VFS per ribadire la loro estraneità ai fatti.

La pista politica era però chiara, non c’era dubbio.

Chi aveva il potere di avere a disposizione ed usare tritolo e timer e quale era il fine ultimo di questi attentati? Vecchie “cellule dormienti” dell’estrema sinistra specializzati in ordigni a tempo pronti ad agire o c’era lo zampino dei servizi segreti dietro a questa azione? Queste furono alcune delle supposizioni che fecero gli investigatori. Alcune ad alta voce, altre a mezza bocca. Con la paura di aver trovato la risposta. Il movente politico era l’unica cosa certa.L’associazione culturale Veneto Fronte Skinhead, nata nel 1991 a Roma e con sede a Lonigo era diventata un punto di riferimento nazionale per tutta la destra radicale. Proprio nel bassanese e nel trevigiano avevano organizzato due grossi raduni che avevano visto la partecipazione di band musicali e sostenitori da tutta Europa. Per qualcuno un motivo valido per lanciare un avvertimento al tritolo.

A dare alcune certezze, non risolutive, sui mandanti arrivò una rivendicazione il giorno dopo all’Ansa di Venezia. La telefonata anonima si intestava le due bombe esplose nel vicentino e nel trevisano firmando quella dichiarazione come “Malcom X e le pantere rosse” con un volantino che fecero trovare in una cabina del telefono a Mestre. Una sigla comparsa – alcuni mesi prima – nel padovano per rivendicare l’incendio di un garage di proprietà di un consigliere provinciale missino. Quella volta morirono due cani pastori e vennero distrutte due auto.

Dopo quella notte, Veneto Fronte Skinhead e centri sociali, non caddero nella provocazione dinamitarda e tutti attesero che le indagini approdassero a qualche verità certa. Cosa che dopo ventisei anni non è ancora emersa e non emergerà mai. I media, forse per non dare troppo peso agli attentati o forse per le scarse informazioni che trapelavano dagli inquirenti, non trattarono la notizia come meritava. E questo fu l’innesco che portò, un anno e mezzo dopo, a quella manifestazione che varcò i confini nazionali, trascinando Vicenza sotto i riflettori. Rischiando, addirittura, di cambiare in qualche modo le sorti politiche del Paese.

 

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