Il corteo nero e le lunghe ombre/ Con i miei occhi (prima parte)

di Alessandro Ambrosini per Vicenza Today 30 maggio 2018

Dopo ventiquattro anni, le immagini di quel corteo sono ancora vive. Questo è il racconto di ciò che successe con gli occhi di chi, come me, visse ogni fase quei giorni, usati come un fumogeno per nascondere meglio un gioco a cui nessuno voleva partecipare

Il corteo nero e le lunghe ombre/ Con i miei occhi (prima parte)

Giriamo la clessidra e torniamo indietro nel tempo. Sono i primi mesi del 1994. Le elezioni di marzo hanno coronato la vittoria di un nuovo soggetto politico che viene dal mondo della televisione: Silvio Berlusconi. Insieme a lui il missino Gianfranco Fini e il leghista Umberto Bossi.

Chi scrive, da circa un anno è il segretario provinciale del Fronte della Gioventù. L’organizzazione giovanile dell’Msi, ultimo retaggio di una storia che da lì a poco sarebbe stata annacquata e poi cancellata con la nascita di Alleanza Nazionale. Quando, con alcuni “ragazzi di piazza San Lorenzo”, entrai nella sezione provinciale di Contrà della Fascina non potevo certo immaginare che da lì a poco quelle stanze sarebbero state una seconda casa e che l’odore di sigarette si sarebbe mischiato a quello della vernice spray e al colore del ciclostile.

Eravamo “cani sciolti” con molte certezze, irresponsabile coraggio e un senso di appartenenza che solo quando sei giovane puoi coltivare e farlo tuo per tutta la vita. Da anni la porta della sezione non vedeva volti giovani varcare la soglia. In poco tempo riuscimmo a rivitalizzare un ambiente giovanile che sembrava morto negli anni ’80 e che vedeva nel mondo skinhead l’unica alternativa di strada. Una realtà che riconoscevamo vicina, che calpestava il nostro stesso asfalto, che vedevamo allo stadio o nei concerti che organizzavano. Le uniche differenze erano i nostri capelli lunghi, le scarpe da ginnastica al posto degli anfibi e una visione più politica nel nostro “muoversi militante”.

Le bombe di Bassano e di Pieve di Soligo, però, non avevano smesso di detonare nella mente di nessuno noi. La magistratura aveva fatto calare un silenzio assordante e i giornali, non avendo veline dagli inquirenti, si dimenticarono in fretta dei messaggi al tritolo.

Quando il Veneto Fronte Skinhead ci comunicò della manifestazione per chiedere giustizia e per protestare contro l’oscurantismo mediatico sulla vicenda, noi come Fronte della Gioventù, non ci pensammo due volte a dare il nostro supporto. Anche se le titubanze della dirigenza missina erano evidenti. Tanto che ci chiesero di non partecipare come organizzazione, ma personalmente. Un compromesso accettabile a patto che ci lasciassero comporre gli striscioni del corteo dentro la sezione. E così fu. Teli neri stesi in tutte le stanze, rotoli di scotch bianchi e vernice. Giorni e notti passate a creare la scenografia di un “maggio vicentino” che, per il centinaio di studenti di Contrà della Fascina, profumava di rivoluzione.

Quella data arrivò presto. Fuori dalla stazione si ammassarono trecento persone provenienti da tutto il Triveneto, Milano, Bologna e Roma. Tutte le sigle che rappresentavano il mondo skinhead erano presenti: Veneto Fronte Skinhead, Azione Skinhead. In aggiunta il Movimento Politico di Roma e noi. Una presenza che non imposi ai militanti, fu una libera scelta. Come era giusto. Avevo 21 anni quel giorno e quando mi chiesero di guidare i cori non impugnai solo il megafono. Quel giorno avrei preso tra le mani quasi dieci anni della mia vita a venire.

 

 

 

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